Golfo bassoGli Emirati non accettano più la linea dell’Arabia saudita su petrolio e sicurezza

Abu Dhabi vuole liberarsi dai vincoli dell’OPEC per gestire in autonomia produzione e prezzi del petrolio, mentre rafforza i legami con gli Stati Uniti, puntando su un’economia più diversificata tra finanza e tecnologia

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Gli Emirati non sono usciti dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio solo per vendere milioni di barili in più. La decisione che entrerà in vigore il 1° maggio riguarda il nuovo assetto geopolitico nel Golfo e il modo in cui Abu Dhabi interpreta il proprio interesse nazionale. Il rapporto storico con l’Arabia Saudita è sempre più deteriorato e la guerra con l’Iran ha accelerato questo processo. Dopo essere stati colpiti ripetutamente da Teheran con oltre duemila tra missili e droni diretti, la permanenza in un’organizzazione che include l’Iran è diventata politicamente più difficile da sostenere. L’idea saudita che bastassero relazioni prudenti con tutti gli attori del Medio Oriente per restare al sicuro, non regge più.

Uscire dall’Opec, spesso criticata da Donald Trump perché influenza i prezzi del petrolio tenendoli alti, è anche un segnale politico. Gli Emirati vogliono più autonomia nelle scelte energetiche, ma dentro una relazione privilegiata con Washington. Negli ultimi anni Abu Dhabi ha investito parecchio per diventare un partner affidabile: la base aerea di Al Dhafra è uno dei principali hub operativi dell’aeronautica statunitense nella regione, e il porto di Jebel Ali a Dubai, è il più importante punto di appoggio della marina americana in Medio Oriente. La relazione speciale non è solo militare: nel 2024 Microsoft ha investito 1,5 miliardi di dollari nella società emiratina di intelligenza artificiale G42, con il via libera di Washington all’esportazione di chip avanzati.

In Italia si tende spesso a trattare i Paesi del Golfo come fossero un’unità indivisibile, complice il fatto che parliamo di monarchie con nomi simili, ma Emirati, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain hanno interessi diversi. Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette monarchie (o meglio, emirati): Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm al-Quwain, Fujairah e Ras al-Khaimah, ciascuno con un proprio sovrano e ampi margini di autonomia, anche nelle politiche economiche ed energetiche. Dentro questa federazione, Abu Dhabi controlla la gran parte del petrolio e quindi le scelte strategiche.

Per quasi sessant’anni l’appartenenza all’Opec cominciata nel 1967, quando Abu Dhabi entrò nell’organizzazione prima ancora della nascita formale della federazione emiratina nel 1971, ha dato agli Emirati un ruolo dentro il principale meccanismo di coordinamento dell’offerta petrolifera mondiale. Ma negli ultimi anni quel ruolo è diventato sempre più stretto soprattutto dal ciclo di tensioni sulle quote iniziato nel 2020 e riemerso nel 2021, quando gli Emirati contestarono il livello di riferimento usato dall’Opec+ per calcolare i tagli alla produzione, sostenendo che penalizzasse gli investimenti fatti per aumentare la capacità nazionale. 

Infatti negli ultimi anni la compagnia statale ADNOC ha investito per aumentare la produzione da circa 3 milioni di barili al giorno a oltre 4 milioni, sviluppando grandi giacimenti offshore come Upper Zakum e nuovi campi come Umm Lulu e Nasr, e approvando piani per arrivare a 5 milioni entro il 2027. Queste premesse avrebbero portato prima o poi a uno scontro strategico con l’Arabia Saudita. Riad ha bisogno che l’offerta di petrolio rimanga scarsa per mantenere alti i prezzi e finanziarei grandi progetti di Vision 2030 attraverso il fondo pubblico di investimento (Pif). Tra questi la nuova compagnia aerea Riyadh Air, lo sviluppo turistico del Mar Rosso e gli investimenti per i Mondiali di calcio che il paese ospiterà nel 2034.

Per Abu Dhabi il discorso è diverso: il petrolio è una risorsa da monetizzare finché la domanda globale resta alta, ma la sua economia è già diversificata. Gli Emirati dipendono sempre più dai rendimenti dei loro fondi sovrani, come Abu Dhabi Investment Authority, Mubadala e ADQ, dalla compagnia Emirates, dalla zona finanziaria DIFC e dagli investimenti emiratini in semiconduttori, data center e intelligenza artificiale, come G42. Se il petrolio costa troppo, le compagnie aeree volano meno, il commercio mondiale si contrae, i capitali si muovono con più cautela: effetti che colpiscono direttamente hub come Dubai, che vive di finanza e turismo, più che di esportazioni di greggio.

Uscire dall’Opec significa quindi recuperare libertà di manovra. Quando, e se, lo stretto di Hormuz tornerà pienamente praticabile, gli Emirati potranno aumentare la produzione senza dover negoziare ogni decisione con gli altri membri del gruppo. Come fa il Qatar dal 2019, e come non fa il Bahrain, che per dimensioni e dipendenza economica non ha né la forza né l’interesse a sganciarsi dalle scelte dell’Arabia Saudita. La decisione emiratina indebolisce quindi il prestigio di Riad almeno quanto l’equilibrio del cartello. 

In passato anche Angola, Ecuador e Indonesia hanno abbandonato l’Opec, ma ora l’organizzazione del petrolio perde uno dei suoi produttori più importanti. Senza gli Emirati, l’Arabia Saudita resta ancora più sola nel ruolo di produttore centrale capace di stabilizzare il mercato. Ma proprio per questo diventa anche più esposta: dovrà sostenere una quota maggiore del peso politico ed economico della gestione dei prezzi

Per anni Arabia Saudita ed Emirati sono stati descritti come il centro compatto del nuovo Golfo: monarchie ricche, assertive, ostili all’islam politico, vicine a Washington e impegnate a ridisegnare la regione. Ma le due potenze competono ormai su quasi tutto. Per esempio, in Yemen gli Emirati hanno finanziato il Consiglio di transizione meridionale (Stc), un movimento separatista che punta a creare uno stato indipendente nel sud del paese e a controllare porti strategici lungo le rotte tra Mar Rosso e Oceano Indiano. A dicembre Stc ha lanciato un’offensiva rapida conquistando ampie aree del sud, incluse regioni come Hadramout e al-Mahra, arrivando vicino al confine saudita. Riad vuole invece mantenere uno Yemen unito e relativamente stabile, per proteggere i suoi confini e soprattutto per contenere l’influenza dell’Iran attraverso i ribelli Houthi. 

Infine c’è la questione israeliana. Dopo gli Accordi di Abramo del 2020, gli Emirati hanno normalizzato i rapporti con Gerusalemme: il commercio bilaterale è passato da circa duecento milioni di dollari a oltre tre miliardi nel 2024, rendendo Abu Dhabi il principale partner commerciale di Israele nel mondo arabo. L’Arabia Saudita ha proceduto con più cautela, legando ogni apertura a Israele alla questione palestinese, anche per il proprio ruolo di custode dei luoghi santi dell’Islam e per la necessità di mantenere consenso nel mondo arabo.

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