A questo punto c’è un problema molto serio: il fanatismo estremista, l’intolleranza, persino con punte di violenza, allignano dentro la sinistra italiana. Lo si era capito da un po’. Ma i fatti del 25 aprile più brutto di sempre a Milano e Bologna ne sono una conferma eclatante. È vero, si tratta “solo” di due episodi (ce n’è stato un terzo molto grave a Roma, gli spari per fortuna non con pallottole contro due manifestanti di sinistra) che alla fine hanno riguardato poche persone.
Colpisce il silenzio incrociato di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, sugli spari di Roma e quello di Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, sui fatti di Milano e Bologna. Due facce dello stesso riflesso opportunistico.
Quello che è accaduto a Milano con la cacciata della Brigata ebraica con parole come «saponette mancate» e l’episodio di Bologna con analoga estromissione di un anziano militante di Italia viva con la bandiera ucraina, Tino Ferrari, bastano e avanzano per fare alcune domande ai dirigenti della sinistra.
Matteo Renzi ha detto: «Tino ieri rappresentava la libertà, chi lo ha bloccato è figlio di un nuovo totalitarismo». Questo nuovo totalitarismo è un problema della sinistra, perché questi fatti sono roba sua. Altro che album di famiglia: lì si parlava di nonni o padri lontani. Questi qui, invece, sono parte integrante di una certa sinistra estremista che è vicina ad Alleanza verdi e sinistra e anche al Pd (e forse qualche testa calda sta con Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle).
Preoccupa questo Pd impacciato. In altri tempi, quel bel tomo che a Bologna si è permesso di cacciare Tino Ferrari con la bandiera ucraina sarebbe stato preso a schiaffoni dal servizio d’ordine della sinistra o dei sindacati (parliamo di quando i sindacati c’erano).
Stesso discorso per l’estromissione della Brigata ebraica dal corteo di Milano. L’Anpi attuale non ha nulla della gloriosa Associazione nazionale partigiani d’Italia quando era costituita dai partigiani veri. Oggi è una sigla di cui si sono impadroniti ex gruppettari e rifondaroli per “dirigere” i cortei come meglio gli aggrada. Non a caso un’altra organizzazione, la Federazione italiana associazioni partigiane (Fiap), con il suo presidente Luca Aniasi, ha preso nettamente posizione: «Il presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ha dichiarato che il corteo di Milano non è stato bloccato dalle contestazioni, ma “perché la Brigata ebraica non si è mossa”, accusandola di non aver “rispettato i patti” portando le bandiere d’Israele e con esse la stella di David. Sono parole che la Fiap respinge integralmente, pur solidarizzando con la stessa Anpi per l’aggressione armata subita da due suoi militanti e sulla cui matrice va indagato senza indugio. Addossare alla vittima la colpa dell’aggressione è uno schema antico e sempre indegno». Anna Foa ha osservato che «non si può confondere la Brigata ebraica con Israele, i popoli oppressi con gli oppressori. Far uscire dal corteo la Brigata ebraica è stato un assurdo, il suo contributo di caduti alla liberazione dell’Italia è stato rilevante come l’opera di soccorso ai sopravvissuti della Shoah. Nulla a che vedere con le bandiere di Israele ieri in piazza o con le foto di [Benjamin] Netanyahu».
Qui c’è il problema del ruolo della sinistra democratica, Pd in primis, nel rapporto con gruppi e gruppetti della sinistra estrema e con organizzazioni tipo appunto l’Anpi ma anche l’Arci, la Fiom, la stessa Cgil, cioè le forze organizzate dei vari movimenti di protesta.
La realtà è che la direzione di questi movimenti, a partire dai pacifisti e dai pro-Pal, è in mano agli estremisti. Gente che odia non Netanyahu ma pure la sinistra ebraica, i cui esponenti infatti non ne possono più, e disprezza la causa ucraina ritenendo come il Cremlino e come Marco Travaglio che quel popolo sia pieno di nazisti. Gli imbecilli che hanno dato vita ai fattacci del 25 aprile non sono “mele marce” ma l’espressione di un sentire più diffuso.
Dice bene Pina Picierno: «Le forze progressiste hanno progressivamente rinunciato a esercitare una funzione di indirizzo e contenimento. In molti casi inseguono gli umori più radicali o evitano il confronto interno, lasciando che nelle piazze si affermino soggetti e parole incompatibili con i principi democratici».
Diciamola più chiaramente: il Pd non ha il coraggio di fare una battaglia politica e culturale contro questi orientamenti per una ragione semplicissima: sono voti che il partito di Schlein non intende perdere. Ci si piega cioè all’opportunismo tattico: ma di tattica si può morire. E quanto questa logica sia moralmente accettabile lo giudicheranno gli elettori.