Economia dell’elemosinaTimothée Chalamet, Mickey Rourke e la lezione che Hollywood non racconta

La fama non paga più come una volta, e nemmeno l’Oscar mette al riparo dalla miseria. In compenso, scegliere bene con chi stare può risolvere più problemi di qualunque carriera artistica. Vedi il protagonista di “Marty Supreme” con la vera superstar Kylie Jenner

AP/Lapresse

Questa è una storia di Hollywood e di soldi, di soldi che sono finiti come ovunque e di quell’inferno costituito dall’essere famosi, inferno che almeno una volta aveva una contropartita economica, e adesso se vuoi vivere da Liz Taylor devi trovarti uno sponsor per i brillocchi.

Mickey Rourke stava con Carré Otis, a un certo punto. È l’unica cosa che abbia mai saputo della sua vita sentimentale, nonostante Rourke sia stato forse il più rilevante sex symbol della mia formazione: quando uscì “Nove settimane e 1/2” avevo tredici anni e mezzo, fu l’unica volta in cui mentii al botteghino (era vietato ai 14, la mia classe era per metà già legalmente in grado di entrare al cinema e per l’altra metà no: fu il mio primo incontro con l’ingiustizia).

Il resto della sua vita sentimentale non è mai arrivato sui giornali che sfogliavo e io non me ne sono mai interessata, perché quarant’anni fa le relazioni parasociali erano un’eccezione da manicomio: le ragazzine non studiavano i dettagli negli angoli delle foto per percepirsi in confidenza con la gente famosa, e la gente famosa non si accendeva la telecamera da sola per raccontarci i fattacci suoi.

Si misero insieme all’altezza del mio terzo anno di liceo, Mickey e Carré, e già il mio debole per lui era scemato, perché non era mai stato un debole per lui, sebbene “Angel Heart” mi fosse piaciuto un sacco (non oso rivederlo ora): era un debole per John, il Mickey Rourke di “Nove settimane e 1/2”, che i critici avevano stroncato non capendo, sebbene fosse una comprensione a portata di tredicenne, che Adrian Lyne vedeva gli anni Ottanta con una precisione che forse giusto Bret Easton Ellis, forse giusto Tom Wolfe, forse giusto Marina Lante della Rovere, forse giusto Antonio Ricci.

Poi lo sappiamo tutti com’è andata, la chirurgia plastica, il ripescaggio con “The wrestler” – che io non ho mai voluto vedere, perché io Mickey Rourke ridotto così non lo voglio vedere. Non per le ragioni per cui non vuoi vedere i tuoi ex amori sfasciati e con un principio di calvizie e che vogliono parlarti dell’ex moglie che vuole troppi alimenti. Perché, guardando “Nove settimane e 1/2”, le mie amiche volevano essere Elizabeth che si sfila la sottoveste e dice a John che vuole presentargli i suoi amici. Io volevo essere John, che aveva tutte le giacche uguali da prima di Dylan Dog, e che a Elizabeth diceva quanto poco gli interessasse conoscere i di lei amici. Io lo sfascio di Mickey Rourke non lo voglio vedere, ché già ho da osservare il mio.

Quando è uscita la notizia che c’era una raccolta fondi perché Mickey Rourke era indietro di un anno con l’affitto, io ho pensato che questa economia dell’elemosina è proprio un disastro, è mai possibile che nessuno pensi mai di risolvere i propri problemi di liquidità in qualsivoglia altro modo, è mai possibile che ormai il mondo sia l’estensione dei tavoli esterni dei ristoranti, che non ti ci puoi sedere perché nell’arco d’un pranzo arrivano quindici mendicanti? (Anche oggi abbiamo fornito un quarto d’ora di dopamina agli indignati per il mio classismo).

Poi però viene fuori che Mickey Rourke quei soldi li ha rifiutati, umiliato dall’internet che discuteva del suo essersi ridotto in miseria, e che la raccolta fondi l’aveva avviata la sua manager preoccupata per lo sfratto. Ci sono, in un fattarello così insignificante, un milione di strati all’incrocio che c’è nelle vite di tutti noi: quello tra chi siamo e chi gli altri credono che siamo.

L’internet crede che Mickey Rourke debba essere per forza benestante: è uno di Hollywood, diamine.

La sua manager crede che non sia in grado di badare a sé stesso: è un attore, diamine.

Io credo che, se sei stato là in mezzo per tutti questi anni, non è possibile tu non ti sia fatto un paio d’amici ricchi abbastanza da pagarti un anno d’affitto senza che il mondo lo venga a sapere.

L’aspirante qualcosa crede che, arrivato ai livelli di fama di Mickey Rourke, avrai per forza risolto tutti i problemi pratici, e solo per questo si presta ad accendersi la telecamera del telefono in faccia e a raccontare tutti i fattacci suoi: pensa che così diventerà come quelli che vede su Instagram.

Ma neanche quelli che vedi su Instagram sono come quelli che vedi su Instagram, e il più interessante trattato sulle classi sociali è stata la premiazione dei Critics Choice Award, domenica a Los Angeles. Era qualche giorno che serpeggiava preoccupazione tra i milionari che affollano St. Barts a capodanno rendendola una Pinarella di Cervia con l’acqua più azzurra: lo spazio aereo era stato chiuso per una scaramuccia tra gli Stati Uniti d’America e il Venezuela.

In linea aerea, St. Barts sta in mezzo tra Caracas e Washington (ma più vicina a Caracas), e ha la pista d’atterraggio più spaventevole su cui vi possa accadere d’arrivare. I semiricchi, se vengono dalla civiltà e non dalle isolette lì vicine, arrivano a St. Marteen, che ha un vero aeroporto nel quale possano atterrare voli intercontinentali, e poi da lì prendono un aeroplanino a elica che arriva sulla – non solo minuscola, ma a picco su una scogliera – pista di St. Barts.

Se, come tutti i fantastiliardari, vivi nel terrore di morire, probabilmente ti risparmi quell’atterraggio da incubo: l’aereo privato con cui sei arrivato dagli Stati Uniti lo molli a St. Marteen e poi arrivi a St. Barts in barca. Comunque: non facevano ripartire il povero Leo, al quale cominciava la stagione dei premi, e che stava lì ospite di Jeff Bezos. Perché, persino se sei l’ultimo divo del ricco Novecento, l’ultimo che ha preso il treno della celebrità quando essa ancora portava soldi veri, persino in quel caso ormai se vuoi fare la vita da vero ricco devi farti amico un plutocrate dell’internet.

Chelsea Handler, che presentava la premiazione, ha detto che per fortuna Leo era arrivato, temevano non ce la facesse, già poverino gli era toccato stare in crociera con Bezos. E Leo ha riso, perché la gente di spettacolo sorride quand’è inquadrata, e perché Bezos è ricco abbastanza da non perdere tempo a offendersi se la plebe parla male di lui, è ricco abbastanza da sapere che Leo deve stare al gioco. A Bezos non importa se una comica parla di lui come dell’ingombro che DiCaprio sopporta, e se DiCaprio finge d’essere d’accordo, perché Bezos sa ciò che conta sapere: che lui è l’amico grazie al quale Leonardo non finirà come Mickey Rourke.

Io vorrei solo sapere con quale degli aerei l’amico plutocrate di DiCaprio l’ha rimandato a Los Angeles in tempo per la premiazione. Quello dove viaggia Jeff quand’è solo? Quello dove viaggia la moglie quand’è sola? Quello che li trasporta quando viaggiano in coppia? Io vorrei solo sapere cosa sei fantastiliardario a fare, se dalla Pinarella di Cervia dei Caraibi devi tornare con un solo aereo privato: un solo aereo privato è facile, un solo aereo privato è a portata di semiricchi. (Ma basterebbe comunque a far innervosire gli ambientalisti, dei quali peraltro Leo è un prestigioso esponente: per fortuna i suoi sodali eran distratti).

La parte illuminante della lezione di economia politica della serata è arrivata però alla proclamazione del miglior attore protagonista, premio non vinto da DiCaprio perché i critici, ormai privi di gusto quanto il pubblico, hanno anch’essi dei figli, e avere dei figli fa di te uno che se non premia l’attorino che piace alle bambine poi chi le sente, e quindi eccoci qui con quello che non è più un attore ma una macchia di Rorschach, Timothée Chalamet.

Sono tre anni che Timothée di Rorschach sta con Kylie Jenner, e sono quindi tre anni che in questa relazione ognuno vede ciò che vuole, ciò che proietta, ciò che crede.

Timothée è un vero femminista, si è preso una donna con due figli, non lo farebbero in molti (in effetti una multimilionaria con più personale di servizio che figli è un ingombro uguale preciso a un’operaia siderurgica mollata dal marito).

Timothée è un intellettuale, e lei lo mette in imbarazzo volendosi fare i selfie con le altre star alle premiazioni, non può durare, è pur sempre una Kardashian tamarra (ogni volta che apre bocca, Timothée di Rorschach svela delle lacune culturali che in confronto il personale di servizio di casa Jenner è formato da grandi intellettuali, ma non importa se il nostro Rorschach non ha mai sentito nominare i capelli tagliati di Sansone: ha quel nome francese, dev’essere intellettuale per forza).

Poi gli danno un premio (il primo di molti, immagino) per “Marty Supreme”, il film col più massiccio sbattimento promozionale che meno fa venir voglia di vederlo nella storia del marketing, e lui ringrazia «la mia compagna da tre anni, senza le nostre solide fondamenta non potrei fare quel che faccio».

Kylie, inquadrata, a stento applaude, mentre i fan di Rorschach se la immaginavano emozionatissima e in tremebonda attesa del pubblico riconoscimento. Kylie Jenner, con 391 milioni di follower rispetto alla riconoscibilità inesistente di uno che si ostina a fare il cinema. Kylie Jenner, che si autoscatta nello specchio del cesso taggando uno sponsor e guadagna in un minuto quel che Timothée di Rorschach neanche col film per cui prenderà il settimo Oscar.

Kylie Jenner, il cui padre Bruce un bel giorno ha deciso d’essere una donna. Kylie Jenner, figlia d’un transessuale repubblicano: sai quanto le fa impressione, il premio della critica per un film che avrà un milionesimo degli spettatori dei suoi reality di famiglia.

La cosa migliore di Timothée di Rorschach non sono le sue scelte cinematografiche ambiziose, non sono le sue interviste da sex symbol culturale degli analfabeti postmoderni, non è neanche la sua tenera convinzione che uno nato nel 1995 possa essere una star del cinema. La scelta migliore di Timothée è stata mettersi con una che, se serve andar via in fretta da St. Barts, l’aereo privato ce l’abbia senza prestiti di amici né collette dei follower. Se Mickey Rourke avesse fatto scelte altrettanto oculate, a quest’ora vivrebbe una serena vecchiaia.

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