X Mas-a-LagoIl trumputinismo della destra unisce l’opposizione e complica l’equidistanza di Calenda

La strategia di Meloni e l’iniziativa di Vannacci convergono verso una deriva autoritaria e radicale. La conseguenza è che il centro liberale, democratico e popolare viene attratto dall’altro polo. Ora è della Schlein l’opportunità di non sprecare l’occasione

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Giorgia Meloni e Roberto Vannacci, ciascuno a suo modo, hanno impresso alla maggioranza una nuova torsione a destra. La premier con l’accodamento a Donald Trump, da ultimo con il voto parlamentare di ieri che sancisce l’adesione dell’Italia alla grottesca “nuova Onu” trumpiana che si chiama Board for peace. Il generalissimo con la messa in campo di un nuovo soggetto politico di estrema destra sovranista che i sondaggi già premiano. Sono due traiettorie distinte ma convergenti, che finiscono per comprimere lo spazio moderato della coalizione e spostarne il baricentro ideologico. Questa sembra la novità di una fase estremamente concitata. E l’impressione è che questo sarà un elemento centrale nella lunga fase pre-elettorale, dominata dalla radicalizzazione del discorso pubblico, ma più marcata a destra che non dall’altra parte.

In questa situazione di spostamento trumputinista della coalizione meloniana, Carlo Calenda potrebbe porsi qualche domanda sulla rigida equidistanza tra i due poli. Il fatto che la maggioranza sia percorsa da un più acceso trumputinismo rende molto più complicato per Azione avere un rapporto con Meloni, Vannacci e Salvini, senza peraltro che, a parte sporadiche interviste di Marina Berlusconi, giungano da Forza Italia segnali di novità.

Il no compatto di tutte le opposizioni di ieri, in Parlamento, alla partecipazione italiana al Board personale di Trump dimostra che, sulla politica estera, o almeno sui suoi fondamentali, tra Azione e il centrodestra non può esserci convergenza. Quel no di tutte le opposizioni fotografa una linea di frattura netta sulla politica estera, vedendo Azione di qua, distinta e distante dall’attuale maggioranza. È una constatazione obiettiva. Il che non significa affatto che automaticamente Calenda guardi dall’altra parte, dove – ha ragione lui – persistono magagne non piccole. È possibile, però, che la dinamica trumpian-putiniana in atto porti la maggioranza verso lidi di destra troppo lontani da Azione.

La questione non è tattica. Sta diventando addirittura culturale. Se la coalizione di governo sceglie di parlare a una destra sempre più identitaria e meno liberale, chi si richiama a tradizioni politiche di matrice rosselliana o gobettiana finisce inevitabilmente per trovarsi fuori asse. La questione forse non prefigura nuove alleanze elettorali, ma una strategia diversa per chi sta al centro del panorama politico. E soprattutto interpella chi ha il compito di dare al campo largo un profilo serio e di governo, cioè il Partito democratico.

Elisabetta Gualmini, uscendo da quel partito per approdare proprio ad Azione, ha fatto capire che per il gruppo dirigente del Nazareno quel compito è improbo. A Elly Schlein spetta l’onere di smentirla. La partita, alla fine, sta tutta qui: chi sarà meno estremista avrà maggiori possibilità di vincere. Per ora, da questo punto di vista, la destra è messa male.

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