Cultura popQuando la protesta non passa più da Hollywood ma dal country su TikTok

Le ballate delle Appalachia e i reel virali raccontano meglio degli editoriali cosa sta succedendo negli Stati Uniti: un Paese spaccato, ma ancora capace di cantarsi addosso

Zach Bryan (AP/LaPresse)

Per chi era più o meno giovane nel marzo 2003, ci fu una sorta di momento di spaccatura nella musica country americana, quando le Dixie Chicks (ora Chicks) criticarono apertamente la scelta di George W. Bush di dichiarare la guerra. Lontani erano i tempi di Pete Seeger, Phil Ochs o ovviamente Bob Dylan, che è emblematico nell’eludere definizioni. Non era «We shall overcome» sul ponte di Selma, Alabama.

Tra i famosi «taci e canta» (shut up and sing), ci fu un’implosione pre-virale da shitstorm e cancel culture, fenomeni che pensiamo nati ieri ma che esistono in ogni decennio, da quando la gente bruciava i dischi o boicottava uno scrittore. La cantante principale della band ricevette minacce di morte per mesi, tanto da scrivere una canzone di risposta, «Not ready to make nice», in cui elenca e spiega tutto il suo rogo mediatico. Con una potenza canora incredibile, fa un monologo disperato quasi shakespeariano. Quella canzone, negli ultimi due anni (2024/2025), è uno dei sounds più usati su TikTok da donne e uomini, giovani e meno giovani, per accompagnare una critica politica o un momento di sfogo. Da allora le Chicks furono bannate dal country. Il paese era ancora troppo ferito dall’11 settembre. Persino persone di sinistra dicevano: «Beh, forse la musica meglio si occupi d’altro».

La stessa band che aveva iniziato la carriera con «Goodbye Earl», oggi un mito per la Gen Z, una canzone che parlava di una donna abusata da un uomo e di altre donne che, come in Promising Young Woman, mettevano in atto un piano per ucciderlo.

I tempi cambiano, anche in pochi mesi. A me, che avevo qualche anno in meno, è rimasta impressa un’altra immagine. I comici iniziavano a farsi strada – Colbert, Stewart – ma io ricordo una pedalata a 14 anni in California, le bandiere dei morti sulle spiagge e, indelebile, il pianto quotidiano da preadolescente davanti al video dei Green Day «Wake me up when September ends». Il ritratto di un’epoca, quella degli anni Zero, dove sì, c’era Disney Channel e il pop superficiale, ma c’era anche l’Emo, la fragilità, la polvere grigia che avevi visto tra le mani del padre di un amico a New York, cadute le Torri. Giovani che cantavano una «Samarcanda» americana (My Chemical Romance, «Welcome to the Black Parade»).

I Green Day, la band pop punk che criticava il governo, avevano un video con una teenager disperata all’idea che il fidanzato si arruolasse in Iraq. Girava ogni giorno su MTV e aveva qualcosa di strano: sembrava una critica, ma quasi un segno di rispetto collettivo verso quel momento di fragilità. Se non addirittura un video di reclutamento militare travestito da protesta.

Se si chiedesse a una persona relativamente anziana cosa pensa ci sia oggi in cima alle classifiche musicali, risponderebbe quasi sempre rap o trap, se ha appena imparato quella parola. In Usa e Regno Unito non è così. Il genere folk, country, indie «americana» (non è un refuso: è il nome di un genere che si rifà a un immaginario patriottico ma anche di sinistra) è in cima alle classifiche. E la politica c’entra relativamente.

Ci fu un film dei fratelli Coen, «Fratello, dove sei?», che – a detta delle stesse band in mille interviste – creò un rinascimento del folk negli anni Dieci e Venti. Fu quello che portò i Mumford and Sons a formarsi in Inghilterra e gruppi come The Lumineers, The Decemberists e tanti altri a emergere, fino a Noah Kahan o Hozier. Riprendeva la canzone folk, come poi più esplicitamente in «Inside Llewyn Davis», come merce di scambio: cantata su un treno, attorno al falò, a Washington Square. Cambiò tutto.

Da lì in poi è esplosa una rivoluzione di gruppi e cantautori americani e non solo, che hanno ripreso il bluegrass con testi seri e interessanti, poetici, a volte politici, a volte semplicemente storie che ti tengono col fiato sospeso fino all’ultima strofa. Storie con personaggi, dialoghi, colpi di scena. Morali con la saggezza dei nonni e dei grandi romanzi. Questo è il country.

C’è un altro nome cruciale di quegli anni Duemila: Toby Keith, country-man con cavalli, cappello e cinturone, autore di uno degli inni che aprono alcune parate presidenziali, «Courtesy of the Red, White and Blue». Si è sempre dichiarato indipendente e la canzone ha ripreso vita dentro la TikTok di sinistra in una maniera incomprensibile a chi non ne capisce i meccanismi. Keith, morto prematuramente, era un grande amico di Colbert, il comico più a sinistra, e non era convinto dell’uso della sua canzone ai comizi di Trump. TikTok è un mondo dove le barriere sono crollate: ci sono documentari di trenta minuti della Bbc così come ragazzi che da un campo di grano cantano con la chitarra o da una spiaggia.

Per mesi la sfida su TikTok è stata prendere immagini meravigliose dell’America – proteste, discorsi profondi, pezzi di storia, racconti sui sindacati, grandi libri della letteratura – e inserirle sulla canzone di Toby Keith con la missione di portarla «a sinistra». Milioni di video di giovani che si filmavano guidando con la canzone e dicendo: «Questa è la mia versione di Toby Keith. Non fatela usare agli altri, è nostra».

Per molti italiani il country è quella patina di honky tonk, cappelli da cowboy e buzzurri da saloon, nord-sud, ovest-est, e gli «occhi azzurri» che lo amavano di Max Pezzali: parole e ritornelli abbastanza banali sulla vita rurale. Fuori dalle città, quindi inevitabilmente di destra. Come se chi vive in campagna non avesse diritto a occuparsi dei problemi quotidiani, dell’empatia, dell’aborto, dell’accesso alla biblioteca di paese.

Provo a fare un piccolo – ovviamente difficilissimo – breakdown.

C’è il country originario, che deve tanto al bluegrass, al blues e alla storia afroamericana; e, se parliamo di violini e melodie, alla Scozia e all’Irlanda degli Appalachi. C’è Johnny Cash, se parliamo di temi forti mascherati da canzoni popolari: si canta di morte, di prigioni, di uomini duri. Come «C’era un ragazzo» per Morandi. Si canta allegramente sul sedile della macchina con i genitori, ma c’è qualcosa di più dark. Nelle interviste Cash è lapidario, si esprime molto di più: oggi sarebbe considerato più a sinistra di Alexandria Ocasio-Cortez.

C’è Woody Guthrie, che si rifà al contesto socialista e al folk parlato di chi non aveva quasi soldi per gli strumenti durante la Grande Depressione. C’è il country anni Sessanta, quasi inesistente per via dell’esplosione del rock e della beatlemania, ma che emerge proprio anche dai Beatles: «Mother Nature’s Son» e «Blackbird» hanno più in comune con De André e con il country che si ascolta oggi rispetto all’immaginario dei cowboy. C’è Seeger, che ha passato la vita a raccogliere suoni folk, i canti più accorati dalle case isolate dall’elettricità, e non solo dall’America del Nord ma dal mondo. Il folk come missione di vita.

Ci sono i supergroup anni Settanta e Ottanta stile Traveling Wilburys, anche in versione country con Willie Nelson. E quelli femminili come The Highwomen. Ci sono gli anni Ottanta reaganiani, dove il genere diventa più autonomo. Gli anni Novanta e Duemila, dove – con l’eccezione di qualche artista – il country è considerato più superficiale: birra, feste, donne, ricordi da teenager. Però anche questi ultimi non sono banali: sono simili a un romanzo di formazione, come Dandelion o Strawberry Wine, o le estati della giovinezza di Ray Bradbury.

E poi diventa complesso.

C’è il country di sinistra, quello della destra old school bushiana (Alan Jackson), quello della vecchia scuola alla John Wayne e Clint Eastwood del «governo deve stare fuori da casa mia» – principio che sembra dimenticato dai repubblicani – come Kenny Rogers con «The Gambler».

C’è la destra Gen Z un po’ paracula, quella dei «valori e famiglia» come Scotty McCreery, vincitore di American Idol. Ha un fondo di tenerezza ma anche un po’ di saccenza, alla Charlie Kirk. «Noi sì che sappiamo vivere nel modo giusto». Le donne crescono i figli, gli uomini accendono il fuoco. Però non è così bianco e nero: sono anche gentlemen, imparano – come in tante canzoni anni Novanta e Duemila – a essere uomini rispettosi, romantici più che da Hollywood.

C’è la sinistra vera, anche LGBTQ, come Brandi Carlile. Un genio.

C’è John Prine nel mezzo, e The Band, a cui questi cantanti devono quasi tutto: Willie Nelson, Kris Kristofferson, Waylon Jennings, Garth Brooks, Tyler Childers, Willi Carlisle, Jason Isbell, Croy and the Boys, Martina McBride, Dixie Chicks, Dolly Parton, Sturgill Simpson, Kacey Musgraves, Steve Earle, Rhiannon Giddens, The Highwomen, Tim McGraw, Brad Paisley, Luke Combs, Eric Church, Tyler Hubbard. «People Loving People» di Garth Brooks cita Aristotele e prova a spiegare come ci si può davvero capire tra differenze politiche e sociali.

C’è Dolly Parton, la regina assoluta, che cantava di cappotti tessuti dalla madre con pezze di colore e dei «poveri ma belli». E tutto il country femminile affronta temi #MeToo e abusi con una narrativa molto più esplicita, con esperienze personali dirette, un vissuto più forte di molte giornaliste americane.

C’è il country cerebrale di Jason Isbell e Josh Ritter, per cui servono enciclopedie e dizionari dell’anima, ma anche tantissima cultura stratificata in casa, quella invisibile da fuori.

C’è il country di estrema destra e vicino alla manosphere (i podcast popolari di alcuni uomini dai 20 ai 40 anni, come Theo Von, che hanno influenzato le elezioni).

C’è un country che assomiglia al neomelodico napoletano: quello sui primi amori, le prime cotte, il ballo di fine anno.

Un country per matrimoni, feste, occasioni e topoi come la nascita dei figli. Da notare come molti cantanti siano passati dalla classica canzone sull’accompagnare la figlia all’altare ai ricordi tra padre e figlio, fino a un generico «’em» (them), che vale sia per un ipotetico partner non etero sia per il parlato comune: si è sempre detto «y’all», «’em», se non si conosce qualcuno, prima degli asterischi.

C’è Tyler Childers, classe 1991, profili su GQ e Rolling Stone, sconosciuto fuori da certi circles, che canta di caccia e di Bhagavad Gita, ha canzoni come «Tirtha Yatra» e «Universal Sound», più mistiche, e «Lady May», forse la canzone più romantica degli ultimi vent’anni. Canta «Jersey Giant» e «A Long Violent History», scritta durante le proteste del 2020. Finanzia senza clamore le riserve indiane e i programmi che aiutano chi ha difficoltà economiche o di droga. Ci sono i The Killers con «Land of the Free» e il video girato da Spike Lee.

Childers vive in Kentucky con moglie e figlio. Non parla quasi mai, ma ha cantato all’inaugurazione del governatore democratico Andy Beshear. Lavora con produttori famosi e persone sconosciute. Ha divorato libri da ragazzino, era uno scrittore prima di tutto, seguendo Kerouac e i beat. Nel raccontare la cultura americana si tende più spesso che altrove a rifarsi alla fantapolitica delle notti elettorali o ai sondaggi.

TikTok ha fatto risorgere il folk in mille forme: il contatto fisico, come per Philip Labes che canta come fosse in camera tua.

Uno che non ho nominato – e in realtà è fondamentale perché il più famoso, anche se non il mio preferito – è Jesse Wells, accolto anche in qualche late night show. Fa una parodia genuina di Guthrie e Dylan, a volte quasi eccessiva, ma ha scritto canzoni contro la guerra. TikTok è più prezioso con chi non è famoso: dopo l’uccisione di Renee Good sono emersi tantissimi video di persone, cantanti amatoriali, che le hanno dedicato una canzone.

C’è stato il fenomeno online per il Memorial Day e il 4 luglio di video patriottici di sinistra per riappropriarsi di un patrimonio popolare.

C’è la collective effervescence quando le persone cantano assieme a un concerto, che magicamente succede anche online.

Da piccola, mia nonna cantava nelle Langhe una canzone che poteva venire dagli Appalachi: parlava di un minatore dal volto bruno che, per salvare gli altri, moriva nelle miniere. Le Gemelle Nete. Come in «Nose on the Grindstone» (Tyler Childers), si denuncia il problema degli oppiacei e la vita dei minatori di una volta. Si parla di un padre che entra ed esce dalle miniere e canta nelle campagne, negli hollers (aree isolate degli Appalachi sulle colline). I diritti dei poveri, le stagioni, il mondo alla Spoon River, il folk popolare così autoctono e così diffuso da attraversare le Highlands della Scozia fino alle Langhe e alla West Virginia, come i troubadours originari della langue d’oc. Quelle contee che determinano le elezioni perché non sono così retrograde come si pensa. Quelle città di mezzo dove si vota blu.

C’è Noah Kahan, dei millennials nevrotici e con problemi psichiatrici, esploso come star globale. Canta del Covid sugli aerei, delle medicine per la depressione, ma riesce a catturare qualcosa di eterno in «A View Between Villages»: il paesino da cui si viene e le emozioni sentite a 17 anni ma mai superate.

E poi c’è la notizia: Zach Bryan che, di colpo, dopo essere stato la colonna sonora di notti in tenda, uscite a pesca e a caccia, di zii trumpiani a Thanksgiving, in una canzone intitolata «Bad News» denuncia Ice. È un evento come le Chicks.

«The generational story of dropping the plot

I heard the cops came / Cocky motherfuckers, ain’t they? / And Ice is gonna come bust down your door / Try to build a house no one builds no more / But got a telephone / Kids are all scared and all alone»

(Ho sentito che arrivano i poliziotti, e Ice sfonderà la porta, cercando di costruire una casa che nessuno più costruisce, ma hai il telefono… i bambini hanno paura e sono tutti soli.)

Anche Taylor Swift aveva raccontato dei ragazzini che si nascondevano sotto i banchi durante le sparatorie in «Only the Young».

E infine l’immigrazione: dai tempi di «Deportee» di Guthrie e Peter, Paul and Mary si riaggancia a Steinbeck, molto lontano dalle notizie mainstream, anche di sinistra. Molto più vero. Chi ascolta Zach Bryan conosce i messicani con cui lavora nei campi.

I temi difficili spettano al country più che al tweet di una pop star, più che al discorso ai Golden Globes, al folk hero.

C’è Abby Anderson che canta di una nonna messicana e di un texano che ha portato alla sua nascita e a conseguenze indissolubili, al limite della legalità.

Zach Bryan era quasi un cantante Maga. Se Childers è nato negli Appalachi ed è il tipo che a 13 anni vince premi di scrittura e poesia – un Battiato yankee – Bryan è quello con la camicia a quadretti e poco più. Il country ha la sua magia nell’unicità e nell’originalità universale. Insegna valori ai maschi, nascosti dentro ballate romantiche, ai figli ad amare il mondo e la natura. I Turnpike Troubadours in Texas, o il classico country «Three Wooden Crosses», che è una parabola-indovinello su ciò che si lascia quando si muore: protagonisti un agricoltore, un insegnante, una prostituta e un predicatore, che lasciano tutti impatti per generazioni tutt’altro che banali.

In un’estate di divisione, invece, i gruppi folk si sono trovati sui treni e nei festival in giro per l’America, facendo tour incredibili – come quello dei Mumford and Sons – e cantando «Wagon Wheel», canzone sia di destra sia di sinistra, di bianchi e di neri.

L’America è suddivisa per contee. Il Kentucky ha un governatore democratico per cui Tyler Childers ha suonato, anche se viene considerato un red state. Il gerrymandering distrugge migliaia di teorie politiche, ma resta il fatto che l’elettore medio ascolta questi messaggi profondi, umani, eterni dei troubadour, da sempre profondamente politici: dalle donne, alle armi, al lutto.

Per chi si chiede se esistono ancora canzoni di protesta, la lista sarebbe troppo lunga. Ci sono in ogni genere e in ogni età. E se si pensa che non facciano l’effetto di «The Times They Are A-Changin’», ci si sbaglia un po’. Intanto c’è quella stessa emozione, quella che analizzavano gli esperti di folklore e antropologia: il canto semplice in coro, come nel film in uscita «The History of Sound», con i due attori giovani maschili più noti del momento, Paul Mescal e Josh O’Connor, che come Alan Lomax attraversano l’America vera per raccogliere i canti folk.

C’è la condivisione e il reprise, qualcosa che funziona molto con TikTok come nel folk. Nel folk ci si è sempre passati e prestati canzoni. Così, dai nomi più grandi ai più piccoli, tra cover, collaborazioni, video-concerti di quaranta minuti (solo i vecchi pensano che TikTok abbia video brevi).

C’è Beyoncé che, per molti, non è stata considerata country, ma ha usato il country come performance art e per i suoi fan, facendo un album perfetto di commento al genere musicale e al suo significato rispetto al momento politico.

Quando vedo amici e amiche italiane postare i discorsi dei Golden Globes come protesta, mi fa più effetto. Io, cresciuta con l’amore per questi premi, mi sono dimenticata di guardarli. Mentre invece ero presa da tutta la questione di Zach Bryan. È chiaro che De Niro ha un impatto giornalistico più internazionale, ma quello che un miliardario di New York, ribelle e un po’ cazzuto, dice lo sappiamo da sempre. Ed è un attore.

Mentre quello che ha fatto i soldi con chi ha votato Trump, con i blue collar voters, chi ha combattuto alcolismo e povertà, chi ai barbecue dirà che gli immigrati sono troppi e anche che la Disney è troppo woke, ha fatto un album rivoluzionario in cui, in «Bad News», denuncia apertamente Ice. Ice sono gli squadristi volontari che catturano immigrati, che nemmeno la polizia – tutt’altro che «santa» – vuole. Pompieri, servizi civili, enti fatti per proteggerci attraverso il «law and order» ora sono i vicini di casa violenti, i vigilantes senza regole dei regimi.

In realtà anche i miti del passato – George Strait, Kenny Rogers, Alan Jackson – hanno lezioni molto più umili da insegnare. Sul retro di una jeep, con un’amica, ricordo che cantavamo «Three Wooden Crosses» a 19 anni con la stessa sensazione de «Il pescatore» di De André.

Ecco, in un’epoca in cui forse gli Stati Uniti non saranno più al centro dell’immaginario mondiale, ma magari altri paesi, ci sta ignorare Zach Bryan. E cercare l’equivalente in situazioni locali. Quanti gruppi indie italiani anni Zero, Dieci, Venti non conosco da persona italoamericana. Ma quando i giornalisti vengono spediti nella stessa città della West Virginia a ogni elezione per intervistare i tre uomini con il forcone e a cui manca un dente, è importante pensare al fazzoletto rosso al collo di Tyler. Quello vero, che portavano i rednecks dei sindacati delle miniere, non l’insulto usato per prendere in giro chi lavorava col collo al sole.

Fa bene pensare alla libreria per bambini di Dolly Parton, donna che non ha potuto avere figli e ha dedicato la vita a dare opportunità ai bambini che non possono emanciparsi in zone rurali in tutti i cinquanta stati. Dalla nascita al compimento dei sei anni, i grandi classici della prima infanzia ti arrivano a casa gratis se sei sotto una certa soglia economica.

È importante capire che il mondo di De André, De Gregori e Guccini può essere eccellenza italiana, ma è molto simile ad alcune canzoni scritte oggi da trentenni negli Stati Uniti: dai riferimenti colti alla melodia.

Io penso che, proprio come insegna il country, la sedia vicino alla stufa dove stava un nonno descritta in una canzone, la scatola di biscotti dove trovi le cose per filare, le canzoni per i neogenitori – che non sono solo lettere per i figli ma toccano tutti i momenti difficili ed emozionanti, i primi passi, le prime cadute – siano l’umanità che manca alla divisione. E sono nel country.

Quando mio figlio di due anni, per metà americano, impara le canzoni di Pete Seeger, che ha tutto il repertorio folk per bambini, o quelle di Raffi, o anche quelle di Dylan, è affascinante. Ma gli unici che spiegano alle madri disperate, stanche, esauste, sono le canzoni country come «You’re Gonna Miss This», che ruotano nelle reels. Canzoni sui loro bimbi e su cose successe alle madri da sempre.

C’è Miss Rachel e c’è Mamdani che cantano «Wheels on the Bus». «God Bless America» è di destra, «America the Beautiful» centrista e altre nel mezzo. «Proud to Be an American» è venduta con la Bibbia di Trump. Ma soprattutto c’è «This Land Is Your Land». La canzone che i bambini cantano come «John Brown» e che contiene strofe spesso censurate contro la proprietà privata. La canzone dell’inaugurazione di Obama. La canzone dei bambini che amano un luogo, vedono gli americani come un’aspirazione e non un insulto becero da europeo snob. Sperano in una scuola dove all’asilo si studia Gilgamesh come i miti greci, in una democrazia non da regime. Non vogliono giurare sulla bandiera della Groenlandia e del Venezuela sulle mappe Usa quando perderanno il primo dente.

X