«Assurdo che la gente giudichi l’ansia e l’agitazione che una situazione può scaturire nell’altro. Non siamo tutti uguali e hai tutto il diritto di lamentarti quanto vuoi». Sì, queste due righe sono sgrammaticate, ma portate pazienza e mettetevele da parte comunque: poi ci torniamo.
La storia più rappresentativa dello spirito del tempo ha per protagonista una sessantanovenne, e non è neppure una storia ch’ella proponga al mondo per la prima volta. L’agitazione del mondo culturale anglofono di fronte al premio non assegnato a Helen DeWitt è, anzi, la prova che tutto ciò che conta nella vita è la tigna: se riproponi la stessa follia immutata negli anni, prima o poi quella follia sarà diventata la norma e tu non sarai più una fuori di testa ma il faro della nuova normalità.
Helen DeWitt pubblica il suo primo libro, “L’ultimo samurai”, a quarantatré anni. Einaudi l’ha tradotto l’anno scorso, non è arrivato a tremila copie ma questo non significa niente: in Italia i romanzi sofisticati stranieri non vendono mai granché. Negli Stati Uniti era uscito nel 2000 ed era stato acclamato come l’opera d’un genio.
Su YouTube c’è un’intervista che le fece dieci anni fa la Paris Review, in cui il problema che sta agitando gli americani nel 2026 era già chiaro nel 2016. Del suo esordio tardivo, dei suoi cento (non per iperbole) romanzi iniziati e non finiti mentre faceva un altro lavoro, del suo tentativo di entrare nel mondo editoriale, DeWitt raccontava che andava a parlare con gli editori e quelli le davano consigli su cosa funzionava e cosa no nel libro, invece di fare ciò che lei si sarebbe aspettata: dirle «ecco qui un mucchio di soldi, non devi più preoccuparti di niente, vai a casa a scrivere».
È un’idea meno ubriaca in America di quanto appaia in Italia: in una nazione in cui lo Stato non esiste, esistono ancora i mecenati. Altrimenti gli Stati Uniti sarebbero un posto senza musei, senza artisti, senza niente che non sia in grado di produrre profitto. E invece, hanno persino i poeti viventi.
Uno dei mecenatismi letterari esistenti è il premio Windham-Campbell organizzato dall’università di Yale. Prende il nome da una coppia novecentesca formata da un collezionista di libri, Sandy Campbell, e un amico di famosi, Donald Windham, il cui testo più famoso è il racconto della sua amicizia con Truman Capote e Tennessee Williams. A ogni vincitore vanno centosettantacinquemila dollari. Per capirci: lo Strega sono cinquemila euro (noi però abbiamo la sanità non a pagamento).
Questa settimana lo Windham-Campbell ha annunciato i propri vincitori, e Helen DeWitt ha ritenuto di raccontare al mondo che tra di loro ci sarebbe dovuta essere lei, e i dettagli del come mai invece non ci sia.
A febbraio le comunicano che ha vinto, ma presto scopre che, benché i soldi non abbiano vincoli d’utilizzo, sono vincolati ad alcune apparizioni (un po’ come quando in Italia ti danno un premio solo se vai a ritirarlo e l’assessore può farsi la foto con te; solo che in Italia non ti danno premi da centinaia di migliaia di euro).
Ora, prima di attardarci sui dettagli, bisogna dire una cosa che dirò come l’avrei detta nel Novecento: DeWitt è matta. Tecnicamente matta. Di quelle che cent’anni fa sarebbero state in manicomio e cinquant’anni fa sarebbero state delle simpatiche picchiatelle delle quali magari ammiravamo la prosa ma certo non la vita.
Solo che questa edizione del premio arriva in un decennio che, non sapendo più come farlo strano, ha deciso che la società deve adattarsi a misura dei pazzi. Ha deciso che nessuna fisima sia folle. Ha deciso che «salute mentale» è un ombrello che copre tutto, anche una che dice che noi non capiamo la difficoltà di trovare uno Starbucks col wifi ad Amsterdam se soffri d’ansia (l’invenzione del feticcio dell’ansia è una tragedia dolosa per la quale un giorno andrà fatto un processo di Norimberga).
DeWitt era infatti ad Amsterdam, dove intendeva scrivere tutto l’anno, abitando nella casa senza wifi (per concentrarsi meglio) che le ha prestato una sua lettrice (DeWitt ricorre spesso al sostegno dei lettori: chi ha detto che le influencer debbano avere vent’anni ed essere analfabete?), e vivendo dei soldi d’un’opzione cinematografica che le è stata pagata in gennaio (questo è quel che racconta lei; una giornalista del New York Times che l’ha intervistata l’anno scorso riferiva che comprendesse sedici lingue e all’università aveva tentato il suicidio con l’aspirina: non verificano la verosimiglianza delle affermazioni nel più grande giornale del mondo, immaginatevi se lo faccio io).
Insomma il 12 febbraio dicono a DeWitt che per il premio deve non solo andare a settembre a Yale, ma deve entro l’8 aprile fare un’intervista video. Nell’elenco delle cose che l’hanno provata e ridotta in uno stato di esaurimento – per il quale certo non può concepire di fare in soli due mesi un’intervista in video, oltretutto dovendo arrivare allo Starbucks con wifi in una città difficile da girare anche con le mappe, perché i canali sono tutti uguali – DeWitt elenca l’essersi presa cura per un anno e mezzo della madre malata a inizio pandemia.
Ora, questo è forse l’unico elemento di realtà nella follia di questa vicenda: gli ultrasessantenni coi genitori ancora vivi sono un guaio che nessuna generazione precedente si è trovata ad affrontare. Però l’inizio della pandemia era sei anni fa. Come scusa, sembra l’invasione delle cavallette di Belushi.
Con il pathos di chi sta narrando un’impresa epica e non la ricerca di uno Starbucks ad Amsterdam, DeWitt scrive che le arrivavano segnalazioni che il traffico dati estero sul suo telefono era in esaurimento, e che «mi vengono in mente molti scrittori (Pynchon, McCarthy, Salinger) per cui queste condizioni non avrebbero funzionato».
Certo, Helen. Salinger avrebbe detto «col cazzo» agli incontri in università e pure all’intervista in video, poi però non sarebbe corso sull’internet a cercare consenso pigolando che avrebbero dovuto dargli i soldi comunque perché glieli danno per scrivere come scrive e mica per fare le p.r. come non fa.
Persino io – che per centosettantacinquemila dollari ci sono poche cose che non farei, compresi taluni reati – troverei stancantissima l’attività di p.r. Però ho quell’ingombro del senso del ridicolo, ed eviterei di parlare di quelle condizioni come vessazioni. Tu no, e hai ragione.
Hai ragione perché, di centinaia di commenti che mi sono apparsi su questa tua vicenda, una percentuale minorissima osa irriderti, e una maggioranza perentoria dice che abbiamo perso di vista il concetto di genio e sregolatezza, che tu dovresti ricevere dei soldi per non vedere nessuno e non stancarti e non fare altro che scrivere, che la salute mentale, che la rava e la fava. Ti danno praticamente tutti ragione, che è il miglior risultato possibile quando una sceglie di lamentarsi sull’internet.
Ma quel «praticamente» non ti basta, perché nonostante il generalizzato consenso tu stai andando avanti da giorni a scrivere che tu la mattina ti devi imporre di metterti i calzini e le scarpe e uscire, e «come può un premio pensato per farti scrivere escludere un’intera classe di scrittori, Dickinson, Artaud, Beckett, Proust».
Amica Helen, ci sono più pazzeschissimi ritratti fotografici in posa di Samuel Beckett che di Zadie Smith: sei proprio sicura di avere scelto l’esempio giusto di autore che non si piegava alle necessità promozionali?
Amica Helen, insisti perché il 99 per cento dei consensi non ti basta e vuoi il cento per cento della ragione? Amica Helen, non sai che l’internet è un posto dove non è sano mirare al plebiscito, e questa è praticamente l’unica cosa che l’internet abbia in comune con la vita?
Non sto fingendo che il problema della fine delle opere e della sopravvivenza solo della fama dell’autore non esista, eh: è chiaro che vorremmo tutti essere Elena Ferrante, e invece siamo tutti dei disgraziati ai quali l’editore chiede di fare centoventi date nella remota provincia dove dormire in tre stelle con asciugamani d’acrilico acciocché qualcuno di quelli che vengono a farsi la foto con l’autore magari si compri anche il libro. È chiaro che nessun candidato allo Strega vada volentieri a Benevento per cinquemila miserabili euro.
È chiaro che, per chi di mestiere scrive, il caso della settimana non sei tu, Helen, ma è Sara Cohen, neurochirurgo che aveva la vita ideale, scriveva libroni sgrammaticati e vendutissimi sotto falso nome, e invece ha ben pensato di dare un’intervista per dire che Freida McFadden (quella di “L’inquilina”, Newton Compton) è lei.
È chiaro che io vorrei moltissimo sapere da Sara come le sia venuto in mente di privarsi dell’anonimato e del vantaggio di non dover fare dediche sui libri a lettori interessati non a leggere ma alla relazione parasociale con l’autrice; ma tu, invece, dovresti chiedere a Sara come faccia a essere romanziera e neurochirurgo, considerato che tu fai fatica a essere romanziera e cercatrice di wifi.
È chiaro che ognuno è matto a modo suo, e ci sono persino quelli autenticamente contenti del bagno di folla, quelli così tragicamente insicuri che se gli chiedono le dediche sul libro sentono finalmente di esistere e si rasserenano.
E io infatti non sono preoccupata per te, Helen: sono preoccupata per noi. Quel commento con cui ho iniziato questo articolo è uno di centinaia di commenti al tweet (o come si chiamano ora) in cui una ragazza s’indigna perché i suoi vicini di casa fanno sesso, e lei li sente attraverso la parete, «pure di notte».
Questo è il welfare che abbiamo costruito. Uno in cui qualunque fisima o paturnia tu abbia, pure quella di trasecolare perché degli adulti si accoppiano non in orario d’ufficio, troverai qualcuno che ti dia ragione. E nessuno ti chiederà se non ti convenisse prendere quei 175mila dollari: il tempo che stai perdendo sui social a spiegare in dettaglio le tue paturnie, potevi investirlo in quella benedetta intervista. Sarebbero state otto ore in cui non scrivevi comunque, come non stai scrivendo ora, ma con qualche spiccio in più sul conto corrente.