Leggere von Clausewitz a TeheranIl populismo militarista al tempo delle guerre inconcludenti

Dopo avere rimesso i talebani al loro posto per sfilarsi dall’Afghanistan, Trump attacca l’Iran. Eppure c’è del metodo in questa follia, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Dopo avere rimesso i talebani al loro posto, pur di ritirare i propri soldati dall’Aghanistan e interrompere ogni coinvolgimento americano nell’interminabile dopoguerra, Donald Trump ha deciso di attaccare l’Iran, avviando una nuova operazione di regime change dall’esito più incerto che mai. Che senso ha? La motivazione ufficiale, secondo cui l’intervento sarebbe stato dettato dalla necessità di impedire l’imminente acquisizione della bomba atomica da parte di Teheran, contraddice le dichiarazioni con cui lo stesso Trump aveva giustificato l’intervento precedente, quando aveva garantito di avere messo fuori gioco gli impianti nucleari iraniani per i secoli dei secoli. In ogni caso, la differenza fondamentale è che questa volta l’intervento americano-israeliano non punta semplicemente alle infrastrutture, ma ai vertici del potere politico e dell’apparato repressivo, a cominciare dall’ayatollah Ali Khamenei, ucciso da un bombardamento mirato.

È verosimile, come scrive Christian Rocca su Linkiesta, che Trump abbia in testa come modello l’operazione appena condotta in Venezuela. In quel caso, dopo avere catturato Nicolás Maduro e avere regolato alcune lucrose questioni commerciali legate alle risorse petrolifere del paese, gli americani non si sono fatti troppi problemi nel lasciare al potere gli stessi che c’erano prima. Nel caso dell’Afghanistan, in forza di un accordo stipulato da Trump che Joe Biden ha avuto il grave torto di rispettare e attuare in malo modo, ce li hanno addirittura rimessi. Lo schema sembra sempre lo stesso e non mi pare abbia al centro i diritti umani, la democrazia e alla fin fine nemmeno la lotta contro l’integralismo islamista. Può darsi che l’uno o l’altro di questi obiettivi, sia pure in modica quantità, sia comunque ottenuto come effetto collaterale dell’iniziativa trumpiana, e sarà certamente una buona cosa, ma il meno che si possa dire al riguardo è che è molto presto per dirlo.

Qualche giorno fa Janan Ganesh notava sul Financial Times come da un bel po’ di tempo in qua la guerra abbia «smesso di funzionare». Dal fallimentare esito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’«operazione speciale» che avrebbe dovuto durare tre giorni ed è ormai entrata nel quinto anno, alla Libia, che è ancora nel caos, dall’intervento americano in Iraq a quello Afghanistan, finito come si è appena ricordato, quand’è stata l’ultima, si domanda Ganesh, che un grande paese ha vinto sul terreno, in modo inequivocabile, una guerra su larga scala? «Il Vietnam era un tempo il punto di riferimento come umiliazione militare di una grande potenza. Fu uno shock così unico da ispirare una generazione di film piuttosto buoni e persino una “sindrome”. Ora sembra una cosa normalissima».

Se la guerra ha «smesso di funzionare», va detto però che anche la diplomazia, per non dire la politica tout court, non sembra passarsela molto meglio, come dimostra proprio l’esempio dell’Ucraina, e in qualche modo anche il caso dell’Iran. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi – e viceversa, almeno in questi tempi tristi – l’inefficacia dello strumento militare è forse lo specchio di una più generale impotenza politica, di cui il frenetico attivismo trumpiano sembra più la manifestazione parossistica, e in definitiva ugualmente inconcludente, che l’alternativa. Come mostra il grottesco spettacolo del Board of Peace, che avrebbe dovuto garantire la pace in Medio Oriente, ma non pare essere stato nemmeno convocato. Con quel che costa, forse qualcuno dovrebbe chiedere indietro i soldi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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