Abbiamo scritto prima che iniziasse che questa edizione di Wine Paris è stata la più partecipata di sempre dalla compagine italiana, che sceglie sempre di più questa fiera a discapito della più blasonata (finora) Prowein di Düsseldorf. Abbiamo chiesto al primo Master of wine italiano Gabriele Gorelli, che la vive da diverse edizioni, di farci un suo personale recap e di spiegarci perché questo evento del vino sta ricevendo così tanto consenso dalle cantine del nostro Paese.
E la prima motivazione della scelta, per Gorelli, è quasi filosofica e di fascinazione, ancora prima che effettiva: «Wine Paris è indubbiamente la fiera place to be degli ultimi anni, sempre di più. Ci sono diverse motivazioni, e la prima sicuramente è che ti permette di unire l’utile al dilettevole e l’ho visto parlando con tanti giornalisti, importatori ma anche produttori che per una fiera che comincia lunedì, arrivano tra il giovedì e venerdì. Quindi si estende il soggiorno prima e dopo perché comunque sul territorio c’è da fare, ci sono clienti. Ma non solo: alcuni si portano anche la famiglia! E qui vengo a una considerazione che definirei olistica, che però credo sia fondamentale, quasi antropologica: e si tratta della differenza tra sensazione e percezione. Mi spiego meglio. Per me Wine Paris quest’anno aveva già vinto. Io vedo che l’idea dei produttori di aver fatto la scelta giusta di venire a questa fiera praticamente già di per sé ne legittima gli esiti, quali essi siano. Quando si è convinti di aver fatto la cosa giusta poi ci si auto convince anche che abbia funzionato».
Non possiamo certo negare che i produttori italiani sentano molto la pressione rispetto alla Francia, da sempre considerata un’icona per il settore, una nazione da conquistare anche sul fronte commerciale. E un posto dove essere, a prescindere dal suo valore effettivo rispetto alle vendite. E un luogo di grande fascino, da vivere anche fuori dalla fiera, dove mangiare e scoprire nuovi luoghi del gusto, e dove fare qualche giorno di relax in attesa degli impegni tra gli stand non è un sacrificio ma una bella prospettiva. Ma c’è anche un tema di tempistiche, come osserva Gorelli: «Il primo dato oggettivo è quello del momento in cui questa fiera arriva: è molto presto sull’anno enologico e può in qualche modo già indirizzare come sarà l’anno. Mai come in questo momento c’è bisogno di positività, e io a Parigi questa positività l’ho vista. Ce n’è probabilmente anche perché proprio si sente la necessità di essere fiduciosi e Parigi sembra un modo per evadere da quello che è la discussione imperante del settore, che tanti dicono sia in declino e magari anche non troppo reversibile. Condivido questa narrazione fino a un certo punto, ma un po’ di positività è davvero indispensabile e necessaria in questo momento storico».
Tutto perfetto, dunque? Non proprio, perché questo aumento notevole di attenzione delle cantine italiana rispetto alla fiera francese ha fatto fare diverse considerazione Oltralpe, e sono già pronte delle contromisure, come nota il Master of wine: «Bisogna stare attenti perché è cambiata la location, non sono cambiati i problemi e c’è un rischio che aumenta in maniera lineare rispetto alla dimensione della fiera stessa per numero di espositori. C’è questa volontà, che credo ormai sia quasi certificata, di spostare per l’anno prossimo l’intera Italia in un padiglione che quest’anno non è nemmeno nella mappa, in un posto un po’ periferico. Quindi quasi porla agli antipodi di quello che è il padiglione più continentale, per arrivare al quale bisogna attraversare molta fiera. Credo che le cantine italiane si debbano non solo compiacere del fatto che non si va più in un posto non troppo clemente sia climaticamente che territorialmente come Düsseldorf, ma stare un po’ allerta del pericolo di ghettizzazione che l’Italia corre».
E per tutti i produttori che, visto il successo, stanno pensando di cavalcare l’onda, Gorelli lascia uno spunto di efficacia: «Ultimissima considerazione: vince ovviamente chi insiste, vince chi arriva organizzato, vince chi è aperto a nuovi lead, nuovi contatti e perde indipendentemente da dove faccia le fiere, da dove si sposti per manifestazioni, chi va lì e si mette in attesa di qualcuno che probabilmente è sempre meno possibile che arrivi». Perché anche nel vino, ormai, il futuro è di chi si spende, di chi crea contenuto e sa raccontare la sua storia e raccogliere interesse. Del resto, come diceva un grandissimo faro di questo settore, Franz Haas: «Se fai il vino più buono del mondo e non lo racconti a nessuno, te lo bevi da solo».