
Alle Olimpiadi di Parigi 2024 il cibo del villaggio olimpico è diventato un caso. Non una polemica marginale, ma un tema strutturale, discusso dagli atleti e rilanciato dai media: mancavano proteine, uova, carne. Le porzioni erano giudicate insufficienti, le attese troppo lunghe. Alcune delegazioni, come quella britannica, decisero di organizzarsi fuori dal villaggio, portando chef e cucine autonome per garantire pasti adeguati agli allenamenti e alle gare.
Parigi ha mostrato una verità semplice: per un atleta olimpico il cibo non è un servizio accessorio, è parte del processo necessario per la prestazione. Ed è proprio da lì che è partita l’impostazione del servizio mensa del villaggio olimpico Milano-Cortina 2026. Oggi, a pochi giorni dall’apertura dei Giochi invernali, basta scorrere TikTok e Instagram per accorgersene. Video girati in mensa, storie davanti ai buffet, commenti ironici e sinceri: il cibo del villaggio olimpico italiano piace. Gli atleti mostrano piatti di pasta, proteine, verdure, pizza. Raccontano abbondanza, varietà, possibilità di scelta. Non recensioni costruite, ma micro-racconti spontanei, spesso girati con il telefono in mano e il vassoio davanti. È un segnale importante: quando il cibo non crea problemi, smette di essere un tema polemico e diventa parte dell’esperienza.
Anche la stampa internazionale lo conferma. In un articolo molto chiaro, Reuters spiega come l’organizzazione italiana abbia lavorato proprio per evitare gli errori francesi, puntando su piatti riconoscibili, disponibili in quantità adeguate e una cucina pensata prima di tutto per la performance. Il punto interessante è che l’Italia non ha cercato di stupire, e anzi la scelta è stata opposta: affidarsi a ciò che gli atleti conoscono, digeriscono, desiderano dopo ore di allenamento o una gara.
La pasta, citata più volte da Reuters, è il simbolo perfetto di questa strategia, italiana ma soprattutto universale, piaciona, versatile e rassicurante. È perfetta come carburante ma anche come comfort food. Accanto, proteine chiare, piatti caldi, opzioni per diete specifiche e un’organizzazione che regge i numeri senza incepparsi.
Dietro questa macchina c’è una struttura precisa. La supervisione del sistema food è affidata a Elisabetta Salvadori, Head of Food & Beverage della Fondazione Milano-Cortina 2026, che coordina menu, standard nutrizionali e sicurezza alimentare.
Dalle interviste rilasciate scopriamo il suo ruolo: definisce l’impianto dei menu insieme a nutrizionisti e consulenti sportivi, con un approccio dichiaratamente “performance-first”, coordina i fornitori e gli appaltatori del servizio food, vigilando su standard qualitativi e sicurezza, gestisce le linee guida CIO (Comitato Olimpico Internazionale) su alimentazione, igiene e tracciabilità e supervisiona le mense come infrastruttura, non come ristorante: orari estesi, volumi elevati, replicabilità assoluta. In più occasioni ha sottolineato come l’obiettivo non sia stupire, ma non creare problemi: il cibo deve essere riconoscibile, affidabile, energeticamente adeguato e psicologicamente rassicurante per atleti che arrivano da decine di culture alimentari diverse.
La cucina quotidiana è invece nelle mani di squadre professionali delle società di ristorazione collettiva, chiamate a gestire volumi industriali con regole da laboratorio.
E se a Parigi il cibo era diventato una notizia per ciò che mancava. In Italia diventa racconto per ciò che c’è, ed è buono. Non è solo una questione di gusto, ovviamente, ma di metodo. Milano-Cortina mostra che la vera forza dell’Italia gastronomica, in un contesto come quello olimpico, non è l’estetica del piatto ma la capacità di mettere insieme cultura, organizzazione e pragmatismo. Fare bene, senza rumore, e lasciare che siano gli atleti, questa volta, a dirlo.
Dietro le quinte, c’è una filiera industriale invisibile. Se il cibo funziona, è anche perché la mensa olimpica non è pensata come un ristorante, ma come una filiera industriale ad altissima complessità. A Milano-Cortina la cucina quotidiana degli atleti non è affidata a uno chef-simbolo, ma a società di ristorazione collettiva specializzate in grandi numeri, selezionate attraverso gare e appalti, che operano sotto linee guida stringenti su sicurezza alimentare, nutrizione e continuità del servizio. Come ricostruisce Il Fatto Alimentare, il sistema è basato su più lotti e più operatori, coordinati centralmente dalla Fondazione Milano-Cortina 2026: cucine attive 24 ore su 24, controllo delle allergie, diete religiose e sportive, tracciabilità delle materie prime e gestione dei picchi di afflusso. È una cucina che lavora per sottrazione: meno libertà creativa, più affidabilità. Alcuni nomi emergono solo parzialmente dal racconto giornalistico di settore. Italia a Tavola segnala, ad esempio, il coinvolgimento di Elior Ristorazione nella macchina dei pasti, all’interno di un sistema più ampio che vede la presenza di diversi operatori della ristorazione collettiva. Non una regia unica, ma una pluralità di cucine professionali chiamate a replicare standard identici in luoghi diversi: perché questa è un’ulteriore difficoltà emersa in questi giochi: essere efficiente su tante location diverse, molto lontane una dall’altra e dover garantire gli stessi standard.