Uno che per vivere ha fatto, come dice lui, il pescatore di anime – o, come si dice volgarmente, la spia – racconta spesso il suo mestiere come un mercato. Certo, capita a volte che in vendita ci siano le anime. Più spesso, però, ci sono le informazioni. E a meno che non ci siano convinzioni profonde a motivare la fonte (ideology), o ricatti che la spingano ad agire (coercion o compromise), o ancora una qualche aspirazione o rivendicazione personale o professionale che la portino a collaborare (ego), ecco entrare in gioco il primo dei quattro principali fattori motivazionali di un agente in carne e ossa racchiusi nell’acronimo Mice, coniato probabilmente dalla scuola sovietica: il denaro (money).
Che, però, è probabilmente anche quello più facilmente sostituibile tra i quattro. Si trova sempre qualche soldo in più per comprare un agente. Più difficile è rafforzare leve come un’idea o un’ideologia, un kompromat trovato o da fabbrica, una qualche nuova recriminazione.
Ed è il denaro, assieme a perversioni e criminalità, a raccontare molto del mondo di Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo che Kash Patel, direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi), ha assicurato al 100 percento si è suicidato in carcere nell’agosto 2019 (lo stesso Patel a settembre aveva testimoniato al Senato degli Stati Uniti dicendo che non era stata trovata «alcuna informazione credibile» che indicasse che Epstein avesse trafficato ragazze minorenni con qualcuno oltre a sé stesso).
Per alcuni Epstein era un agente al servizio di Israele, anche grazie ai rapporti che intercorrevano tra il Mossad e Robert Maxwell, padre della sua storica compagna e socia Ghislaine, sepolto a Gerusalemme alla presenza dei massimi esponenti politici israeliani nel 1991 dopo che il suo corpo fu trovato annegato nell’Oceano Atlantico dopo una caduta accidentale dal suo panfilo. A corroborare questa tesi ci sarebbe il legame tra Epstein e Ehud Barak, ex direttore dell’intelligence militare, capo di stato maggiore delle forze armate, primo ministro e ministro della Difesa di Israele. È stato Epstein a suggerire a Barak di incontrare Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, uno dei grandi sostenitori di Donald Trump.
Per altri il finanziere era al servizio della Russia. I documenti mostrano: conti bancari presso gli istituti russi Alfa-Bank e Sberbank; il ricorso sistematico a donne dalla Russia e dall’Europa orientale; rapporti con Sergei Belyakov, cresciuto alla scuola dell’intelligence di Mosca, che lo ha aiutato a eludere le sanzioni statunitensi in cambio di soluzioni alternative per le criptovalute; il legame con Thorbjørn Jagland, all’epoca segretario generale del Consiglio d’Europa (l’organizzazione che si occupa di promozione di democrazie e diritti umani, sigh) per passare messaggi direttamente al ministro degli Esteri russo. Emerge, però, anche il suo brigare per un incontro con Vladimir Putin per parlargli di come cambiare il sistema finanziario globale; sforzi che non sembrano aver avuto successo, elemento che secondo alcuni lo scagionerebbe dall’accusa di essere un agente russo ma che potrebbe anche tirare in ballo il quarto fattore, l’ego, che non a caso va spesso a braccetto con il primo, il denaro, come ragione della sua disponibilità verso gli interessi di Mosca.
Intanto, Donald Tusk, primo ministro polacco, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sui possibili legami tra Epstein e Putin per accertare che il primo avesse collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, molti esponenti delle quali, a quanto emerge dai documenti recentemente pubblicati dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, avevano partecipato ai famigerati festini sull’isola privata di Epstein, che spesso prevedevano abusi su minori. «È noto che Epstein aveva archiviato tutti i suoi messaggi, email e documenti. Archiviava foto e video. Ha registrato e filmato importanti leader occidentali, presidenti, primi ministri e leader delle maggiori compagnie del mondo», ha dichiarato il premier polacco citando un classico dello spionaggio, la «trappola al miele», e arrivando a menzionare il fatto che «sempre più commentatori ed esperti suppongono che sia molto probabile che questa fosse stata un’operazione organizzata dal KGB russo» (che però è stato sciolto nel 1991 dopo il fallito colpo di Stato contro il presidente Michail Gorbachiov e le competenze sono state ripartite in quattro diverse amministrazioni). Nei documenti c’è anche il racconto di una CHS, fonte umana confidenziale, che racconta all’Fbi che «Epstein era anche il gestore patrimoniale di Vladimir Putin, e svolgeva lo stesso servizio per il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe».
Il pedofilo Epstein accumulava contatti trasversali (politica, finanza, accademia, intelligence) grazie ai suoi festini e più in generale alla sua rete di amicizie: lo raccontano perfettamente i documenti sui suoi tanti e importanti incontri nella settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, considerato dalle spie di tutto il mondo uno degli eventi più ghiotti dell’anno. Centralizzava informazioni compromettenti ma anche dal grande valore economico (basti pensare alle informazioni governative che Lord Mandelson condivise fra il 2009 e il 2010 quando era ministro riguardanti la stretta fiscale ai bonus dei banchieri dopo la crisi del 2008 e l’approvazione del mega-intervento europeo da 500 miliardi di euro per il salvataggio delle banche).
Faceva, cioè, l’opposto di quanto è chiamato a fare un agente manipolato da un handler (case officer). Un asset umano classico ha una catena di comando chiara (il suo “gestore” gli affida compiti di raccolta), opera in modo relativamente compartimentato (il principio Need to know è la spina dorsale dell’intelligence, a protezione di informazioni, fonti e metodi) e riduce l’esposizione personale. Epstein sembrava vendere leve, non eseguire direttive, in un ambiente di contiguità, dove certi servizi tollerano, osservano o sfruttano, senza necessariamente controllare. E probabilmente il suo essere non affidabile e non appartenere a nessuno accresceva il suo valore, presso più attori contemporaneamente, come broker di informazioni.
Probabilmente Epstein non era il prodotto di un servizio di intelligence, ma di uno spazio lasciato scoperto tra più servizi, tra potere pubblico e interessi privati, tra élite convinte di essere intoccabili. Non un agente, dunque, ma un mercato ambulante del kompromat, tollerato finché utile, ignorato finché conveniente. E quando un mercato del genere collassa, non lascia solo vittime e colpevoli, ma espone una verità più scomoda: che il problema non è chi raccoglie le informazioni, ma chi accetta che circolino senza controllo.