Oggi (mercoledì 11 marzo, ndr) viene presentata a Milano una ricerca sulle dinamiche migratorie dei laureati riguardanti l’Italia e in modo particolare la Lombardia. La ricerca è stata promossa dall’associazione “Per l’Italia con l’Europa” e condotta dal dipartimento di Statistica applicata dell’Università Cattolica, sotto la direzione del professor Alessandro Rosina.
Come per i capitali finanziari, esistono i mercati del capitale umano, che si muove, valica frontiere, spinto, come ogni forma di capitale, dalla ricerca della miglior remunerazione.
Questo studio mette in evidenza alcune dimensioni assai critiche per l’Italia, e anche per la Lombardia, generate dai movimenti del capitale umano ad alta qualificazione, i diplomati e laureati.
Nel decennio 2015-2024 hanno lasciato il Paese 367.000 giovani tra i 25 e i 34 anni, di cui il 40% laureati al momento della partenza. I giovani che se ne vanno si aggiungono alla riduzione demografica delle coorti e ad una bassa attrattività dei flussi migratori.
La cornice socioeconomica entro cui si muovono questi flussi aggrava il dato: abbiamo una delle più basse percentuali di giovani laureati in Europa; abbiamo uno dei tassi più alti di Neet (secondi solo a Romania) e di donne inattive; abbiamo uno dei più bassi livelli di investimenti in ricerca e sviluppo in Europa (in percentuale sul prodotto interno lordo). Nel 2024 l’Italia ha investito in ricerca e sviluppo circa l’1,4% del Pil, contro una media Ue superiore al 2% e valori prossimi o superiori al 3% nella maggior parte dei Paesi del centro e nord Europa.
E sul fenomeno delle partenze di diplomati e laureati la tendenza è all’aumento: nel 2015 gli espatri con titolo di studio medio o alto erano il 52% del totale, nel 2024 sono saliti al 68% (in Lombardia dal 54% dal 71%). Di contro, la percentuale dei rientri è in costante calo: nel 2024 i rimpatri sono stati un quarto degli espatri.
Ma la geografia di questi flussi di laureati aggiunge elementi all’impatto sullo sviluppo e sulla competitività. I saldi migratori di giovani tra i 18 e i 34 anni presentano tra nord e sud d’Italia differenze impressionanti: nel periodo 2011-2024 il nord ha visto partire per l’estero 211.000 giovani, ma anche ne ha visti immigrare dall’estero 403mila. Nell stesso periodo il sud ha perso verso le regioni del centro-nord 484.000 giovani, e verso l’estero altri 162.000. Doppia emorragia per il tessuto economico e demografico del sud.
Quanto al nord il saldo positivo si crea principalmente grazie a flussi provenienti dal sud Italia e dai Paesi emergenti (solo il 10% degli immigrati proviene dalla Ue, un valore significativamente inferiore rispetto a Germania e Spagna). Questo segnala una minore integrazione dell’Italia nei circuiti delle mobilità intraeuropea, che tendono a coinvolgere profili mediamente più qualificati e maggiormente inseriti nei settori ad alta intensità di conoscenza. Questo dato è descrittivo di due sofferenze parallele, benché diverse, tra nord e sud. In quest’ultimo è in corso un vero e proprio dissanguamento di popolazione giovane e formata. Nel nord è in corso invece una lenta sostituzione di capitale umano giovanile tra l’entrata di flussi meno qualificati ed integrati nei circuiti europei, e l’uscita di giovani collocabili sui mercati del lavoro internazionali più sofisticati. Questa transizione peraltro è sia causa che conseguenza del deteriorarsi delle condizioni retributive per i giovani laureati anche nel nord e nelle aree ad elevato sviluppo come l’area metropolitana milanese. Mediamente gli stipendi di ingresso per i laureati sono più bassi del 44% rispetto alla Germania e del 64% rispetto alla Svizzera.
La bassa attrattività dei posti di lavoro in Lombardia per chi ha studiato e vive nel nord e per chi vive in Europa, è ulteriormente dimostrata da questo dato: per ogni giovane di altri Paesi europei che arriva a lavorare a Milano, partono verso Paesi europei quasi quattro giovani milanesi. Molto peggiore il rapporto per l’Italia nel suo insieme: per ogni giovane che arriva dall’Europa, dieci giovani italiani partono verso l’Europa.
C’è poi anche un tema di capacità di integrazione e utilizzo delle competenze degli stranieri che arrivano in Italia. I dati mostrano inefficienze di inserimento adeguato nel tessuto economico e produttivo: circa il 50% degli stranieri occupati in Italia risulta sovra qualificato, cioè ne sprechiamo le competenze.
Nel complesso i messaggi che emergono da questo studio mettono in evidenza come il fenomeno della fuga di capitale umano sia parte attiva di un insieme interconnesso di fenomeni strutturali a carico degli equilibri socioeconomici del Paese. Il primo è il divario produttivo nord-sud, come già evidenziato, che è causa di emigrazione di cervelli ma che è a sua volta aggravato, in una spirale perversa, dall’esodo di capitale umano giovanile e competente, portatore di innovazione e sviluppo.
Il secondo è il nodo endemico della piccola dimensione d’impresa in Italia, che spesso, non sempre, costituisce ostacolo agli investimenti sull’innovazione, sulla ricerca e sviluppo, sulla formazione e sul crearsi di una forte cultura d’impresa. Che sono i fattori che rendono attrattive le prospettive di lavoro ai portatori di competenze sofisticate.
A tutto questo, prima che sia troppo tardi, occorrono risposte. Che arrivino dalle politiche pubbliche, ai livelli di governo sia centrale che territoriale, dal sistema delle imprese e dal sistema dell’istruzione/formazione. Meglio ancora sarebbe dire che occorrono risposte dalla capacità di “fare sistema” dei tre soggetti indicati. Se le cose non cambiassero il percorso prevedibile verso il futuro non potrebbe che essere altamente incerto. La perdita sistematica di giovani e talenti, l’inasprimento degli squilibri nord-sud, il declino di innovazione e competitività del tessuto economico e produttivo, l’acuirsi negativo delle dinamiche demografiche, porterebbero ad un forte stress di sostenibilità dei livelli di vita conosciuti negli ultimi decenni e del sistema complessivo del welfare sociale.
La stessa Lombardia, pur forte delle sue capacità di attrazione di flussi migratori interni e dai Paesi emergenti, rimarrebbe prevalentemente un hub di passaggio, nel quale si spendono alcuni anni di formazione, per poi prendere la via di destinazioni estere.
Il quadro completo dei dati raccolti da questa ricerca viene presentato oggi, mercoledì 11 marzo, in un incontro pubblico alle 18, a Milano, presso la Sala Eventi della Fondazione IBVA, via Santa Croce 15 (M4 Vetra). Alla presentazione dei dati seguirà un panel di discussione, teso a far emergere proposte di politica pubblica e di politiche d’impresa, con Paolo Anselmi, Alessia Cappello, Carlo Cottarelli, Valeria Negri, Alessandro Rosina e Sergio Satriano.