La tecno-archía ha raggiunto e sussunto in sé e per sé tutti gli uomini e le società del globo – quasi tutti, sì che esistono comunque ancora spazi di indignazione, di resistenza e di ricerca di alternative in nome della libertà e della demo-crazia, superando il taylorismo antropologico sociale e politico prodotto dall’arché. Che sta però realizzando il suo obiettivo: una società automatizzata e amministrata dalle macchine, come temeva appunto la prima Scuola di Francoforte.
Una società-fabbrica, come l’abbiamo ridefinita; automatizzata e amministrata come una fabbrica, sempre secondo l’organizzazione scientifica (tecnica) tayloristica. Dove la lotta di classe è stata progressivamente esclusa, rimossa, fatta dimenticare proprio per effetto del taylorismo come principio politico della modernità – taylorismo in fabbrica, nella società, nell’individuo, nella politica, nella soggettività, nella scienza e nella cultura/conoscenza.
E così come nella fabbrica classica padroni e management hanno da sempre agito per escludere democrazia, sindacato e conflitto – perché intralcio all’efficienza della macchina produttiva e/o consumativa, intralcio all’auto-archía dell’imprenditore/manager e all’auto-matismo delle macchine e oggi degli algoritmi, quindi cercando di far identificare/sussumere ciascun lavoratore/consumatore con la mission dell’impresa (che è l’epistéme dell’impresa, dentro l’epistéme archica) – lo stesso accade, deve accadere nella società-fabbrica.
E la lotta di classe è stata dunque vinta – e non poteva non essere vinta, data anche la complicità del marxismo industrialista e sempre in favore dello sviluppo delle forze produttive – dal capitalismo e dai capitalisti/industriali come esponenti ed espressione (personificazione vivente) del potere archico, della razionalità strumentale/ calcolante-industriale e del suo piano/pianificazione (la sua teleologia) sul mondo. Lotta di classe vinta appunto dal capitalismo e dai capitalisti, come ammetteva il miliardario Warren Buffett, mentre Luciano Gallino si domandava quale lotta di classe fosse ancora possibile alla fine della lotta di classe (Gallino 2012).
E così come lo stesso taylorismo non poteva e non doveva essere contestato (secondo Taylor) essendo appunto scientifico, quindi razionale, quindi efficiente, quindi esatto e quindi giusto (giusto secondo l’arché/archía e la sua epistéme), così non può essere contestata l’intelligenza artificiale e prima ancora la razionalità strumentale/ calcolante-industriale. L’arché/tecno-archía non può tollerare – in quanto arché/archía, in quanto fondamento/ri-fondamento auto-referenziale/auto-telico della modernità capitalistica e tecnica (arché/archía che si sublima in quel capitalismo «che per la prima volta nella storia punta all’espansione illimitata delle forze produttive in quanto tali, un puro poter produrre in quanto tale» – Castoriadis 2022, p. 116; «con il capitalismo, lo sfruttamento della natura e degli uomini si fanno con il cronometro in mano» – Castoriadis 2025, p. 68), grazie alla tecnica – arché che in quanto arché/archía non può tollerare il dissenso e la contestazione e la democrazia e meno che meno di essere rovesciata dalla libertà dell’uomo o revocata dalla demo-crazia.
Arché/archía il cui potere e la cui pluspotenza hanno generato infine una società iper-competitiva e apparentemente dis-ordinata (quasi da guerra civile globale), ma anche forzatamente o consensualmente pacificata e tecnicamente ordinata e armonizzata (posto che già secondo Taylor tra Direzione e operai deve esserci una cordiale collaborazione). Una società quindi privata di ogni conflitto di idee/progetti e di dialettica politica, sostituite appunto dalla regolarità, dalla conformità al sistema archico e dalla esattezza ieri della Osl e oggi degli algoritmi e dall’intelligenza artificiale – l’i.a. come ultima ma certo non conclusiva forma e norma tecnica/tayloristica con cui il tecno-capitale (l’arché) cattura e colonizza e ingegnerizza (l’egemonia attraverso l’eteronomia) la vita umana.
E cosa vi è di meglio armonizzato, pacificato e sincronizzato di una macchina, di un automatismo? Nulla. E la nostra continua e crescente familiarizzazione con la tecnica (Anders – infra) e oggi con algoritmi e intelligenza artificiale – dove la psiche umana si adatta con estrema facilità e con grande feticismo alla propaganda epistemica della tecno-archía (e la tecno-archía sfrutta con grande abilità questa debolezza psichica dell’uomo) – serve appunto a creare una pacificata e tecnicamente armonizzata sussunzione e integrazione degli uomini nel potere archico di tecnica e capitale (che poi la rete e i social siano anche luoghi di violenza verbale, di bullismo e di diffamazione oltre che di disinformazione, non inficia la familiarizzazione, semmai la accresce).
E quindi nulla deve poter smascherare la finzione – come la definiva anche Cornelius Castoriadis – della propria razionalità e dove anche gli uomini sono mezzi «che vengono giudicati de iure e de facto in funzione solo della loro efficacia, ovvero continuamente messi in competizione con gli altri mezzi disponibili» (Castoriadis 2022, p. 117), mezzi disponibili che oggi si chiamano appunto digitale/i.a., oltre alla forza-lavoro umana disponibile o di riserva.
Arché che è inizio, fondamento ma che in realtà è un incessante re-inizio/ri-fondamento e – come Dio – è causa sui della modernità, per una sorta di cristomimesi. Perché, per Cartesio, Dio «è l’essere assolutamente perfetto», quindi ne consegue che «l’esistenza appartiene alla sua natura», cioè Dio è appunto causa sui, concetto da intendere non solo nel senso che non vi è una causa alla sua esistenza, ma anche in quello per cui «la potenza di Dio è tale che egli si è già sempre portato nell’esistenza»; «considerando l’immensa e incomprensibile potenza che è contenuta alla sua idea […], essa è la causa per cui egli è e non cessa di essere e non ce ne può essere altra che quella», per cui, riprende Agamben, «la possibilità [su possibile e impossibile, infra – N.d.A.] non è più un semplice concetto, ma contiene in sé una vera e propria forza, una vis existendi», avendo la forza di esistere per sé.
Perché ciò che ha la forza di esistere per sé «deve anche avere senza alcun dubbio la forza di possedere in atto tutte le perfezioni di cui concepisce le idee, cioè tutte quelle che io concepisco essere in Dio» (in Agamben 2022, p. 44-47). Solo che non è Dio ma appunto l’arché che possiede in atto tutte le perfezioni tecniche e capitalistiche di cui concepisce le idee – è l’andersiano si deve fare tutto ciò che si può fare tecnicamente (e capitalisticamente).
Non Dio, quindi, ma l’arché della modernità è causa sui, sempre più auto-poietica/auto-telica, auto-archica nel proprio accrescimento, nel proprio infinito/illimitato inizio/re-inizio e tutto appartiene alla sua natura e alla sua immensa e ormai incomprensibile (agli uomini) potenza e forza che è contenuta (ancora: come ontologia, teleologia, teologia) nella sua razionalità strumentale/calcolante-industriale – che non cessa di essere e non ve ne può essere altra che questa. Che dal numero, base della rivoluzione scientifica, della matematizzazione del mondo e degli uomini che ne è derivata – sta portando appunto (causa sui) alla società amministrata e automatizzata da macchine, al totalitarismo e all’ecocidio. Macchine che funzionano e fanno funzionare la società solo con numeri e dati.
E l’uomo diventa quindi un accessorio ma soprattutto è la materia prima psichica (la psiche umana come ultimo – a oggi – mercato/miniera da sfruttare e da valorizzare per un capitale ossessionato dalla ricerca del profitto) per addestrare algoritmi e intelligenza artificiale. Con Chat-GPT 4O (dove «O» sta per «omni») ultima o penultima di quelle macchine, scrive Pietro Montani, «che vengono nutrite da immensi database di carattere linguistico, cioè da innumerevoli testi di diversa natura e lunghezza. Da questi enormi repertori esse ricavano una competenza semantica integralmente intra–sistemica, nel senso che nella loro routine generativa il significato delle espressioni viene gestito in modo esclusivamente statistico e predittivo.
Immaginate, e potenziatelo in modo esponenziale, il lavoro che fa il processore testuale del vostro smartphone quando, mentre scrivete, corregge le parole sbagliate e anticipa quelle che state per digitare. Le macchine loquaci con cui oggi interagiamo, dunque, si intendono solo di linguaggio, ma nulla sanno del mondo “là fuori” – quello che i segni linguistici denotano e ri-descrivono ogni volta che serve – perché ne padroneggiano esclusivamente le traduzioni (fatte da esseri umani) in dati digitalizzati di cui esse si nutrono». E «anche le prestazioni dei sistemi capaci di riconoscere e generare immagini, ora cooptati nel dispositivo generale del chatbot (DALL-E, nel caso di ChatGPT 4O), non si riferiscono in alcun modo a contesti extralinguistici ma sempre e solo a un materiale di base costituito da immensi repertori di “text–image pairs”, cioè a immagini tecniche (fisse o mobili) accoppiate di regola ad altrettante etichette linguistiche.
Nella versione 4O di ChatGPT, dunque, la sinergia con questi sistemi di riconoscimento e generazione iconica si fonda su un repertorio pregresso che, anche senza mettere nel conto gli inevitabili arbitrii imputabili a chi provvede alla sua costruzione e ai suoi aggiornamenti, può dar voce e immagine solo allo statu quo di un assetto culturale acquisito – quello archiviato nei diversi database – ma non dispone di alcuno strumento per metterlo in contatto con l’imprevedibilità delle cose mondane. Può solo ripeterlo e riassortirlo all’infinito dall’interno» (Montani, Macchine loquaci, https://www.doppiozero.com/macchine-loquaci).
Certo, i sistemi di intelligenza artificiale generativa producono testi, immagini, suoni che non esistevano prima e che sembrano diversi da quelli con cui sono stati addestrati e certamente questo non produce copie, ma non produce neppure oggetti, immagini o pensieri nuovi, accrescendo comunque la indistinzione tra reale e artificiale, tra vero e falso (e anche per l’i.a. esistono nuovi strumenti, chiamati umanizzatori, che permettono di rendere più umano un testo generato rendendo impossibile rivelare l’intervento dell’i.a. e disponibili anche su grandi chatbot, come ChatGPT).
Di più e peggio: inseguendo la verosimiglianza più che la verità, l’i.a. può inserire in un testo generato automaticamente citazioni da fonti che non esistono (chiamate allucinazioni) – ovvero, il nuovo sì ma nella falsificazione. Chiamato però intelligente. E anche questo è taylorismo, cioè standardizzazione, ripetizione, automatismo della macchina (machine learning) e degli uomini che delegano tutto, adattandosi, alla i.a. anche generativa – che sarebbe intelligente mentre è stupida come deve esserlo ogni lavoratore taylorista, analogico o digitale che sia (infra).
