
Nel 2011, Barack Obama si presentò davanti al parlamento australiano e annunciò che gli Stati Uniti sarebbero stati all in in Asia. Era la nascita del «pivot to Asia», il grande riorientamento strategico americano verso il Pacifico, destinato a diventare, almeno nelle intenzioni, il pilastro bipartisan della politica estera americana per il decennio successivo. Quindici anni dopo, Zack Cooper, studioso di strategia indo-pacifica all’American Enterprise Institute, ha pubblicato sulla rivista Foreign Affairs un’analisi impietosa: il pivot è fallito. Non per cattiva volontà, ma per incapacità strutturale di tradurre le parole in azione.
Il problema centrale, scrive Cooper, è quello che chiama «Lippmann gap», riprendendo il celebre giornalista politico Walter Lippmann: il divario pericoloso tra gli impegni dichiarati di una nazione e le sue reali capacità. Quando questo squilibrio si prolunga nel tempo, gli impegni perdono credibilità e la deterrenza si erode. È esattamente ciò che sta accadendo in Asia.
Il pivot poggiava su tre gambe: sicurezza, prosperità e buon governo. Solo la prima ha ricevuto attenzione e risorse costanti – e anche lì con crescenti riserve. Sul fronte economico, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), strumento cardine dell’agenda di Obama, è stato prima affossato dal Senato americano e poi abbandonato definitivamente dalla prima amministrazione Trump nel 2017. Il tentativo di Biden di rimpiazzarlo con l’Indo-Pacific Economic Framework si è rivelato un guscio vuoto, privo di accesso reale al mercato statunitense. Con la seconda amministrazione Trump, dazi e protezionismo hanno reso Washington un partner sempre meno attraente per le capitali asiatiche.
Il pilastro della governance è crollato in modo ancora più vistoso. Le campagne per democrazia e diritti umani di Obama e Biden hanno alienato molti governi della regione – meno della metà degli asiatici vive in società libere. L’indifferenza di Trump su questi temi ha rassicurato qualche autocrate, ma ha destabilizzato le regole e le istituzioni internazionali che Washington stessa aveva contribuito a costruire. Il risultato è che la reputazione americana in Asia ha subito un crollo: secondo un sondaggio Pew del 2025, la percezione favorevole degli Stati Uniti in Australia, Indonesia, Giappone e Corea del Sud è scesa di 9-16 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Ciò che rimane del pivot è quasi esclusivamente la dimensione militare. Ma anche qui i segnali sono preoccupanti: asset militari di prima fascia sono stati spostati dall’Asia verso altri teatri, la spesa per la difesa cresce a malapena in termini reali, e l’attenzione diplomatica americana si è progressivamente ristretta fino a concentrarsi quasi esclusivamente sullo Stretto di Taiwan. India, Sud-est asiatico e isole del Pacifico sono di fatto usciti dalle priorità di Washington.
Cooper identifica tre scenari possibili. Il Piano A, cioè resuscitare il pivot nella sua forma originale, è semplicemente irrealistico: richiederebbe risorse politiche, economiche e militari che gli Stati Uniti non sono disposti a mobilitare. Il Piano C, ovvero ritirarsi fino alla seconda catena di isole lasciando fuori dal perimetro difensivo Filippine, Corea del Sud e Taiwan, sarebbe a suo giudizio catastrofico, e rischierebbe di consegnare all’influenza cinese l’intera Asia marittima e continentale. Rimane il Piano B: consolidare la difesa lungo la prima catena di isole, mantenendo impegni con Giappone, Taiwan, Filippine, Corea del Sud e Australia. È la strada che Trump sembra aver già imboccato, almeno implicitamente. Ma Cooper non si nasconde i rischi: senza un’agenda economica e diplomatica credibile, anche questa linea difensiva è fragile. Molti Paesi della regione sono economicamente dipendenti dalla Cina e vulnerabili alla sua pressione politica. Se Washington non offre alternative concrete, la scelta tra America e Cina rischia di diventare obbligata – e per molti, Pechino potrebbe risultare la risposta più conveniente.
L’analisi di Cooper lascia aperte quattro domande che nessun decisore americano sembra ancora disposto ad affrontare pubblicamente. La prima riguarda la coerenza della linea difensiva: basta un sistema di alleanze bilaterali hub and spokes, o serve un’architettura di sicurezza più integrata? La seconda tocca il nucleare: se la deterrenza estesa americana perde credibilità, Giappone e Corea del Sud potrebbero cercare arsenali propri. Washington dovrebbe opporsi, accettare, o proporre accordi di condivisione nucleare per evitare un effetto domino nella proliferazione nucleare? La terza riguarda la chiarezza degli impegni: la tradizionale ambiguità strategica americana conviene ancora, o è necessario definire con precisione cosa si è disposti a difendere? La quarta, forse la più delicata, è quella del ritmo: un ritiro rapido rischia di scatenare il panico tra gli alleati; uno lento alimenta l’incertezza permanente.
Cooper non offre risposte definitive, e probabilmente non potrebbe farlo. Quello che fa, con rara onestà intellettuale, è certificare che il tempo delle grandi ambizioni è finito. Il «pivot to Asia» non è mai diventato la strategia che avrebbe dovuto essere. Ora si tratta di gestire un ridimensionamento che, se condotto male, potrebbe rivelarsi ben più costoso del fallimento che intende correggere.