Non è vero che le cose non cambiano. E non è vero che bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi eccetera. No. Le cose cambiano eccome. Ce lo racconta la frana di Niscemi, che oggi, 16 febbraio, compie un mese. Un mese dal primo “avvertimento”, quello ignorato, propedeutico al grande smottamento del 25 gennaio. Un mese di allarme, paura, persone sfollate, visite istituzionali, appelli, aiuti, “mai più”, retroscena, pianti in diretta, talk. Un grande movimento, intorno a una città che affonda.
E non è vero che le cose non cambiano, dicevamo, perché mentre prima lo schema era: tragedia – rammarico – stato di emergenza – indaga la procura – impegni solenni affinché ciò non si ripeta (fino alla prossima tragedia, e si ricomincia). Adesso, a questo gioco dell’oca sull’abisso si aggiunge un’altra casella: l’intelligenza artificiale. Insomma, a evitare altri drammi come questo, nell’incapacità della politica e delle istituzioni, ci penseranno Gemini, o forse ChatGpt. È una delle ultime novità.
La notizia è questa: nell’inchiesta aperta dalla Procura di Gela per disastro colposo, l’Intelligenza artificiale sarà utilizzata in via sperimentale. Non per scrivere sentenze, non per sostituire i magistrati, ma per fare quello che gli uffici fanno da sempre con enorme fatica: leggere, ordinare, incrociare, capire.
Abbreviare radicalmente i tempi di analisi dell’enorme mole di documenti che verranno acquisiti, incrociare rapidamente dati, mappe, concessioni edilizie, interventi sui luoghi, autorizzazioni: sono solo alcuni dei vantaggi promessi dall’uso dell’IA in un’indagine complessa come quella sulla frana di Niscemi. Migliaia di carte, faldoni che raccontano trent’anni di trasformazioni urbanistiche, di manutenzioni fatte e non fatte, di allarmi lanciati e forse ignorati.
I pm coordinati dal procuratore Salvatore Vella devono ricostruire la storia della frana dal 1997 a oggi. Non è solo un problema geologico. È una biografia amministrativa. Chi ha firmato cosa, quando. Quali pareri sono stati richiesti. Quali relazioni tecniche segnalavano criticità. Quali lavori sono stati autorizzati. E quali mai realizzati.
L’intelligenza artificiale arriva dove l’umana indolenza ha fallito e consentirà di osservare e ricostruire le modifiche dei luoghi negli anni con un dettaglio quasi chirurgico: dalle singole particelle catastali alle strade, fino agli edifici. Una mappa dinamica del cambiamento. O, se preferite, della progressiva fragilità.
Un mese dopo, Niscemi è ancora sospesa. Le crepe sono lì, fisiche e simboliche. Ogni tragedia riparte da zero, come se fosse la prima.
Nel frattempo, però, la frana non è rimasta ferma. Dalle verifiche tecniche sono emersi nuovi rischi lungo la strada provinciale 11, l’asse che collega la città verso Gela e Vittoria e che oggi è diventato una linea di faglia amministrativa prima ancora che geologica. Sono state sgomberate altre abitazioni. Non solo case private: anche un laboratorio per la lavorazione del marmo e un’attività commerciale per la vendita di prodotti agricoli hanno dovuto chiudere i battenti.
Il fronte della frana si è allargato. I sopralluoghi dei tecnici – Anas, Protezione civile, Comune – hanno evidenziato condizioni di instabilità anche in aree che inizialmente non erano state classificate come zona rossa. La terra continua a muoversi, lentamente ma con costanza, e ogni nuovo rilievo porta con sé una revisione delle perimetrazioni, dei divieti, degli elenchi degli sfollati.
La provinciale 11 resta l’arteria più fragile. I tecnici dell’Anas hanno avviato ulteriori rilievi per valutare interventi urgenti e mettere in sicurezza il tracciato. Si parla di fondi da intercettare, di procedure accelerate, di lavori “indifferibili”. Ma intanto la viabilità è compromessa e per chi vive o lavora in quelle contrade il disagio è quotidiano: percorsi alternativi più lunghi, isolamento, clienti che non arrivano, merci che non partono.
La Procura di Gela prosegue intanto con l’acquisizione dei documenti. I rilievi tecnici si affiancano alle testimonianze, alle relazioni pregresse, alle segnalazioni rimaste nei cassetti. L’obiettivo è ricostruire non solo il “come” ma il “perché”: perché in un’area già classificata come a rischio si è continuato a costruire o a intervenire senza una strategia strutturale di consolidamento? Perché gli allarmi, quando c’erano, non sono diventati priorità politiche?
Sul piano sociale, la frana ha cambiato la geografia emotiva della città. Le famiglie sgomberate attendono soluzioni definitive, non contributi tampone. Le attività economiche sospese chiedono certezze, non sopralluoghi a favore di telecamera. Il timore è che, passato il primo mese di attenzione mediatica, tutto rientri nella normalità del dissesto siciliano: un problema cronico gestito come emergenza episodica.
Non è vero che le cose non cambiano. Cambiano anche a Niscemi. Si allarga la zona interdetta, si aggiornano le mappe del rischio, si sperimenta l’intelligenza artificiale nelle indagini. Ma la domanda resta intatta: cambierà anche il modo in cui si governa il territorio?
Perché una frana non è mai soltanto un evento naturale. È il punto d’incontro tra pioggia e burocrazia, tra argilla e delibere, tra pendii e silenzi.
E a proposito di burocrazia, l’altra grande emergenza siciliana di queste settimane – quella provocata dal ciclone Harry – non sta offrendo uno spettacolo molto diverso.
Anche lì, il copione sembrava pronto: stima dei danni, stato di calamità, visita istituzionale, fondi promessi. Poi, però, la macchina si è inceppata. Il Ministero dell’Economia ha chiesto alla Regione una quantificazione più dettagliata dei danni. Le cifre inviate non bastano. Servono tabelle più precise, settore per settore. Agricoltura, infrastrutture, edilizia pubblica. Non una cifra complessiva, ma un inventario chirurgico del disastro.
Il risultato? Stanziamenti congelati. In attesa di chiarimenti. In attesa di numeri migliori. In attesa di una burocrazia che parli la stessa lingua tra Palermo e Roma.
La visita della premier, che avrebbe dovuto rappresentare il sigillo politico sull’emergenza, resta in standby. Prima bisogna rifare i conti. Prima bisogna convincere il Mef che i danni sono quelli dichiarati. Prima bisogna dimostrare, carta alla mano, che non si tratta dell’ennesima emergenza “gonfiata” per intercettare risorse.
Il paradosso è che, mentre a Niscemi la Procura sperimenta l’intelligenza artificiale per leggere meglio trent’anni di carte, sul fronte dei danni da maltempo si resta impantanati nella difficoltà di compilare correttamente le tabelle. Qui non è questione di algoritmi sofisticati, ma di contabilità elementare e coordinamento istituzionale.
La Regione assicura che le ricognizioni sono in corso. Che i numeri verranno aggiornati. Che i fondi arriveranno. Ma intanto imprese agricole, comuni, cittadini aspettano. E aspettare, in Sicilia, significa spesso logorarsi.
Se la frana di Niscemi racconta il fallimento della prevenzione, il ciclone Harry racconta quello della gestione. Non è solo un problema di soldi. È un problema di credibilità amministrativa. Quando Roma chiede dettagli e Palermo non li ha pronti, non è una disputa tecnica. È il sintomo di una fragilità strutturale.
Così la Sicilia si ritrova con due emergenze parallele: una che scava nel terreno, l’altra che scava nella burocrazia. Da una parte la terra che cede, dall’altra le procedure che rallentano. In mezzo, cittadini e imprese che chiedono la stessa cosa: tempi certi.
Non è vero che le cose non cambiano. Cambiano anche troppo. Cambiano i nomi dei cicloni, cambiano le tecnologie usate nelle indagini, cambiano le promesse. Quello che fatica a cambiare è la capacità di trasformare l’emergenza in riforma.
E allora la domanda finale non riguarda solo Niscemi. Riguarda un’isola intera: useremo l’intelligenza artificiale per leggere meglio il passato, o troveremo finalmente l’intelligenza politica per non ripeterlo?