Quando le mie amiche avevano ancora figli abbastanza piccoli da risultare impressionabili, suggerivo sempre come shock didattico la frase «Studia, sennò diventi come la zia Guia». Significava: sennò poi devi passare la vita adulta a colmare lacune.
A venti e qualcosa anni, avevo un fidanzato che faceva la mia imitazione: camminavo bella serena, firulì firulà, e poi all’improvviso nel manto stradale si apriva una voragine. Era una lacuna, e ci precipitavo dentro.
Uno dei drammi che non potrò mai comprendere è quello di chi andava bene a scuola. Spesso chi andava bene a scuola non ha poi combinato granché nella vita. La maggior parte degli esseri umani non combina granché nella vita, ma per chi era uno studente modello il confronto è impietoso: ero quello con tutti dieci, i prof mi portavano a esempio, e poi niente.
Li riconosci, gli ex bravi a scuola cui la vita non ha poi riservato le soddisfazioni promesse, perché parlano molto dei loro risultati scolastici di trenta o quarant’anni prima. Si ricordano gli esami universitari in dettaglio. Ti dicono che sognano la maturità, dove ovviamente presero 60, ma nel sogno fanno scena muta.
Io la maturità non l’ho mai sognata, ma neanche l’ho mai preparata: avevo diciott’anni, ero interessata solo alla mia vita sentimentale. Un sacco di cose che ho imparato dopo, ho capito poi, man mano che tamponavo voragini di lacune, le avrei potute imparare più comodamente a scuola.
Ho citato per anni un analista che, a fine liceo, mi aveva svelato il concetto di vita provvisoria elaborato da Marie-Louise von Franz: quel meccanismo che ti fa pensare che domani sì, quando sarai magra sì, quando avrai finito questa stesura del grande romanzo italiano sì. Ogni tanto vorrei andarli a cercare, quelli ai quali ne parlavo, e chieder loro perché non mi abbiano mai dato la risposta ovvia.
La risposta ovvia – adesso lo so, ma l’avrei saputo anche allora se fossi stata attenta nelle ore d’italiano – è: ah, l’ultima sigaretta di Zeno. «Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo». Non me l’hanno detto per non essere sussiegosi, o perché anche loro erano troppo occupati con le loro vite sentimentali, in quinta liceo, per stare attenti nelle ore di italiano, e sapere qualcosa di Italo Svevo?
Ogni volta che vado al Duse, il teatro al quale ero abbonata da ragazzina, mi chiedo cosa capissi considerato quant’ero ciuccia. L’“Affabulazione” di Pasolini fatta da Gassman cosa mi diceva? Però mi ricordo che avevo in cameretta dei libri di Pasolini, forse avevo saltato gli interi programmi scolastici per passare direttamente alla seconda metà del Novecento.
Mentre guardavo “La coscienza di Zeno” in un allestimento costruito attorno al supercalifragilistico talento di Alessandro Haber, mentre pensavo alla me ventenne che passa un capodanno a casa di Haber perché è talmente asina che pensa che da grande farà l’attrice, mentre guardavo Haber che faceva Zeno, Zeno che faceva me e abbandonava una facoltà proprio nel momento di dare un esame, «ma era un caso», pensavo anche: ma meno male.
Meno male che non sapevo niente, sennò t’immagini quel che avrei scritto, tra i venticinque e i trent’anni, del libro più à la page di quel periodo, “Il diario di Bridget Jones”? Fossi stata una di quelle coi buoni voti, poi non mi sarei trattenuta, e sarei finita a scrivere come quei laureati pedanti pieni di «per dirla con Tizio» o «parafrasando Caio». I chili di Bridget come l’ultimo tradimento di Zeno, annotati nel diario. Che articoli noiosissimi ho risparmiato ai lettori, parlandone da vivi.
Guardavo Zeno Cosini che fuma, guardavo Alessandro Haber che fuma su un palcoscenico e chissà che deroghe alle regolamentazioni antincendio hanno dovuto chiedere per farlo fumare, in questo secolo prescrittivo, e pensavo a Mike Nichols che fa il verso ai produttori che gli chiedono se non si possa rendere questa lady Macbeth un modello comportamentale più adatto alle ragazze: io me li vedo, quelli che dicono eh ma certo nei teatri sarà un problema, non possiamo fare uno Zeno che svapa?
Guardavo Zeno Cosini che aveva, per la brutta fanciulla che lo amava, tutto il disdegno che non voleva ammettere avesse per lui la di lei bella sorella che lui amava, e pensavo che se a scuola qualcuno mi avesse spiegato che Zeno Cosini aveva le stesse paturnie mie, nonostante fosse coetaneo di Sigmund Freud e non di Sandy Marton, allora magari avrei studiato. Ma forse no, forse non c’è redenzione dalla ciucciaggine; ma soprattutto forse, sebbene io passi le giornate della mia vita adulta a dire il contrario, esiste l’inconscio.
E, se esiste, il mio aveva comunque recepito qualcosa, orecchiato l’essenza di Zeno Cosini, capito che ogni sua annotazione d’ultima evenienza sul suo diario, ultima volta, ultima sigaretta, ultimo tradimento, ognuna di quelle vite provvisorie ero io, lo sapevo e quindi non avevo bisogno di leggerlo, avevo già quella nevrosi senza bisogno di specchiarmi nella sua versione letteraria.
Ero stata una bambina degli anni Ottanta, coi film di Woody Allen avevo più familiarità che con la girella Motta, quando in quinta arrivammo a Svevo col programma avevo già avuto il mio primo analista freudiano, ma neanche quello era bastato a rendermi studiosa. Sarebbero dovuti passare decenni, sarei dovuta tornare nel teatro della mia infanzia a vedere un attore che conoscevo da ragazza fare un personaggio che non avevo studiato da ragazza per capire che anche quel che non studi si sedimenta nell’inconscio. E che Svevo, non solo con Zeno ma con le sue lettere e tutto il resto, non era il programma di italiano di quinta: era la profezia del mondo d’un secolo dopo la sua uscita.
«Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e studiare quello che l’altra metà avrà annotato. E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che così sarà sottratto alla vita orrida vera. E se una parte dell’umanità si ribellerà e rifiuterà di leggere le elucubrazioni dell’altra, tanto meglio. Ognuno leggerà sé stesso».
Eccoci qui, tutti Svevo, tutti mitomani che si baloccano con l’idea che lo psicanalista ami il nostro romanzo e ne parli in un congresso di settore, e delusi alla scoperta che ciò non accadrà, «Sarebbe stato un bel successo se il Freud m’avesse telegrafato: “Grazie di aver introdotto nell’estetica italiana la psicanalisi”». Chissà se, m’avesse la prof d’italiano didascalizzato che Italo voleva essere Woody, mi sarei decisa a studiare.
E invece è finita così, che ho potuto scoprire il cruccio di quelli che hanno studiato: quello che, se vivi abbastanza a lungo, poi le cose le sai lo stesso. Non è perché non le imparerai mai più, che te le insegnano in quegli anni di plasticità cerebrale: è perché in quegli anni qualcosa devono pur tenerti impegnata a fare, e perché saperle da prima è più comodo. Ma è ovvio che, se poi trascorri una vita di consumi culturali medi, saprai fare una versione di latino anche senza aver mai studiato il latino: parli con gli etimi latini da quarant’anni, da cinquanta, da sessanta.
Il dramma di chi andava bene a scuola e dopo venti, trenta, quarant’anni si ricorda i voti è la constatazione quotidiana che ciò non gli dà nessun vantaggio: sa le stesse cose di chi negli anni di scuola se l’è spassata. Bisogna essere gentili, con chi ha sacrificato quegli anni a studiare, negandosi le cose dilettevoli che ora non ha più il fisico per fare. Ma, soprattutto, bisogna celare ai piccoli che la fine della zia Guia non è l’anatema che sembrava.
«Non c’è che un solo rimorso, quello di non aver saputo fare il proprio interesse», c’è scritto in quel romanzo del quale la prof di italiano non era riuscita a farmi interessare nonostante le parole magiche sul suo essere il primo romanzo sulla psicanalisi. Alle interrogazioni bluffavo non sapendone niente, eppure nei trentacinque anni successivi nessun libro mandato voracemente a memoria mi ha resa a sua immagine quanto l’egoismo e la vita provvisoria di quello stronzo di Zeno Cosini.