Piedi per TeheranPerché i Paesi del Golfo non vogliono un intervento americano in Iran

Mentre Trump valuta mosse sempre più aggressive, Arabia Saudita Oman Qatar e Turchia cercano di disinnescare l’escalation. La loro preoccupazione non è difendere Teheran ma evitare una crisi regionale fatta di ritorsioni instabilità e shock energetici

LaPresse

Gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare parte del personale militare da alcune basi in Medio Oriente, inclusa al-Udeid in Qatar, dopo che l’Iran ha avvertito i Paesi della regione che le installazioni americane diventeranno obiettivi legittimi se Washington dovesse colpire Teheran. La mossa è stata definita «precauzionale» da funzionari statunitensi e qatarioti, secondo cui il ritiro non equivale a un’evacuazione su larga scala, ma segnala che gli Stati Uniti considerano reale il rischio di ritorsioni iraniane contro le sue forze nella regione. A maggior ragione dopo le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha promesso di intervenire, non spiegando però come, a sostegno dell’ondata di proteste contro il regime che secondo fonti iraniane e organizzazioni per i diritti umani hanno causato finora circa duemila morti. 

La decisione americana ha messo sotto pressione soprattutto gli alleati del Golfo, che da giorni cercano di dissuadere Washington da un’azione militare. Arabia Saudita, Oman e Qatar temono che un attacco contro l’Iran provochi una spirale di ritorsioni, colpisca le rotte energetiche e trascini il Medio Oriente in una crisi più ampia e imprevedibile. Il timore principale riguarda lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del gas naturale liquefatto. Qualsiasi minaccia alla sicurezza di quel corridoio marittimo avrebbe effetti immediati sui mercati globali, colpendo anche le economie occidentali.

La cautela di Riad è una lezione appresa negli ultimi anni. Dopo aver subito attacchi diretti e indiretti legati alla rivalità con Teheran, l’Arabia Saudita ha progressivamente ridotto il confronto aperto, cercando una competizione più gestibile. Un Iran indebolito è visto come un vantaggio relativo; un Iran colpito militarmente o precipitato nel caos come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. È anche per questo che, secondo analisti regionali, il regno ha limitato la copertura mediatica delle proteste iraniane, evitando toni che potrebbero essere interpretati come un’ingerenza.

L’Oman rimane il canale diplomatico più affidabile per i contatti indiretti con Teheran. Muscat ha costruito la propria politica estera sulla capacità di parlare con tutti, soprattutto nei momenti di massima tensione. 

Il silenzio relativo del mondo arabo contrasta nettamente con il 2022, quando le proteste in Iran furono seguite con attenzione quasi febbrile. Allora molti osservatori arabi vedevano nella crisi iraniana la possibilità di ridimensionare l’influenza di Teheran in Paesi come Iraq, Siria e Libano. Oggi, dopo anni di guerre e collassi statali, prevale un altro sentimento: la paura del vuoto.

È vero che l’Iran appare più debole che in passato. Le guerre seguite dal pogrom del 7 ottobre 2023 hanno colpito duramente i suoi alleati regionali; Hezbollah è stato indebolito, il regime siriano ha perso autonomia e l’Iran stesso è uscito provato dai bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno scorso. Ma Teheran conserva ancora strumenti di pressione significativi, in particolare missili a corto raggio e reti di influenza capaci di destabilizzare i vicini.

Per questo motivo i governi del Golfo guardano con crescente apprensione alla possibilità di un intervento americano. Non temono solo una risposta iraniana immediata, ma anche ciò che potrebbe seguire. L’esperienza dell’Iraq dopo il 2003 e della Siria dopo il 2011 resta un monito costante: il crollo di uno Stato forte raramente produce stabilità, e spesso esporta violenza, traffici illegali e flussi di rifugiati.

Un eventuale collasso dell’Iran, Paese di oltre 90 milioni di abitanti con una età media di 34 anni, avrebbe conseguenze di scala più ampia. Rifugiati, armi e milizie potrebbero attraversare il Golfo e il Medio Oriente in modo imprevedibile. Ancora più delicata sarebbe la sorte dell’arsenale militare e delle scorte nucleari, che in uno scenario di frammentazione potrebbero sfuggire al controllo centrale.

Queste preoccupazioni non sono limitate al mondo arabo. Anche la Turchia osserva con attenzione la crisi. Ankara e Teheran sono rivali da decenni, con interessi spesso contrapposti in Siria e Iraq. Un Iran più debole potrebbe offrire alla Turchia nuovi spazi di influenza, ma un Iran instabile o in disgregazione rappresenterebbe un rischio diretto per la sicurezza del confine orientale, per la questione curda e per la gestione dei flussi migratori.

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