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Le Olimpiadi di Monaco 1972 sono tristemente note per l’attentato ad opera dell’organizzazione palestinese Black September che portò alla morte di 11 tra atleti e allenatori israeliani e un membro delle forze di polizia tedesche. Ma sono passate alla storia anche per il tentativo di dare alla Germania un nuovo volto dopo il periodo nazista: era il 1965 quando Monaco si candidò come città ospitante. Il compito fu affidato al designer tedesco Otl Aicher, che insieme al Dipartimento xi da lui guidato, che arrivò a comprendere fino a 82 persone, orchestrò un sistema rigoroso ma flessibile che permise lo sviluppo di un’immagine moderna, gioiosa e accogliente. Ne parliamo con Alessandro Rinaudo, inglese, grafico di formazione e fondatore di Munich 72 Collected, archivio di materiali legati all’identità visiva di Monaco 72.
Da dove viene la tua passione per questa edizione delle olimpiadi e come hai iniziato a collezionarne i prodotti?
Da ragazzo sono sempre stato appassionato di sport e di Olimpiadi. La grafica di Monaco 72 mi colpì immediatamente quando ne lessi in una rivista di design durante il mio primo anno di studi: i colori audaci, l’approccio sistematico alla progettazione, le composizioni tipografiche dei manifesti per la serie di eventi culturali, il design essenziale del sistema di pittogrammi e ovviamente il bassotto di nome Waldi. Feci ulteriori ricerche e mi appassionai al fatto che ogni elemento, dai libretti informativi ai pass e alle uniformi, fosse progettato in modo così accurato. L’estensione dell’identità visiva era immensa, non avevo mai visto niente di simile. Dopo alcuni acquisti su aste online ero conquistato. Sono poi riuscito ad acquisire un set completo dei manifesti sulle discipline sportive in formato A1 da una coppia tedesca in pensione che aveva lavorato nella pubblicità durante gli Anni 70 e che in quegli anni collezionò molti pezzi. Riuscii a vendere 6 o 7 manifesti al prezzo che avevo pagato per l’intero set e da lì incominciai. Ho costruito la mia collezione personale principalmente con il ricavato dei pezzi di Monaco 72 che trovavo e rivendevo.

Come trovi il materiale che collezioni?
Ore e ore scandagliando Ebay di diversi paesi, annunci tedeschi, aste, gruppi sui social e attraverso contatti costruiti negli anni con venditori o altri collezionisti. Di tanto in tanto qualcuno mi contatta direttamente offrendomi pezzi trovati nelle cantine e nelle soffitte dei loro parenti.
Qual è il tuo pezzo preferito, quello a cui sei più affezionato?
Con una collezione così vasta, probabilmente di circa 700 pezzi, è difficile sceglierne uno, ma se fossi costretto a vendere tutto e tenerne solo una manciata sceglierei: 1) il pupazzo di legno di Waldi d’ispirazione Bauhaus disegnato da Elena Winschermann e sorprendentemente prodotto da Steiff, il famoso marchio di peluche; 2) il manifesto dedicato alla torcia olimpica. Mi piace come risulti molto semplice, con solo un gioco nelle strisce dell’arcobaleno e includa tutti i colori della palette dell’identità visiva senza risultare troppo chiassoso; e 3) alcune prove di stampa dei manifesti dedicati alle varie discipline olimpiche, molto interessanti dal punto di vista della progettazione perché danno un’idea del processo creativo del team di design – qualcosa che normalmente il pubblico non vede.

C’è un pezzo particolare che cerchi e che non hai ancora trovato?
Ho perso un paio di volte il Konzeption Beschilderungssystem progettato da Alfred Kern, un libretto di sedici pagine in formato A4 che illustra le guideline per il sistema di segnaletica del parco olimpico. E poi la tuta argentata disegnata da André Courrèges per i corrieri in bicicletta e indossata da Aicher, che era solito guidare una delle bici fornite al Comitato Organizzatore da BMW – non credo di averne mai incontrata una in vendita. Poi ci sono alcuni pezzi che mi piacerebbe trovare per completare alcune sezioni della collezione, tipo i biglietti non vidimati delle competizioni di tiro con l’arco e pentathlon moderno e un paio di tessere identificative e badge per mostrare l’uso della palette cromatica completa.
La cosa più sorprendente del lavoro di Otl Aicher e del suo team è che hanno progettato un’identità molto controllata e che, considerando i canoni estetici e gli elementi grafici che utilizza, avrebbe potuto essere percepita come molto “corporate”, riuscendo però a sviluppare applicazioni incredibilmente vivaci e accessibili. Come pensi ci siano riusciti?
Nonostante le guideline progettuali fossero strette, permettevano quello che Aicher chiamava «un gioco con delle regole». Mentre i colori, lo stemma, la tipografia, le griglie e la mascotte erano predeterminati, il team di Aicher aveva la libertà di inventare diverse combinazioni all’interno di questi vincoli: questo creò un’uniformità visiva fondata sulla relazione tra le applicazioni piuttosto che sull’uniformità. La palette giovanile, fresca e rilassante (che intenzionalmente evitava il rosso, nero e oro della bandiera tedesca) era mirata a creare un’identità gioiosa e vibrante – dei Giochi arcobaleno.

Monaco seguì a Messico 68, altro esempio di identità celebre e molto vasta. Nessun progetto grafico di altri Giochi sembra aver raggiunto queste vette in termini di qualità visiva e precisione progettuale. Cosa pensi che abbia reso l’identità di Monaco 72 così memorabile e iconica?
Le idee di Aicher – accresciute dal contributo creativo di Rolf Müller – si sono potute realizzare appieno perché libere dalle interferenze degli sponsor e supportate da Willi Daume, presidente del Comitato Organizzatore. La struttura collaborativa del dipartimento di design ha aiutato i team leader e i designer a lavorare con libertà e penso che questo si veda nei loro risultati. Considerando la vastità del lavoro è chiara la ragione per cui questa identità sia così celebrata: si tratta di un progetto che appare ancora moderno e rilevante dopo cinquanta anni.