Il lavoro di Noémi Büchi è fatto di sperimentazione: dalla composizione elettroacustica alle performance dal vivo, ma anche show audiovisivi, musica per il cinema e per la danza contemporanea, per installazioni o sfilate di moda, per formazioni d’ensemble o orchestrali. Le sue opere sono state presentate in sale da concerto, festival e contesti istituzionali in tutto il mondo, collocando la sua pratica tra musica elettronica sperimentale e performance di matrice classica contemporanea.
Accanto ai lavori solisti, sviluppa progetti con ensemble e performer, che traducono il suo linguaggio compositivo in diversi formati performativi e spaziali. Il suo nuovo disco Exuvie lavora sul concetto di soglia: il luogo di passaggio tra materia e memoria, tra gesto fisico e astrazione elettroacustica. In questa intervista l’artista svizzera parla di durata, montaggio, riuso, errori produttivi e di una scelta precisa: costruire forme lente in un contesto che premia l’immediatezza.
Exuvie chiede tempo: è musica che non “ripaga” subito. In un ecosistema caratterizzato da skip, preview e algoritmi, che cosa significa oggi “attenzione”? È una pratica da coltivare, una forma di resistenza o un patto tra artista e ascoltatore?
Provo frustrazione per come sono cambiate le abitudini di ascolto. Il dominio delle playlist ha indebolito l’album come forma coerente e le piattaforme di streaming tendono a favorire brani brevi e subito “accattivanti”, riducendo la complessità e svalutando la pazienza. L’attenzione va coltivata di nuovo. La musica si dispiega nel tempo e richiede disponibilità a restare. Il nostro rapporto con il tempo è stato accelerato dalla tecnologia, mi interessa recuperare una percezione più lenta e focalizzata. È una forma di resistenza, ma anche un’insistenza interiore sulla profondità e sul dettaglio. L’ascolto può restare un atto attivo e impegnato, non un’abitudine di sottofondo.
In un brano, quando scegli durata, ripetizione, micro-variazioni e momenti di vuoto, scegli anche un modo di abitare il tempo. Quanto è consapevole e quanto è politica oggi la decisione di costruire forme di lentezza?
La scelta è consapevole e oggi ha una dimensione politica. Durata, ripetizione e vuoto resistono alla pressione della velocità e dell’impatto immediato. Propongono un’altra relazione con la musica. Accolgo la complessità e l’idea che la musica abbia bisogno di elaborazione interiore per evolvere. Non mi interessa l’identificazione immediata. L’ascolto contemporaneo tende a un consumo rapido, a una categorizzazione e stimolazione costante. Vorrei disinnescare questo riflesso. Per me la musica ha un potere quasi sacro: la rispetto nella sua opacità e nel suo bisogno di spazio. Le forme lente proteggono questa forza, invece di ridurla a qualcosa di subito digeribile.
Exuvie lavora con memorie musicali e non musicali. Quando riaffiora un ricordo d’infanzia ti interessa la sua fedeltà o ciò che può fare nel presente?
Mi interessa ciò che una memoria può diventare ora. Lavorare con la memoria è riciclare, rivalutare, reinterpretare e riusare materiale, non conservarlo. Ogni giorno viviamo variazioni di ciò che è già accaduto. Lo stesso vale nella musica. Una memoria è rilevante solo se si trasforma ed è capace di generare qualcosa di nuovo nel presente. Che sia un ricordo preciso o un suono che funziona conta meno della sua capacità di evolvere. La trasformazione lo rende vivo.
Il disco sembra costruire delle stanze immaginarie. Come progetti le soglie tra le diverse sezioni dell’album?
Le storie creano spazi. Ogni cosa crea spazio. Quello che percepiamo come narrazione è una macrostruttura fatta di microstrutture: gesti, tensioni, texture. Uno spazio si apre quando cambia l’equilibrio interno di queste microstrutture. Può essere uno spostamento di densità, spettro, ritmo o prospettiva. A volte è la sottrazione, non l’aggiunta. Quando cambia la relazione tra gli elementi, si entra in un’altra stanza, anche se il materiale resta collegato.
Esiste una pratica extra-musicale che ha inciso sulle scelte formali del disco?
Sempre. La pratica musicale è plasmata da ciò che vedo, vivo, annuso, e dalle persone che incontro. Non si tratta di riferimenti diretti, ma di influenze sulla struttura e sul carattere del mio lavoro. Traduco continuamente percezioni in suono, non in modo letterale ma come processo. Impressioni sensoriali ed emotive rimodellano la forma musicale. Il confine tra vita e composizione è poroso.
Nel testo stampa si parla di una “strana fame di intimità”. Per te, che cosa rende intimo un suono?
Un suono di per sé non è intimo: lo diventa attraverso l’immaginazione di chi ascolta. È questa trasformazione mentale che lo rende musica. L’intimità richiede proiezione, memoria e vulnerabilità. Non è una proprietà del suono ma una relazione tra il suono e la sua percezione.
Sono molti i riferimenti al pittore irlandese Francis Bacon. Come tradurre un “corpo deformato” in suono senza ricorrere alla distorsione?
Non traduco idee visive in tecniche musicali dirette. Non mi interessa illustrare la distorsione con una distorsione sonora evidente: si tratta più che altro di tradurre un sentimento, una sensazione o un movimento, e di raccontare come queste astrazioni occupano la mente.
Nel testo di uscita compaiono echi di videogiochi e anime…
Non c’è citazione diretta. Restano sensazioni.
Che cosa speri che il tuo disco susciti nell’ascoltatore?
Spero che l’ascolto diventi uno spazio di percezione più profonda di sé. Non come reazione emotiva istantanea, ma come processo di scoperta di stati interiori prima indistinti o inaccessibili. La musica può creare una zona sospesa in cui qualcosa diventa udibile pur non essendo ancora articolato. Può essere anche uno spazio di guarigione. Per me lo è sempre stato. Culturalmente è una forza, perché apre a attenzione, lentezza e chiarezza interiore.