
Anche ieri Giorgia Meloni è tornata a utilizzare l’argomento secondo cui la separazione delle carriere sarebbe necessaria perché oggi il 95 per cento delle richieste dei pm vengono accolte dai giudici, con particolare riferento alle misure cautelari. Allo stesso tempo, quando i giudici hanno scarcerato attivisti dei centri sociali fermati per gli scontri di Torino, respingendo le richieste dei pm, Meloni è andata in tv a dire che era una vergogna (alla faccia del garantismo) e tutti i partiti della maggioranza ci hanno fatto i manifesti, invitando a votare Sì proprio per impedire che si ripetano simili aberrazioni.
Può sembrare una contraddizione, come il fatto che a guidare la campagna contro i pm politicizzati sia un governo e un ministero della Giustizia composto in gran parte da ex magistrati passati direttamente alla politica, dal ministro Carlo Nordio alla sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, senza dimenticare il potentissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Tutti magistrati che dopo avere fatto i pm o i giudici non hanno esitato a candidarsi in parlamento, ovviamente nelle file del centrodestra. Ma si tratta di contraddizioni solo apparenti, che hanno una spiegazione semplicissima.
Come si vede, il problema non è la politicizzazione della magistratura. Anzi, semmai, il problema è che pm e giudici non sono abbastanza politicizzati, e quindi, in qualche caso, si permettono di prendere decisioni sgradite al governo, che si tratti della scarcerazione degli attivisti di Torino o delle sentenze sui trasferimenti di migranti in Albania.
La mia non è un’illazione, è quanto Meloni e tutti i partiti della maggioranza dicono apertamente, invitando a votare Sì proprio per impedire che queste cose si ripetano. I sostenitori del Sì che chiedono di ignorare le loro parole per concentrarsi sul testo della riforma, oltre a disconoscere l’interpretazione autentica di chi quel testo lo ha scritto, commettono due ingenuità ai limiti dell’autoinganno.
La prima quando dicono che si tratta di esagerazioni retoriche tipiche dello scontro politico e pari a quelle del campo avverso, come ha detto ancora ieri sera Gian Domenico Caiazza a Piazza Pulita, come se le campagne dei vertici del governo contro questo o quell’indagato (l’attivista di Torino di cui Meloni ha chiesto in televisione l’incriminazione per omicidio volontario), contro questo o quel giudice (chiunque abbia preso una decisione sgradita si è ritrovato con il proprio volto su manifesti che lo additavano come nemico del popolo), questa o quella categoria di persone (immigrati, militanti dei centri sociali, avversari politici) fossero semplici parole, e non già un fatto, gravissimo, che segnala proprio il nostro progressivo scivolamento verso il modello ungherese.
La seconda ingenuità, chiamiamola così, commessa dai sostenitori del Sì consiste nel ripetere che per mandare a casa Meloni ci sono le elezioni, come se non sapessimo tutti quanti che una vittoria al referendum aumenterebbe di molto le sue probabilità di riconferma, e viceversa. Io, come avrete capito, spero che non se la cavi.
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