Treviso oltre il perimetro Feria è il luogo della cucina identitaria

In una periferia che non concede passaggi casuali, il ristorante di Marco Feltrin è una destinazione. Qui lo chef intreccia radici venete e mondo, costruendo una cucina netta, personale, che non cerca consenso ma trova riconoscibilità

Ardita, prima di tutto, è la scelta del dove. Treviso non è una città tradizionalmente avvezza al fine dining, e ancor meno lo è la sua periferia, dove non si passa per caso. Feria non è un luogo che si incontra, lo si decide.

Una scelta che rispecchia il percorso dello chef Marco Feltrin, tornato nella natale Treviso dopo tredici anni nelle cucine di Inghilterra, Francia, Australia e Singapore. Un tempo lungo fatto di osservazione, culture locali, ingredienti nuovi, incontri. Un viaggio che ha segnato la sua formazione e caratterizza il suo sguardo professionale oggi.

L’incontro tra Treviso e il mondo è nel piatto, nella scelta degli ingredienti. La filiera di produttori, attentamente selezionati e conosciuti personalmente è la quota local, il vocabolario aromatico di spezie, piccantezze, fermentazioni è la componente che arriva da lontano.

Feltrin è una presenza discreta. Un sorriso all’ingresso, poche parole, poi si ritrae nel ritmo della cucina. Non senti la sua voce, non cerca la scena, coordina una giovanissima brigata che si muove con lui in una coreografia silenziosa. È nei piatti che prende parola, e lo fa con decisione.

La sua è una cucina che non media, i sapori sono netti, talvolta spigolosi, certamente riconoscibili. Non è pensata per piacere a tutti, e non sembra interessata a farlo. Il suo valore sta nella capacità di essere fortemente identitaria: chiudendo gli occhi, si può capire esattamente di chi è quel piatto.

Non c’è nostalgia né citazione. Le esperienze internazionali non diventano esercizio di stile, né tentativo di replicare altrove ciò che è stato. Ogni ingrediente è piuttosto un punto di partenza, una materia da trasformare in qualcosa che appartiene solo a Feria.

Emblematico il piatto “Ventresca di tonno, insalata di papaya verde al kaffir lime, emulsione di lime, pesce, coriandolo e guanabana, riso soffiato”. La materia prima principale arriva da una ricerca attenta sul territorio italiano, mentre il dialogo si apre a ingredienti e preparazioni del Sud-Est asiatico.

Anche la sala è parte di questo dialogo. Lo spazio, completamente aperto, unisce cucina e servizio in un’unica dimensione, ma senza teatralità. Qui l’interazione è reale e mai esibita. A renderlo possibile è anche il lavoro firmato da Juan Carlos Bojacá Herrera, che con i suoi pairing costruisce un percorso liquido altrettanto identitario.

Abbinamenti mai banali, frutto di studio e ricerca mossi da una passione che si respira a ogni racconto.Un percorso che parte da una kombucha prodotta a Treviso, passa per la spiccata mineralità di uno Chablis di Borgogna, dedica una tappa al Giappone con un sake e termina in Alto Adige con un Sauvignon di Caldaro, che riprende quella stessa tensione minerale, arricchendola di aromaticità.

La cucina aperta non ha mai il sapore di un dispositivo scenico, non è il teatro di una rappresentazione quotidiana, ma la conseguenza di un’intesa. Tra Feltrin e Bojacá Herrera c’è rispetto, ascolto, una visione condivisa che si traduce nella scelta di muoversi nella stessa direzione.

Feria Restaurant
Via della Quercia, 8 – Treviso

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