
A Parigi, negli spazi di Crosby Studios Paris, il cioccolato diventa scultura e poi gesto. Il progetto presentato da Patrick Roger insieme al designer Harry Nuriev mette in scena una grande lastra di cacao che viene frantumata con un martello. Non è un incidente ma un’azione programmata. Il colpo rompe la superficie e il materiale si apre in blocchi irregolari, mostrando stratificazioni e imperfezioni. La forma perde integrità e il cioccolato rivela la propria natura.
Accanto a questo gesto compare anche un’altra materia vegetale. Il progetto ruota intorno all’indivia belga, chiamata anche endive o chicon. È una varietà di cicoria coltivata al buio, sotto terra o in ambienti privi di luce, per ottenere foglie bianche e tenere. La crescita avviene lontano dalla luce solare e proprio questa caratteristica la rende simbolica nel racconto dell’artista. Schiacciare l’indivia significa rompere la superficie, portare alla luce ciò che cresce nascosto.
Il lavoro parla di fragilità, rinascita stagionale e trasformazione. Il gesto non distrugge soltanto una forma. Produce un passaggio di stato. La materia cambia condizione davanti allo sguardo del pubblico.
Roger lavora da anni sul confine tra gastronomia e arte contemporanea. Le sue sculture monumentali trattano il cioccolato come materiale plastico, al pari della cera o dell’argilla. In questa occasione il gesto è volutamente elementare. Un martello, una superficie compatta, una rottura visibile.
Questa scelta dialoga con una tradizione artistica che dagli anni Sessanta in poi ha utilizzato il cibo come materiale creativo.
Uno dei primi a farlo in modo sistematico è Daniel Spoerri. Con il movimento della Eat Art trasforma i resti dei pasti in opere. Nei suoi celebri tableaux pièges tavoli apparecchiati dopo la cena vengono fissati e appesi verticalmente al muro. Piatti sporchi, bicchieri e briciole diventano composizione visiva. Il cibo non è più nutrimento ma traccia di un momento appena trascorso.
All’inizio degli anni Settanta a New York Gordon Matta-Clark apre nel quartiere di SoHo un ristorante chiamato Food. Non è un locale tradizionale. Gli artisti cucinano, i visitatori mangiano e l’intero processo diventa parte della pratica artistica. L’opera coincide con il tempo del pasto e con la relazione tra chi cucina e chi partecipa.
Negli anni Novanta l’artista thailandese Rirkrit Tiravanija porta questo principio dentro i musei e in molte installazioni prepara curry o pad thai per il pubblico. I visitatori mangiano insieme nello spazio espositivo e il cibo scompare mentre l’opera prende forma nella relazione sociale che si crea attorno al tavolo.
In altri casi il cibo diventa materia destinata a cambiare nel tempo. L’artista Dieter Roth realizza sculture usando cioccolato, formaggio e altri ingredienti organici. Le opere non vengono conservate intatte. Muffe, odori e decomposizione fanno parte del lavoro e trasformano lentamente la forma iniziale. La sua salsiccia al Moma ha fatto scuola.
In questa genealogia il progetto di Patrick Roger introduce una variazione interessante. Il gesto non riguarda il consumo o la condivisione del cibo ma la sua rottura fisica. Cioccolato e indivia diventano materiali da attraversare con un’azione semplice e immediata. Il martello che spacca la superficie e la verdura che cresce al buio raccontano lo stesso passaggio. La materia vive, cambia, cede. L’arte osserva quel momento in cui qualcosa smette di essere forma e diventa trasformazione.