È metà settembre, il tempo a Durham ha appena iniziato a cambiare dopo un’ondata di caldo di fine estate. Mi sto preparando per una gara di 80 chilometri nel Lake District, e ho bisogno di allenarmi almeno un po’ in altura. E così una sera, alle nove, mi metto al volante per raggiungere la casa vuota di mio padre a Penrith. Il navigatore mi fa imboccare una folle deviazione per evitare i lavori sulla A66, e mi ritrovo su una strada a una sola corsia con una pioggia torrenziale che sferza il parabrezza. Arrivato a destinazione alle undici, frugo in giardino con una torcia in cerca della chiave di riserva sperando che nessun vicino mi veda e chiami la polizia.
L’indomani mattina mi sposto a Threlkeld per percorrere un tratto della strada che sale verso l’Helvellyn. La pioggia non accenna a diminuire. Esco correndo dal paese e mi dirigo verso il Great Dodd, evitando gli stretti sentieri inondati di acqua piovana. Rimango sempre sorpreso da quanto queste salite, con la loro combinazione di ripidezza e terreno soffice e fradicio che risucchia i piedi a ogni passo, riescano a prosciugare le mie energie. Proseguo in cresta fino a raggiungere il Watson’s Dodd, dove il vento soffia con una tale forza che devo schermarmi gli occhi con una mano. Provo a correre nei solchi sul terreno – i miei piedi sono così bagnati che l’acqua che scorre al loro interno non è un problema – ma le raffiche continuano a spingermi contro l’erba cespugliosa che ho a fianco, costringendomi a ritrovare ogni volta l’equilibrio.
Il cappuccio della giacca mi schiaffeggia il viso, e adesso la pioggia scende così fitta e orizzontale che finisco per inalare alcune gocce. Il mio orologio emette un beep per segnalarmi che ho corso un chilometro incredibilmente lento e, in preda alla frustrazione, premo il pulsante di stop. La visibilità è ancora accettabile, e mi dico che il giorno della gara potrebbe esserci un tempo altrettanto brutto. Continuo a correre, ma le condizioni peggiorano; dopo qualche minuto riesco a malapena a vedere un paio di metri davanti a me, tanto che, per avere conferma di dove mi trovo, devo affidarmi all’app OS Maps sullo smartphone ormai fradicio. […]
Più volte scrivendo il libro mi sono chiesto: Che cosa sto facendo? E, dopo quasi vent’anni di gare di resistenza, la domanda successiva è: Che cosa ho fatto? Perché ho dedicato così tanto tempo a cercare i limiti del mio corpo? Imbarcarsi in un progetto antropologico sul significato della resistenza è il mio modo per provare a rispondere a queste domande, ma anche l’occasione per riflettere sui tanti significati attribuiti agli sport di endurance e sul legame tra resistenza e ciò che vuol dire essere umani. Due ore più tardi sono di nuovo a Threlkeld, coperto di fango a causa di una caduta comica, e profondamente umiliato dagli elementi. Il violento temporale ha ceduto il posto a una pioggerellina leggera, mentre un timido raggio di sole ha fatto capolino tra le nuvole tingendo i campi di verde, e questo inizia a sembrare di nuovo un modo perfetto per trascorrere il tempo. Forse la vulnerabilità è ciò che bramiamo, anche se per raggiungerla, a volte, dobbiamo avvicinarci spiacevolmente alla stupidità.
La capacità di resistere e di esplorare i propri limiti è una lente attraverso la quale da un po’ di tempo osservo la vita e la società in generale; la maniera in cui le sfide di resistenza possono essere collegate a ciò che sta accadendo nel mondo è uno dei temi principali che intendo esplorare. Da un lato, queste attività sembrano offrire una via di fuga dalle pressioni della vita moderna: ci allacciamo le scarpe da corsa o montiamo in bici e, almeno per qualche ora, lontani da email e smartphone, i nostri pensieri sono liberi di vagare. Si fa un gran parlare di «ridurre le cose all’essenziale» e di tornare a qualcosa di più semplice e profondo; di abbracciare la propria vulnerabilità. Dall’altro lato, però, tendiamo a valutare queste attività con gli stessi criteri dai quali, almeno in teoria, vorremmo emanciparci: celebriamo la resilienza individuale, la spinta infinita alla produttività, la quantificazione di sempre più variabili, la classificazione individuale in base alle prestazioni. «Il modo in cui le persone giocano è forse più rivelatore del modo in cui lavorano», ha scritto l’antropologo Victor Turner. Ma cosa accade quando le due dimensioni – l’attività fisica e il lavoro – iniziano a diventare indistinguibili?
