Lento declinoL’Italia sta diventando un Paese con pochi lavoratori e molti anziani

In “La società longeva”, Stefania Bandini e Paolo Manfredi spiegano che la combinazione tra denatalità, longevità e carriere fragili mette sotto pressione il modello sociale, rendendo urgente valorizzare lavoro e rafforzare i servizi per evitare squilibri strutturali

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La trasformazione demografica globale trova nel lavoro il campo in cui i suoi effetti diventano più immediati e sistemici, con conseguenze dirette sull’economia e sulla sostenibilità dei sistemi di welfare. Entro il 2050 gli over-65 nel mondo arriveranno a 1,6 miliardi, pari a circa il 16 per cento della popolazione, per raggiungere i 2,2 miliardi entro gli anni Settanta di questo secolo, quando a livello globale gli over-65 supereranno gli under-18: l’Italia è, come detto, tra i Paesi più esposti.

La conseguenza è una riduzione della popolazione in età lavorativa e un peggioramento dei rapporti di dipendenza: in Europa si è passati da quattro lavoratori per ogni anziano nel 2000 a meno di due attesi entro il 2050. In Italia il rapporto di dipendenza attorno al 2050 sarà di circa 1,59 lavoratori per ogni anziano, dunque difficilmente sostenibile.

Queste dinamiche stanno già modificando il mercato del lavoro. Nell’UE la partecipazione degli occupati 55-64 anni è cresciuta in modo rilevante: nel 2023 circa 39 milioni di europei in questa fascia di età erano occupati, su una forza lavoro coetanea complessiva di circa 41 milioni. Nel 2024 il tasso di occupazione dei lavoratori anziani nell’UE ha toccato il massimo storico del 65,3 per cento (dal 44,6 per cento del 2009), mentre in Italia, pur in crescita, il dato si attesta al 57,3 per cento.

In Italia l’invecchiamento della forza lavoro è già particolarmente evidente: la quota di lavoratori 50-64 anni è passata dal 20,5 per cento nel 2004 al 38,5 per cento nel 2024, cioè da 4,5 a 8,9 milioni di persone, con un incremento nel Nord-Est del 121,3 per cento. I lavoratori anziani erano il 14,6 per cento degli occupati nel 2010, il 21,7 per cento nel 2023 e supereranno il 25 per cento entro il 2033. Cresce anche l’occupazione over-65: dall’8,6 per cento del 2023 all’11 per cento stimato per il 2033, mentre i 15-24 anni sono scesi a meno dell’8 per cento della forza lavoro.

È inevitabile che questi squilibri si riflettano su pensioni, sanità e assistenza. In Italia la spesa pensionistica (pari al 15,6 per cento del PIL) è la più alta dell’UE, seguita da Francia (14,8 per cento) e Grecia (14,5 per cento). Il sistema contributivo, introdotto nel 1995, ha migliorato la sostenibilità, ma trasferisce parte del rischio sui singoli, penalizzando i redditi bassi, in un Paese in cui i redditi sono scesi del 4% negli ultimi vent’anni, dato peggiore in Europa, e le carriere discontinue, magari perché intervallate da periodi di cura: gli impatti sulle componenti deboli del sistema, come le donne e il Mezzogiorno, sono evidenti.

In un continente uso a garantire alti livelli di welfare alle proprie popolazioni, l’invecchiamento degli abitanti comporterà una crescita della spesa age-related. Le proiezioni della Commissione Europea indicano che la spesa pubblica complessiva legata all’invecchiamento, che comprende pensioni, sanità, assistenza di lungo periodo e altre componenti del welfare, aumenterà entro il 2070 di circa 1,2 punti di PIL rispetto al 24,4 per cento del 2022. All’interno di questo aggregato la spesa per le pensioni pubbliche seguirà una dinamica a «onda », passando dall’11,4 per cento del PIL nel 2022 al 12,1 per cento nel 2045, per poi ridiscendere all’11,8 per cento nel 2070, per effetto dell’uscita delle coorti dei baby boomer e dell’impatto delle riforme pensionistiche, mentre le componenti sanitarie e assistenziali del welfare continueranno a crescere.

Nei Paesi europei con una popolazione più anziana, come l’Italia, gli over-65 assorbono oltre il 55 per cento della spesa sanitaria pubblica, mentre a livello UE la quota si colloca mediamente poco sopra il 50 per cento. Gli over-85, che oggi rappresentano una quota ancora ridotta della popolazione, raddoppieranno in Europa dal 2,9 per cento al 6 per cento entro il 2050, fino a circa il 10 per cento nel 2100, mentre in Italia passeranno dal 3,9 per cento del 2024 al 7,2 per cento nel 2050, contribuendo in modo crescente alla pressione sulla spesa sanitaria e assistenziale. Gli anziani italiani, a fronte di un’aspettativa di vita che abbiamo visto essere tra le più elevate, presentano un’elevata incidenza di malattie croniche (circa il 59 per cento, contro una media UE intorno al 45 per cento).

La spesa per cronicità cresce con l’età: nel 2021, ultimo anno disponibile, il costo medio annuo per paziente cronico era 697 euro, con un picco di 1.170 euro tra i 75 e gli 84 anni. I malati cronici sono previsti in aumento, da 23,7 milioni nel 2022 a 25,1 milioni nel 2035, così la spesa sanitaria pubblica sul PIL, stimata al 7,2 per cento nel 2025, al 7,6 per cento nel 2035 e all’8,3 per cento nel 2060.33 La spesa sanitaria pubblica italiana (6,8 per cento del PIL) resta comunque sotto la media UE (7,6 per cento), con effetti in termini di disuguaglianze: nel 2024 circa sei milioni di italiani hanno rinunciato alle cure, quattro milioni per i tempi di attesa, e si è rafforzato il ricorso alla sanità privata

Il progressivo indebolimento del modello familiare rende inoltre più necessario un rafforzamento dell’assistenza formale: oggi le reti informali coprono circa l’80 per cento del fabbisogno, ma con meno figli, più donne occupate e più anziani soli più a lungo questa capacità si riduce. La riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti del 2023 introduce nuovi diritti e semplificazioni, ma il divario tra domanda e offerta resta ampio: la spesa per long-term care è pari all’1,7 per cento del PIL e potrebbe salire al 2,5 per cento entro il 2060, mentre la domanda aggregata di servizi sanitari e assistenziali pubblici potrebbe raggiungere il 9,8 per cento del PIL entro il 2050. La carenza di personale sanitario e sociosanitario è strutturale: la quota di caregiver sulla popolazione attiva potrebbe salire dall’8 per cento al 20 per cento entro il 2050, ma rimarrebbe comunque insufficiente rispetto alla domanda, con disuguaglianze crescenti nell’accesso all’assistenza.

In sintesi, l’Italia affronta una sfida storica: sostenere una popolazione sempre più anziana con una forza lavoro sempre più ristretta, mentre una parte significativa della forza lavoro potenziale, donne e giovani, resta sottoutilizzata. La risposta richiede interventi coordinati: valorizzare il lavoro maturo, ridurre gli sprechi di capitale umano, rafforzare i sistemi di cura e contenere le disuguaglianze. Proprio perché esposta in anticipo a queste dinamiche, l’Italia, da avamposto della crisi può diventare un laboratorio di soluzioni replicabili su scala più ampia.

Tratto da “La società longeva” di Stefania Bandini e Paolo Manfredi, Egea, 160 pagine, 15,86 euro

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