
Nel brano “Sally”, Vasco Rossi canta il rimpianto dei tempi della spensieratezza citando un frutto emblematico: «Quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole». È il frutto dell’infanzia, il primo che forse impariamo a riconoscere per la sua forma e colore. In agricoltura la fragola era il segnale della fine dell’inverno, mentre in frutticoltura non è nemmeno un frutto, piuttosto un falso frutto perché sono gli acheni i veri frutti, i semini incastonati attorno alla polpa rossa.
Sul mercato italiano la fragola è sempre stata accolta bene, finché non ci siamo trovati spesso a mangiare fragole scadenti, senza sapore. Come per molti frutti, anche la fragola ha vissuto una metamorfosi che non è solo colturale, ma geopolitica e sociale, spostando il baricentro produttivo d’Italia e riscrivendo le abitudini d’acquisto delle famiglie.
La partita tra Spagna e Italia
Due potenze agricole europee che negli ultimi anni hanno giocato delle rilevanti partite sulla competitività della produzione, ciascuno con il proprio modello. La fragola italiana vive in un costante e dinamico confronto con il gigante spagnolo. Il distretto di Huelva, in Andalusia, rappresenta il principale polo produttivo europeo, capace di immettere sul mercato volumi massicci con una strategia di prezzo aggressiva.
Nel 2024, le importazioni italiane di fragole hanno toccato le 27.500 tonnellate, segnando un aumento del 13 per cento rispetto all’anno precedente (fonte: elaborazioni su dati Istat e Assomela). Tuttavia, il 2025 ha mostrato una capacità di resistenza del prodotto nazionale: sebbene l’import rimanga significativo per coprire i segmenti di primo prezzo, l’export italiano è cresciuto in valore, segnalando che il mercato europeo riconosce alla fragola italiana un premium price legato alla qualità organolettica. Il paradosso rimane la bilancia commerciale: l’Italia importa prodotto (spesso spagnolo, ma anche magrebino) soprattutto nei mesi invernali per soddisfare una domanda ormai destagionalizzata (il Capodanno o San Valentino), nonostante la produzione interna stia cercando di coprire proprio quei buchi di calendario.
La partita tra Spagna e Italia non è solo agricola ma industriale: la Spagna ha costruito un sistema basato sui volumi e sulla velocità logistica, mentre l’Italia prova a difendere un posizionamento di qualità.
Le fragole della Basilicata
Se la Spagna punta sui volumi, l’Italia ha risposto con i distretti di qualità, dove la Basilicata gioca il ruolo di capofila. In questa regione si coltivano circa 1.200 ettari di fragole, capaci di generare una produzione di cinquecentomila quintali, per un valore di mercato che supera i centocinquanta milioni di euro. A indicarci questi dati è Christian Nicodemo, head of marketing & brand strategy di Nicofruit, l’azienda di Scanzano Jonico nata nel 1993 e specializzata nella coltivazione di fragole e kiwi.
L’azienda è passata dai tre ettari iniziali agli attuali novanta, diventando il cuore dell’OP Frutthera Growers, che nel 2025 ha registrato un fatturato di oltre 34 milioni di euro. Lo scorso anno l’azienda ha festeggiato l’ottenimento dell’Igp Fragola della Basilicata, contribuendo alla costruzione del valore attorno al prodotto. Un valore che arriva grazie agli investimenti tecnologici. Come ci racconta Nicodemo, dal 2023 l’azienda ha investito in impianti di coltivazione fuori suolo. Una pratica che permette di isolare la pianta dal terreno, sostituendolo con fibra di cocco, ottimizzando l’uso delle risorse idriche e dei nutrienti, riducendo drasticamente il lavoro manuale faticoso e garantendo un frutto più pulito e salubre. Questo apre alle certificazioni di sostenibilità: con la collaborazione con l’Università della Basilicata, l’azienda monitora e riduce costantemente la propria carbon footprint. Secondo Nicodemo «mettere a dimora le fragole con questi sistemi colturali costa tra gli ottanta e i centomila euro per ettaro».
Anche la selezione varietale ha fatto la differenza: il settore ha abbandonato il concetto di fragola generica. Oggi il mercato è dominato da varietà proprietarie. Nicofruit punta per il 90 per cento sulla varietà Inspire, commercializzata sotto il marchio Fragola Matera®, di cui nel 2025 sono stati venduti ben 8,5 milioni di cestini. La scelta di Inspire, che ha parzialmente sostituito la storica varietà Candonga, è dettata dalla sua straordinaria shelf-life e dalla croccantezza, essenziali per superare indenni i due-tre giorni di logistica che separano la raccolta dal tavolo del consumatore. Questa varietà conserva poi una dimensione importante del frutto, e Nicodemo ci tiene a sottolineare che «fragola grossa uguale a insapore è solo un luogo comune non più valido per le fragole della Basilicata».
Fragole d’Italia
Se il Metapontino è un punto di riferimento per la fragolicoltura nazionale, il resto del Paese conserva, come solito, numerose peculiarità. La Campania ha incrementato i suoi ettari destinati alle fragole lo scorso anno, fermandosi a circa 1.150. In Sicilia, il distretto di Marsala è fondamentale per la precocità. Utilizzando varietà come Florida Fortuna, la Sicilia permette all’Italia di avere fragole nazionali già a dicembre, contrastando l’egemonia spagnola nel periodo invernale. In Veneto, la zona del veronese rifornisce i mercati del Nord nei periodi primavera-autunno, mentre la Romagna si specializza sempre di più in fragole di alta qualità per il mercato locale cercando di resistere alla concorrenza del Sud.
Miglioramenti da Sud
A proposito di concorrenza del Meridione, il settore ha subito una mutazione geografica radicale. Negli anni Settanta e Ottanta, la fragolicoltura era un asset fondamentale del Nord (Piemonte e Veneto in primis). Il miglioramento delle tecniche di trasporto e l’introduzione delle serre hanno favorito il Centro-Sud, che oggi, secondo i Report sull’Ortofrutta di Cso Italy, detiene il 66 per cento delle superfici nazionali. Al Nord resta circa il 22 per cento della produzione, spesso focalizzata su nicchie di montagna o produzioni estive rifiorenti.
I report mensili di Cso Italy per il 2025 delineano un consumatore italiano che presta sempre più interesse per la fragola (dopo anni in cui si era perso l’appeal), con una stagione che si è allungata sensibilmente, facendo aumentare gli acquisti nei mesi di marzo e giugno, mesi solitamente meno tipici. L’allungarsi delle vendite è sicuramente collegato a una qualità maggiore disponibile e alle tecniche colturali capaci di prolungare i periodi di coltivazione. E anche per il 2026 si pensa possa andare nella stessa direzione, se non meglio.

Conclusioni: il futuro è confezionato ed etico
È emblematico come la complessità dell’agricoltura si possa vedere anche davanti a una fragola. Il frutto anticamente coltivato lasciando strisciare per terra i suoi fusti, oggi conosce impianti che non toccano la terra. Si riesce a prolungare la stagione andando fuori dal classico periodo e, così facendo, si consente una maggiore disponibilità sul mercato, quindi maggiore consumo. Il tutto assistendo a una qualità del frutto che aumenta indubbiamente in termini di gusto (e di conseguenza anche il prezzo). Alcune aziende stanno investendo in comunicazione per recuperare il rapporto con consumatori rassegnati a fragole prive di sapore, soprattutto nella Gdo. Dopo anni di crisi nei consumi di frutta sembrano arrivare finalmente segnali incoraggianti. Con molta probabilità, parte del successo per il mercato italiano dipenderà dalla qualità offerta.
C’è bisogno di frutta buona che sia un’esperienza di gusto per giustificarne l’acquisto. Vale anche per la fragola: può allargare la sua presenza sul banco, ma resta un frutto esperienziale. Deve essere buono per avere senso. Deve essere locale e capace di raccontarsi al consumatore che non va più a farsi raccontare la storiella dal fruttivendolo sotto casa con il cestinetto blu di fragole in mano pronto alla vendita.