Principe Cappello scende negli abissi
(A est del sole, a ovest della luna)
Ma chi è, esattamente, Principe Cappello? Gary, che vive con Principe Cappello da circa trent’anni, a volte se lo chiede ancora. Innanzitutto un nome del genere è assurdo. «Non è giusto», dice Principe Cappello. «Non me lo sono scelto io. E pure “Gary” fa ridere. “Gary” non è nemmeno una parola. Anzi no, somiglia a “garrulo”». E poi, per un po’, Principe Cappello dice che ogni cosa che Gary fa è garrula. A Gary fa venire il nervoso e così dopo un paio di giorni va a controllare il significato del suo nome. Anche questo gli fa venire il nervoso, ma lo racconta lo stesso a Principe Cappello perché sa che lo farà felice, e a lui piace rendere felice suo marito, anche se deve andarci di mezzo. «È un nome antico. Viene dal normanno, sta per “piccozza” e per “re”».
Principe Cappello lo trova divertentissimo. «Principe Cappello», dice indicando sé stesso. «Piacere di conoscerti, Re Piccozza». Pizzica il naso a Gary. Perché è ovvio che Principe Cappello sarebbe capace di pizzicare il naso a un re. A cinquantaquattro anni, Principe Cappello è bello come un ragazzino, il che si addice al suo nome. È davvero bellissimo. Indolente, ama il divertimento; diciamo pure che è fedele, più o meno. Sia messo agli atti che c’è stato un periodo, quando avevano una ventina d’anni, un periodo che forse è continuato fino all’inizio dei trent’anni o anche dopo, sì, forse anche dopo, in cui Principe Cappello poteva sparire per una notte intera. O due. A volte Gary andava a cercarlo e lo trovava nel letto di un uomo. O di una donna. «E tu chi sei?», chiedeva la persona in questione, poi Principe Cappello sorrideva e rispondeva: «È Gary». E poi seguiva Gary fino a casa, come se avesse aspettato il suo arrivo, come se non avesse saputo tornare a casa senza che ci fosse Gary a guidarlo. Chi lo sa? Forse non lui. E a Gary non importava arrabbiarsi, era meraviglioso sapere di avere quel potere. Guardare Principe Cappello, voltarsi per andarsene sapendo che lo avrebbe seguito. Il potere di Principe Cappello era trovare la strada giusta per infilarsi tra le lenzuola di chiunque.
Il potere di Gary era tirarlo fuori da lì. Ora che è più vecchio, Principe Cappello è meno incline agli sbandamenti. Sembra appagato con Gary, con la vita che fanno. Pare disposto a litigare solo nei casi in cui Gary ha un bisogno disperato di litigare con qualcuno. Ma il caffè? Una mattina lo beve amaro, la mattina dopo macchiato e con cucchiaiate di zucchero. Certe mattine non lo beve affatto, prende solo acqua calda col limone. Non ha un ristorante pre-
ferito, legge mezzo romanzo in preda a un rapimento estatico e poi lo mette da parte per sempre, ama l’acqua calda e quella fredda allo stesso modo, non sa tenersi lo stesso lavoro per più di qualche anno. Ha fatto il modello per i cataloghi, il barista, l’allenatore di tennis, il dog sitter, l’amanuense per un famoso intellettuale (no, Gary non dirà mai il suo nome) che in realtà alla fine voleva solo avere Principe Cappello attorno per guardarlo. E chi può biasimarlo? In ogni caso Gary guadagna abbastanza per tutti e due, abbastanza per una cena omakase da Blue Ribbon o per chiamare un Uber e attraversare il ponte per andare da Ugly Baby a Carroll Gardens, per l’assicurazione sanitaria, le vacanze due volte l’anno a Reykjavík o Dublino o Rio o Hội An, in qualsiasi spiaggia equivoca o feudo mistico o quartiere imperscrutabile che ha attratto l’attenzione di Principe Cappello. A volte, quando viaggiano, Gary scopre un nuovo dettaglio sul passato del marito.
Una volta, a Praga, Principe Cappello cita una zia. No, una madrina, dice. Ma voleva che la chiamassi zia. Teta Radomila. Cucinava il makový koláček proprio così. A Reykjavík dice: «Per un’estate ho fatto il barista in un locale su questa strada. Proprio qui, a dire il vero. Pensa, è ancora aperto! Avevano un guaio allucinante coi ratti. Tu non hai mai visto ratti del genere, anche se io ne ho visti di peggiori. Esistono posti dove i ratti sono grossi come cani. Ma quell’estate non ci si poteva fare niente». Però, quando Gary suggerisce di andarci a bere qualcosa, Principe Cappello risponde: «Oh, non ti piacerebbe l’ambiente». Qualcosa nella sua voce fa capire a Gary che è meglio lasciar perdere. Un tempo facevano litigate madornali su tutte le cose che Principe Cappello non voleva dirgli.
E alla fine Gary aveva mollato. Come coi ratti. Non ci si poteva fare niente. E ora sono felici e viaggiano e tornano sempre a casa nell’Upper West Side. Principe Cappello, tuttavia, pensa di sapere tantissime cose su Gary. Agli inizi della loro storia, a Gary sembrava che Principe Cappello gli prestasse scarsa attenzione, ma di fatto Principe Cappello è sempre attento. È solo subdolo. Persino allora stava raccogliendo tutti i pezzi di Gary che lui lasciava cadere involontariamente. Si ricorda cose sulla sua infanzia, sui suoi genitori e su vecchi amanti che Gary, grazie a Dio, ha dimenticato. Ogni vezzo, ogni abitudine, ogni piacere minore, Principe Cappello lo raccoglie e lo mette da parte. Ogni cosa “garrula” che lo riguarda. Il fastidio viene meno perché Gary sa che Principe Cappello, pur conoscendolo così bene, lo ama ancora, e pure tanto.
Passano le vacanze con gli amici, a volte con la famiglia della sorella di Gary, del fratello di Gary. (I bambini adorano Principe Cappello). Mai con la famiglia di Principe Cappello. Mai con gli amici che Principe Cappello aveva prima che Gary lo incontrasse. Per quel che ne sa Gary, Principe Cappello non ha una famiglia. Gli piace dire alla gente che la sua vita è iniziata il giorno in cui ha seguito Gary fuori da un ristorante, in una città che Principe Cappello pensava di visitare solo per un fine settimana. Quel che di solito non dice è che stava visitando la città con la sua fidanzata. Gary non ha mai suggerito di tornare in quel ristorante, nel caso lei sia ancora lì in attesa che Principe Cappello faccia ritorno.
