Due corpi, una sola sciaIl rapporto quasi telepatico che lega gli sciatori paralimpici ipovedenti alle loro guide

È una straordinaria simbiosi quella che lega Giacomo Bertagnolli e Martina Vozza, e le guide che li accompagnano verso Milano-Cortina 2026. Attraverso la fiducia e l’uso di interfoni, gli atleti superano i limiti della vista affrontando discese ad altissima velocità in un perfetto coordinamento tecnico e umano

Courtesy of the athletes

Pronti, partenza, via! I colpi di racchetta iniziali, la spinta esplosiva sugli sci, poi comincia la discesa: la velocità aumenta sempre più, così l’adrenalina. Tutto intorno, però, solo ombre e sagome sfocate. Fra queste, gli occhi si agganciano alla figura che precede in tuta sgargiante, anticipando i movimenti che seguono: ecco la guida. Nel casco, l’interfono scandisce rapide indicazioni: «Hop! Hop! Ora tripla! Questa prendila larga!».

Se osservata dall’esterno è molto affascinante, raccontata dall’interno la sintonia fra gli sciatori paralimpici con disabilità visiva e le loro guide diventa una simbiosi meravigliosa, una sinergia difficile a credersi: due corpi, una sola scia. È questo rapporto viscerale, quasi telepatico, che lega Giacomo Bertagnolli e Martina Vozza alle rispettive guide, Andrea Ravelli e Ylenia Sabidussi. 

Nella squadra italiana, Giacomo e Martina sono due dei tre sciatori appartenenti alla categoria Visually impaired (ipovedenti e ciechi) che gareggeranno ai prossimi Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, inaugurati oggi. «Per gareggiare alla pari, esistono quattro categorie», spiega Giacomo: «Ci sono gli AS1, ossia i ciechi totali; gli AS2, che vedono dal mezzo decimo in giù; poi gli AS3 come me, che ho 0,5 e 0,7 decimi, e infine gli AS4, che ci vedono un pochino meglio, ma sempre sotto il decimo». In base alla gravità del difetto visivo, i tempi reali vengono moltiplicati per un coefficiente diverso: «Il tempo viene “craccato”, questo il termine tecnico. Scorre più lentamente man mano la disabilità diventa più grave».

Giacomo Bertagnolli, 27 anni, è un vero campione: in palmarès, otto medaglie paralimpiche, diciassette mondiali. Le più importanti sono state sicuramente i due primi posti alle Paralimpiadi di Pyeongchang 2018 (appena diciannovenne) e i due ori a Pechino 2022.

Un amore, quello per lo sci, che è nato nella trentina Val di Fiemme quando era ancora piccolo: «Ho cominciato a tre anni, è stato mio papà a trasmettermi la passione. All’epoca avevo un filo di vista in più, che mi ha aiutato. Mio padre mi portava sempre fuori pista, era la mia attività preferita: nel peggiore dei casi bastava buttarsi nella neve fresca». Sulle piste a livello più o meno amatoriale fino a 13 anni, nel 2012 scopre la realtà delle Paralimpiadi: «Mi si è aperto un mondo. Il mio spirito agonistico ha avuto l’occasione di sfogarsi, e da lì in poi è stato un continuo progredire e aumentare il livello, fino a oggi». Portabandiera alla cerimonia di chiusura del 2018 e a quella di apertura del 2022, Giacomo ha restituito e poi ripreso il tricolore dalle mani dello stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Nel corso degli anni, lungo la sua crescita personale e sportiva, Bertagnolli è stato affiancato da quattro guide, via via sempre più brave: «Ho dovuto cambiarle perché a un certo punto ero diventato più veloce di loro». Dal 2019, però, il suo compagno di discese è Andrea Ravelli, 34 anni, con il quale si è instaurato un rapporto strettissimo: «È una persona in gamba in tutti i sensi, non solo sugli sci. Siamo molto affiatati: trascorro con Andrea tanto tempo quanto ne passo con la mia ragazza».

Alle Paralimpiadi, Giacomo disputerà tutte e cinque le discipline sciistiche, «dallo slalom, la più tecnica e piena di curve, alla discesa libera, la più pericolosa, in cui si toccano i 130 km/h. Bisogna avere fegato, per buttarsi giù». Soprattutto se ti manca il campo visivo centrale, come nel suo caso.

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È proprio su queste velocità che vengono messi alla prova i mesi di allenamento precedente, sia da un punto di vista atletico che, in particolare, mentale. «Un po’ di timore c’è sempre, ma ho imparato a essere perfettamente consapevole di quello che faccio sugli sci, e prendo solo rischi calcolati. La testa, per quanto mi riguarda, fa l’ottanta per cento del risultato: butto giù le punte il più possibile, scendo convinto, con coraggio. La paura si prende quel secondo decisivo che ti fa vincere o perdere una gara».

Per le competizioni che lo attendono sulla pista dell’Olimpia di Cortina, Giacomo è carichissimo: «Non vedo l’ora, sono quattro anni che mi alleno per dare il massimo in quel minuto e mezzo di discesa. Sono migliorato, rispetto ai tempi di Pechino 2022: ora voglio raccogliere i frutti di questo lavoro, di tutti gli sforzi e i sacrifici che ho fatto».

Andrea Ravelli, la guida, conferma: «Quando sette anni fa abbiamo deciso di collaborare, l’obiettivo a lungo termine erano proprio queste Paralimpiadi in Italia». Non tanto quelle di Pechino, ma Milano-Cortina. «Stiamo per arrivare al compimento di questo lungo percorso fatto di alti e bassi: di difficoltà, infortuni, momenti bui, di giornate sotto la pioggia, la neve o la grandine, ma anche di grandi soddisfazioni». Quello che vedremo in televisione è solo la punta dell’iceberg delle fatiche fatte in questi sette anni di allenamenti insieme. In particolare, del lavoro di coordinazione atleta-guida, una sorta di ballo a distanza in cui alla minima variazione dell’uno deve corrispondere una variazione dell’altro.

«Devo riuscire a esprimere il meglio senza che la guida mi limiti, ma neanche mi distanzi troppo», spiega Giacomo. E Andrea, a questo proposito, aggiunge: «Ho sviluppato una grandissima recettività. Ormai anche senza bisogno di girarmi, da quel che sento nel casco, riesco a capire più o meno dov’è. Io devo pensare a lui, essere i suoi occhi, mentre Giacomo deve rimanere completamente concentrato su se stesso e sui movimenti: fra di noi si instaura una perfetta complementarità».

Una sinergia che Martina Vozza, ventuno anni e alla sua seconda Paralimpiade, conferma: «Ylenia è il mio unico riferimento. Riesco a percepirne la sagoma, ma solo un pochino: la sua figura mi guida a zig-zag fra i pali che non riesco a vedere». Appartenente alla classe AS2, durante la discesa le indicazioni verbali con l’interfono montato nel casco sono fondamentali: «Devo essere precisa nei comandi», spiega Ylenia Sabidussi, trent’anni, la sua guida. «Le dico “hop!” a ogni curva dello slalom, oppure “sole!”, “ombra!” quando cambiano le condizioni di luce, e così via».

La storia di Martina, la più giovane atleta italiana a partecipare ai Giochi Paralimpici Invernali (nell’edizione del 2022, a Pechino), ricalca in parte quella di Giacomo: anche lei, infatti, ha deciso di intraprendere il percorso professionale attorno ai 13 anni, quando ha conosciuto Ylenia. «Ho capito che mi piaceva fare l’atleta: adoro la velocità, mi dà adrenalina», racconta Martina: «Con lo sport ho trovato un obiettivo, uno scopo. Mi sento libera, mentre scio».

Il traguardo più importante, per ora, è stato l’oro nel super G della Coppa del Mondo nella stagione 2022-2023: anche per lei e Ylenia Milano-Cortina è l’obiettivo che si sono date da quando hanno cominciato a sciare insieme, ma purtroppo due brutti infortuni lungo il percorso non hanno aiutato. «Ci è voluto un po’, per ritrovare fiducia e sicurezza», spiega Martina.

Conosce Giacomo da quando ha incontrato Ylenia, ormai sette anni fa: «Siamo tutti amici, in squadra», spiega. Una squadra, quella paralimpica italiana, che è stata rappresentata addirittura a Sanremo, e proprio dallo stesso Giacomo: «Io e Andrea siamo stati sul palco dell’Ariston, la sera del 25 febbraio. È stato molto emozionate, una grande occasione per dare visibilità alle nostre gare: le mie, quelle dei colleghi sciatori, e di tutti gli atleti paralimpici invernali».

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