«Il Senato dovrebbe somigliare meno a Instagram». È una delle grandi verità che ha detto Ben Sasse a “60 Minutes”, domenica sera, in un’intervista che la Cbs ha saggiamente messo on line in versione integrale, e che è così zeppa di grandi verità che pensavo sarebbe stato difficile scegliere da dove cominciare.
Dal fatto che non siamo mai stati così ricchi – noi borghesi medi, mica i plutocrati della Silicon Valley – nella storia dell’uomo e attualmente il problema è gestire l’abbondanza? Dal fatto che non c’è mai stato un tempo in cui un ventiduenne che sceglie un lavoro non può essere sicuro che tra dieci anni quel lavoro esista ancora?
Dal fatto che la cosa più stupida che abbiamo fatto in questi anni è stata mettere telecamere dappertutto a Washington, «e non sto teorizzando contro la trasparenza», dovrebbero esserci ovunque giornalisti che c’informano su tutto, ma il Senato non dovrebbe essere una scenografia per produrre contenuti e prendere cuoricini, «uno sfondo per fare dichiarazioni roboanti», «il Senato dovrebbe essere noioso e saldo e attendibile»?
Dal fatto che la segregazione per età è un problema della società attuale, perché è fantastico avere quindici o diciassette anni, ma è pericoloso essere un quindicenne che non frequenta sessantenni, perché a quindici anni o a ventuno non puoi essere saggio, la tua corteccia prefrontale non formata non te lo permette?
Dal fatto che attualmente un maschio americano tra i 15 e i 35 anni ha più probabilità di essere indebitato con un sito di scommesse che di leggere un libro?
Ben Sasse è un repubblicano cinquantaquattrenne che sarà plausibilmente morto prima del suo cinquantacinquesimo compleanno. Ha un cancro al pancreas, ha iniziato ad avere dolori a ottobre, gliel’hanno diagnosticato a dicembre. Sta morendo nonostante i progressi della scienza che gli ha fornito una medicina che ha già allungato la sua vita oltre le aspettative. «Sono già ai supplementari».
Sasse è stato senatore del Nebraska, si è dimesso nel 2023, e io nella mia indomita ignoranza non sapevo esistesse finché, un mese fa, non ha dato una straziante intervista al New York Times, a un dettaglio della quale – il fatto che quando hai il cancro devi scegliere cosa mitigare dei tuoi quattro problemi, non puoi risolverli tutti in contemporanea quindi devi fare la classifica delle priorità: vuoi meno dolore o meno stanchezza? – non ho mai smesso di pensare da quando l’ho vista.
Credevo che non avrei saputo da dove cominciare, per parlare della nuova intervista di Sasse, poi ho visto due minuti di Laura Ravetto ripresa da RaiNews24 a una manifestazione. Cioè, ripresa: la tizia della tv stava tentando di intervistare le manifestanti che reggevano lo striscione, e lei si è messa in mezzo, tipo quelli che si fanno le foto con la gente famosa o ai matrimoni degli altri fanno discorsi che parlano più di loro stessi che degli sposi.
Il pezzettino mi è passato davanti su Instagram, e chi lo postava stigmatizzava il poco rispetto della Ravetto per la libertà di stampa, ma non mi pare sia uno dei primi dieci problemi di quel filmato. Perché, se è vero che mettere telecamere nelle tasche di tutti è stata una pessima idea, uno dei portati di questa mutazione è che ha reso vieppiù insignificante il giornalismo dell’«onorevole, ci dica».
Sì, in quel filmato la Ravetto non è gentile con l’intervistatrice, né disposta a rispondere alle sue domande, ma non è tra i primi dettagli che mi colpiscono. Mi colpisce il panico della Ravetto all’idea che alla tele parli una carneade della Lega e non lei. Mi colpisce la determinazione della Ravetto a stare al centro dell’attenzione, come un’ottenne che reciti la poesia di Natale.
Mi colpisce che si metta dietro lo striscione e chieda di farle una foto con le militanti epperò poi chieda a chi la sta scattando di farla verticale, con le militanti sì ma inquadrando solo lei al massimo della sua instagrammabilità. Mi colpisce che dia del tu all’intervistatrice e che l’intervistatrice non le chieda in nome di quale confidenza e tono colloquiale una deputata dia del tu a una giornalista che non conosce.
Poi certo, c’è anche il fatto che una deputata sia così sgarbata con una giornalista davanti a una telecamera, senza calcolare che la vedranno tutti e le si rivolterà contro. Ma non lo calcola perché sa benissimo che non le si rivolterà contro, se non in qualche insignificante pezzo di Soncini o altri bolscevichi che evidentemente la attaccano perché prezzolati dall’onorevole Peppone.
Non lo calcola perché non è più richiesto uno standard comportamentale, alle istituzioni. È uno dei favolosi portati dell’aver messo telecamere nei telefoni di tutti e aver dato gli stessi social a tutti, dimodoché un’istituzione pesi quanto Vongola75, un tatuatore quanto un cardiochirurgo, una cantante quanto una filosofa.
Qualunque cosa tu faccia, s’indigneranno gli altri e si esalteranno i tuoi. È un mondo di gente che ama moltissimo la locuzione «pensiero critico», o la sua meno sofisticata versione «pensare con la propria testa», e non ha una testa né un pensiero: ha solo degli slogan, delle frasi fatte, delle curve, dei meme.
Se sparano alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, formate due file ordinate: di qua la destra che «Lo vedete che serve un salone delle feste alla Casa Bianca cui non possano accedere i malintenzionati», di là la sinistra che «vergogna, il Kennedy di destra fugge con la scorta lasciando la moglie indifesa» (non come fece uno dei Kennedy di sinistra a Chappaquiddick, macché).
Torna buono di nuovo Ben Sasse, la cui risposta su Trump potrebbe dall’opinione pubblica rincretinita essere presa per un modo di svicolare, e invece è una polaroid del secolo in cui la politica è fatta di follower. «Non trascorro molto tempo a commentare la politica attuale, perché non penso che la politica attuale sia il traino di ciò che succede, penso che ne sia un’eco. […] Penso che le disfunzioni della politica nazionale siano l’eco di problemi più ampi».
Giacché, l’aveva spiegato qualche minuto prima, «c’è una rivoluzione tecnologica che porta una rivoluzione economica ma è destabilizzante dal punto di vista culturale. E quindi, statisticamente, la gente è più ricca in senso economico ma piuttosto impoverita da un punto di vista spirituale».
E la soluzione della politica, dice Sasse, è urlare che dalla parte opposta c’è uno cattivo, e se solo lo eliminiamo tutto si aggiusterà, ma non andrà così. Dice Sasse che da quando ha il cancro lo trattano come avesse la saggezza e l’esperienza d’un novantenne, e un po’ lo sto facendo anch’io in questo articolo. Ma è che sentiamo così poche considerazioni lucide sul presente che quando ne intercettiamo una ci aggrappiamo con la disperazione con cui i malati provano le cure sperimentali.
Mi piacerebbe ci fosse un Ben Sasse con tanta vita davanti. Perché non voglio arrendermi a pensare che solo la prospettiva di morire a brevissimo ti dia quel po’ di lucidità che serve a non essere una deputata che chiede alla giornalista di scansarsi non perché abbia paura del quarto o quinto potere, ma perché vuole la foto verticale da mettere su Instagram.