
Per comprendere la vita musicale dell’Italia fascista è necessario conoscere le strutture e infrastrutture musicali del paese all’epoca della presa del potere di Mussolini, e come furono accresciute e trasformate sotto il regime. Ciò a sua volta richiede una certa familiarità con le persone che determinavano le politiche della burocrazia musicale interpretando, in base alle proprie idee, al proprio temperamento e istinto di sopravvivenza politica, generiche direttive del governo.
In cima a tutto, proclamando onniscienza divina nel campo della musica, come in altri ambiti, stava il duce. A quanto risulta dalle testimonianze, pubbliche e private, contemporanee e postume, sembra che l’amore per la musica in Mussolini fosse genuino. Le congetture sulla vastità delle sue conoscenze musicali variano assai; non si può però dubitare del suo desiderio di volgere la musica a proprio vantaggio politico. Dal momento in cui giunse al potere, le riviste musicali italiane stettero attente a cogliere ogni opportunità per ringraziarlo di aver ricevuto questo o quel musicista a Palazzo Venezia, di aver dato la sua approvazione a questa o quell’iniziativa musicale, o di ogni sua professione di interesse nei teatri d’opera, conservatori e corporazioni di musicisti della nazione.
Mussolini incoraggiava la stampa a descrivere e lodare la sua personalità poliedrica, specialmente durante i primi anni al potere, amava recitare la parte del raffinato amatore di musica che, a dispetto degli incommensurabili problemi e fatiche che il lavoro quotidiano gli imponeva, riusciva a trovare il tempo per le più belle cose della vita.
Nel 1927, la Biblioteca di propaganda fascista commissionò a Raffaello De Rensis, un noto giornalista musicale, un piccolo libro intitolato Mussolini musicista, volume venticinquesimo di una collana («Mussolinia») che si proponeva di gonfiare e glorificare ogni aspetto della vita del grand’uomo. Mussolini amava l’adulazione – e più scipita era meglio era – e l’opuscolo di De Rensis dimostra esattamente in qual modo il dittatore desiderasse veder rappresentati la sua cultura e i suoi gusti musicali.
Il piccolo Benito, nella natia Dovìa, frequentava diligentemente la chiesa per ascoltare le cantilene strascicanti dei credenti e il suono armonioso dell’organo, che gli davano uno strano e indefinibile turbamento. Quando giungevano gaie e rumorose bande romagnole per le feste religiose, egli era tra i più assidui ascoltatori; spesso le seguiva nelle marce per le strade del paese e il ritmo secco e baldo eccitava il suo spirito istintivamente guerriero. Nutriva una simpatia speciale per gli uccelli, e nella solitudine della campagna il loro cinguettio, il loro gorgheggio e il loro strido erano curiosamente ascoltati da lui, come fossero un linguaggio rivelatore di profondi misteri.
Dopo essersi dilungato in ulteriori fantasie ornitologiche, l’autore cerca di rimpolpare ii piu possibile le scheletriche informazioni che Mussolini stesso gli aveva dato circa la propria esigua educazione musicale. Un po’ di musica si faceva anche nella bottega del padre, il Signor Alessandro, che aveva per suo aiuto un violinista del villaggio. È pro‐ babile che Benito sia stato preso dal desiderio di imparare il violino proprio dal contatto con questo fabbro musicista […] Durante [gli studi] non si era mai distaccato dal suo fido violino […].
Descrivendo poi gli agitati anni giovanili del dittatore – durante i quali andava «raccogliendo nel suo petto il travaglio eroico dell’umanità» – De Rensis menziona un giorno del 1902, a Losanna, in cui a Mussolini «viene a mancare ogni mezzo per mangiare e per alloggiare». E qui lo cita direttamente: M’assale una malinconia infinita e mi domando, sulla proda del Lemano, se val la pena di vivere ancora un giorno […] Penso, ma un’armonia dolce come il canto di una madre sulla culla del figlio, devia il corso dei miei pensieri e mi volgo. Sono quaranta professori d’orchestra che suonano davanti al grandioso Hotel Beau Rivage.
M’appoggio ai cancelli del giardino, scruto il verde‐cupo fogliame degli abeti, tendo l’orecchio e ascolto. La musica mi consola cervello e ventre. Mussolini, riferisce De Rensis, riprese lo studio del violino a Forlì, nel 1909. Questa volta, sotto la guida di un certo Archimede Montanelli, «che rimaneva sorpreso degli straordinari progressi dello strano allievo». (Alcuni mesi dopo l’uscita del piccolo libro di De Rensis, Musica d’oggi, rivista edita dalla casa Ricordi – sempre abilissima a curare i propri interessi politici – pubblicava la rilevantissima notizia che il Montanelli aveva celebrato l’ottantesimo compleanno nella casa di riposo Vittorio Emanuele a Forlì.) Nel 1940, in una conversazione col giornalista francese Yvon De Begnac, Mussolini ebbe poi a definire il Montanelli «un ottimo insegnante». In quegli stessi anni iniziali, essendo egli allora direttore di un nuovo settimanale socialista che ebbe breve vita, La lotta di classe, il futuro dittatore frequentava la stagione d’opera «dal loggione del Comunale, pagando, per poter scrivere quello che pensavo. La critica musicale era intieramente mia. Nasceva nelle discussioni col Montanelli».
L’esame delle quattro pagine del settimanale rivela che Mussolini recensì in tutto due, forse tre rappresentazioni e che non era del tutto ignorante di musica. «Non discutiamo del repertorio. Forlì – a cagione del suo infelicissimo teatro – deve contentarsi quasi sempre di opere che sono ormai vere esumazioni musicali», dice un articolo non firmato del 2 aprile 1910.
Di moderno, nulla o ben poco. Il forlivese che vuol sentire Wagner deve sbattersi a Cesena o a Ravenna. Ciò è lamentevole dal punto di vista della coltura musicale. Per questo avremmo preferito due opere moderne, invece del Barbiere di Siviglia o I Puritani [Nel Barbiere:] la regina dello spettacolo è […] la soprano Saffo Michelini […] La sua voce e chiara e possente […] Gli altri artisti non tolgono, né aggiungono, pregio all’insieme […] Il maestro concertatore Manno […] ottiene da quel simulacro d’orchestra tutto ciò che […] è umanamente possibile d’ottenere […] Nei cori difetta la misura.
La recensione della settimana seguente sostiene che «l’esecuzione dell’opera I Puritani di Bellini […] è infinitamente superiore a quella del Barbiere di Siviglia». Il ruolo del baritono in questo «spettacolo di prim’ordine» era cantato dal ventunenne Mariano Stabile – «un artista sicuro». Al suo debutto ufficiale ancora mancava un anno; Stabile sarebbe poi diventato il più famoso protagonista di Falstaff in tutta la storia dell’opera verdiana.
Nel tentativo di aggiungere qualcosa che abbia l’aria di testimonianza di prima mano alle sue invenzioni sull’importanza della musica nella vita del giovane Mussolini, De Rensis cita Antonio Beltramelli, un romanziere nato e vissuto nella regione natale di Mussolini e divenuto in seguito ardente sostenitore e protetto del governo fascista. «Nelle ore più oscure», dice Beltramelli dei giorni forlivesi del futuro dittatore, si rifugiava nella musica, che lo conducesse lontano dove può vivere l’irreale, nel divino mondo dello spirito. Si ritirava in disparte col suo violino, e dimenticava di essere povero, solo, avversato […] in un placido mondo di spiriti impoveriti e guidati da gente senza cultura, senza entusiasmi, senza idealità, senza forza fattiva, senza orgoglio e senza coscienza.
