Gli italiani che vogliono votare No al referendum per sconfiggere Giorgia Meloni e possibilmente cacciarla sono già in fila davanti ai seggi elettorali, mischiati agli altri, quelli che vogliono votare Sì per difendere il «proprio» governo e per dare un colpo ai magistrati. Più o meno sono divisi a metà, molto determinati a votare. Ma non sono molti. Anzi, sono molto meno di quelli che ai seggi elettorali non si avvicinano proprio. Non lo fanno adesso, virtualmente, e difficilmente lo faranno il 22 marzo.
La campagna referendaria – sia nel campo del Sì che in quello del No – sta diventando la più brutta, distorta e strumentale di sempre. Piena di esagerazioni, accuse reciproche roboanti e improbabili, vere e proprie falsità, secondi fini. E potrà solo peggiorare: ora che al centro-destra è venuta la paura di perdere, i suoi portavoce gettano nel calderone della polemica gli argomenti più disparati ed estremi. I delitti degli immigrati, i reati impuniti, la sicurezza dei cittadini violata… tutta roba che non ha niente a che vedere con – figurarsi – i criteri di elezione del Csm.
Dispiace in particolare per chi da sinistra ha deciso onestamente di spendersi per una battaglia di civiltà contro le oggettive distorsioni dell’organizzazione dei magistrati, schierandosi per il Sì: il referendum, com’era facile prevedere, non sarà su questo.
Non che vada meglio per tanti sostenitori del No, se dovessero scoprire che, per molti dirigenti del Pd di vario orientamento, quel voto sulla riforma della giustizia sarà solo il surrogato dl congresso del proprio partito: dunque andranno alle urne per decidere se mandare via la segretaria Elly Schlein (vincesse il Sì) oppure tenerla (vincesse il No). Lo riconoscono loro stessi, come fosse una cosa inevitabile. Bella consolazione.
Il punto è che questa degenerazione del confronto referendario rischia di tenere tanta gente lontana dai seggi elettorali, e ancora più lontana dalla politica di quanto già non sia (ed è molto). In una fase storica in cui tutti i partiti, e anche il Capo dello Stato, mostrano preoccupazione per la disaffezione dei cittadini, si sta concretamente realizzando la combinazione perfetta per peggiorare la situazione.
È del resto proprio per questo motivo che la maggioranza di centro-destra ha abbandonato progetti di riforma ben più ambiziosi e significativi di quello sulla giustizia. Tradendo i punti centrali del programma elettorale, sono stati mollati per strada sia il premierato che il federalismo differenziato: dopo averli promessi per anni, hanno ritenuto che fosse impensabile sottoporli alla obbligatoria conferma referendaria. Perché la debacle sarebbe stata scontata. A pensarci, è un bel paradosso del nostro sistema democratico: i temi identitari sui quali Fratelli d’Italia e Lega hanno ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni politiche sono stati abbandonati nella convinzione che gli elettori non li avrebbero mai fatti passare. Una rinuncia realistica, ma anche una prova di scarso coraggio e di nessuna coerenza.
In realtà l’impressione è che da questa scadenza referendaria non uscirà nulla di buono, chiunque la vinca. Perché, appunto, chiunque la vinca penserà di aver vinto un’altra battaglia rispetto a quella dichiarata, ma l’avrà fatto grazie alla mobilitazione dei propri elettori fedeli e allontanando tutti gli altri. Dunque non sarà migliorata la qualità della democrazia italiana (della qualità del sistema giustizia non parliamo proprio) e, in definitiva, si sarà ampliato il numero degli incerti e dei diffidenti verso la scelta elettorale che bisognerà fare nel 2027 sulle coalizioni e sui partiti.
Già oggi, secondo l’ultimo sondaggio di Ipsos, il totale di non-voto, astensione e indecisi è salito al 42,5 per cento, cioè il massimo dell’ultimo anno, quasi quattro punti in più delle politiche del ’22. Tutti i leader pensano che proprio in questo bacino ci siano le risorse per vincere il prossimo anno una battaglia elettorale molto incerta. Intanto, però, regalano a questi stessi italiani lo spettacolo – e il referendum – peggiore possibile.