Nodi irrisoltiTrump spinge le big oil a tornare in Venezuela, ma le aziende non sono convinte

Il presidente statunitense ha sollecitato i grandi gruppi a investire nel Paese dopo anni di espropri e degrado infrastrutturale. Il potenziale c’è, ma le compagnie chiedono sicurezza giuridica e regole nuove

AP/Lapresse

L’amministrazione Trump ha avviato una forte pressione sui vertici di quasi due dozzine di grandi compagnie petrolifere affinché tornino a investire in Venezuela, uno dei Paesi con le maggiori riserve di greggio al mondo. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente ha sollecitato i dirigenti a muoversi rapidamente, invitandoli a «piantare la bandiera» nel Paese e avviare nuove perforazioni. Al termine dell’incontro, la maggior parte delle aziende ha evitato di assumere impegni pubblici immediati. La riunione si è svolta alla Casa Bianca a meno di una settimana dall’incursione statunitense in Venezuela. Attorno al tavolo erano presenti i manager di alcuni dei principali gruppi energetici globali, tra cui Chevron, Exxon Mobil, ConocoPhillips ed Eni. I dirigenti hanno riconosciuto l’esistenza di nuove opportunità nel Paese sudamericano, ma hanno sottolineato la necessità di garanzie sulla sicurezza e di una profonda revisione del quadro normativo e commerciale prima di valutare un ritorno su larga scala. Un punto condiviso da tutti riguarda il grave deterioramento delle infrastrutture petrolifere venezuelane, che richiederebbero investimenti ingenti per tornare operative.

Trump ha assicurato che Washington sarebbe pronta a fornire coperture sul fronte della sicurezza, lasciando però intendere di aspettarsi una maggiore disponibilità da parte delle aziende. In apertura dell’incontro, il presidente ha dichiarato di voler vedere le compagnie statunitensi investire almeno cento miliardi di dollari in Venezuela per rilanciare la produzione di greggio. «Se non siete interessati, ditelo: ho altre persone pronte a subentrare», ha detto rivolgendosi ai dirigenti. Trump ha anche sostenuto che Stati Uniti e Venezuela stiano collaborando efficacemente per la ricostruzione del settore petrolifero e del gas. La parte pubblica dell’incontro, trasmessa in diretta televisiva, si è svolta nella Sala Est della Casa Bianca, con rappresentanti del governo e manager seduti a ferro di cavallo. Successivamente, il presidente ha chiesto ai giornalisti di lasciare la sala per avviare una fase di negoziato a porte chiuse. Fonti informate riferiscono che, in quell’occasione, i dirigenti hanno ribadito posizioni già espresse in passato: riconoscimento del potenziale venezuelano, ma forti riserve legate ai rischi politici, legali e operativi.

L’amministratore delegato di Exxon Mobil, Darren Woods, ha spiegato che allo stato attuale un ritorno in Venezuela non è possibile senza cambiamenti sostanziali alle regole commerciali, al sistema giuridico e alla legislazione sugli idrocarburi. Woods ha ricordato che Exxon ha subito due espropri in passato e che un eventuale rientro richiederebbe condizioni molto diverse rispetto al passato. Ha tuttavia espresso fiducia nella possibilità di riforme, se sostenute dall’amministrazione Trump e dal governo venezuelano. In una fase preliminare, Exxon potrebbe inviare un team tecnico nelle prossime settimane per valutare lo stato delle risorse. La compagnia è stata attiva in Venezuela sin dagli anni Quaranta, ma ne è uscita da quasi vent’anni. Anche ConocoPhillips ha mantenuto un approccio prudente. Il Ceo Ryan Lance ha ricordato che il gruppo è oggi il principale creditore non sovrano del Venezuela, con crediti stimati in circa dodici miliardi di dollari.

Trump ha liquidato il tema delle perdite subite in passato, affermando che non si tornerà indietro, ma che le aziende potranno ottenere profitti significativi in futuro. Resta aperta la questione dei risarcimenti per le compagnie che hanno lasciato il Paese dopo la nazionalizzazione voluta da Hugo Chávez nel 2007. Secondo il Wall Street Journal, nel settore ci si interroga se la Casa Bianca sia disposta a facilitare un recupero di quei crediti come parte del piano per incentivare il ritorno delle big oil. Chevron rappresenta un’eccezione relativa. Il vicepresidente Mark Nelson ha ringraziato Trump per la priorità data al settore energetico e ha sottolineato che la compagnia ha già portato la produzione in Venezuela a circa duecentoquarantamila barili al giorno attraverso quattro joint venture. Secondo Nelson, l’output potrebbe crescere rapidamente, con un potenziale raddoppio dei ricavi in tempi brevi.

Secondo gli analisti del settore, riportare la produzione venezuelana ai livelli storici richiederebbe decine di miliardi di dollari. Le infrastrutture petrolifere del Venezuela rappresentano oggi uno dei principali colli di bottiglia per qualsiasi ipotesi di rilancio produttivo del Paese. Dopo oltre un decennio di investimenti ridotti al minimo, gestione politicizzata e corruzione a ogni livello oltre alla perdita di personale qualificato, gran parte degli impianti si trova in condizioni di forte deterioramento.

Pozzi, oleodotti, centri di stoccaggio e terminali portuali funzionano spesso in modo intermittente, mentre la manutenzione ordinaria è stata in molti casi sospesa o rinviata per anni. Le raffinerie operano ben al di sotto delle capacità nominali a causa di guasti frequenti, mancanza di componenti di ricambio e obsolescenza tecnologica. Anche la rete di trasporto interno soffre di perdite, corrosione e sistemi di sicurezza inadeguati, con conseguenze sia operative sia ambientali.

A questo quadro si aggiunge la carenza cronica di capitali e know-how, aggravata dall’isolamento finanziario e dalle incertezze normative. Nel frattempo, l’amministrazione Trump starebbe lavorando a un piano per esercitare un controllo più diretto su PdVSA, il colosso petrolifero statale, distrutto da Chávez prima e da Maduro poi, includendo l’acquisizione e la commercializzazione della maggior parte della sua produzione.

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