Il diavolo va in edicolaLa copertina più bella di Vogue, e la fine elegante del giornalismo patinato

La cover con Anna Wintour e Meryl Streep del magazine americano è il vertice del tempo che fu, e insieme il suo accanimento terapeutico

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C’è una serie di Disney, si chiama “Paradise”. Inizia con un presidente degli Stati Uniti che viene trovato morto in un bunker dentro una montagna del Colorado, bunker che chi lavora per lui ha fatto costruire come una riproduzione di cittadina benestante americana: il mondo è finito, è esploso un vulcano o qualcosa del genere, è diventato inabitabile, e siccome lo sapevano in anticipo hanno costruito una riproduzione in cui rifugiarsi, il presidente e altre venticinquemila persone nel bunker con finto sole, finto ossigeno, finto burro, finta frutta.

Nella seconda stagione, che hanno da poco finito di pubblicare e che quindi si può guardare se si è insofferenti all’attesa della puntata da una settimana all’altra, c’è un flashback in cui il presidente e la tizia che ha organizzato il tutto vanno a visitare questa riproduzione in cui di lì a poco si trasferiranno.

Lei gli dice che sono preparati a ogni imprevisto, a ogni eventualità, niente può sorprenderli, e lui – che è un figlio di papà che tutti considerano un perfetto cretino – le risponde che ha studiato un po’ di storia, «quel minimo che mi permetta di non fare la figura del coglione se mi fanno una domanda durante una visita guidata alla Casa Bianca».

E voi ora penserete che questo sia un articolo su Donald Trump, e su come il cretino della finzione sia un po’ meglio del cretino della realtà (che comunque è una valutazione che funziona sempre: i cretini delle finzioni hanno se non altro coerenza narrativa ed eloquio mai noioso). E invece.

E invece il presidente – che, essendo dialogato da uno sceneggiatore e non dal proprio emisfero destro, è bravino nelle allegorie – spiega che i libri di storia gli hanno insegnato che le dominazioni mica finiscono perché i dominatori non erano abbastanza preparati: anzi, cascano proprio quando sono in cima al mondo.

Fa il suo bravo monologo su quelli che proprio quando si credevano intoccabili crollano: l’impero romano, che aveva costruito le strade che collegano ancora tutto il mondo moderno, e si era espanso su tre continenti e governava il Mediterraneo, e lo sport e la filosofia e il teatro, e poi all’apice della cultura e dell’eccesso, proprio quando si credevano invincibili, si sbriciolano; e i Mongoli, che avevano conquistato dall’oceano pacifico al golfo di Persia, ma poi si sono allargati, sono iniziate le lotte intestine, e sono implosi; e gli Aztechi, e l’antica Grecia, e l’impero britannico.

Persino – perché è un americano non particolarmente colto che parla al pubblico dello streaming – i Bulls. La squadra di basket di Chicago. Quelli che vincono per due volte tre campionati di fila, e gli anni successivi neanche si qualificano ai playoff. «Sembrava non potesse fermarli nessuno». Sembrano tutti invincibili, finché un giorno non lo sono più.

Fa qualche altro esempio sportivo, l’americano della finzione, e poi conclude: «È la stessa storia, che si tratti di affari, di sport, di politica. La dominazione può durare un decennio, un secolo, o come diavolo si dice quando gli anni sono mille. E accecati da quel momento di sbrilluccichio si convincono di non poter sbagliare. Tutto ciò che raggiunge la grandezza, tutto, ha qualcosa in comune: finisce».

Il presidente di “Paradise” è stato quello al quale ho pensato vedendo la copertina più bella della storia di Vogue America, quella dopo la quale ci vorrebbe un editore coraggioso abbastanza da non trascinare l’agonia di una grandezza già finita, d’un millennio di gloria superato, del mondo di prima attaccato alla rianimazione. La copertina che è al tempo stesso il vertice del mondo che fu, e il suo certificato di morte. Quella con Meryl Streep e Anna Wintour, che per la parte più evoluta di pubblico non necessita d’altre spiegazioni, e per i maschi etero invece dovrò scrivere qualche altra riga.

All’inizio del 2003 esce un libro di cui parlano tutti i giornali americani. Si chiama “The devil wears Prada”, è sgrammaticato e non particolarmente divertente, ma è un caso: l’autrice è stata l’assistente di Anna Wintour, e il libro è un romanzo a chiave. Miranda Priestly che maltratta le segretarie è la Wintour, e la povera segretaria vittimizzata è l’autrice.

Propongo al femminile per cui scrivo allora di fare un articolo, la vicedirettrice mi dice per carità, con Prada nel titolo, non se ne parla. Tutte le cape che ho avuto in tutti i femminili in cui ho lavorato erano – negli anni delle vacche grasse, in cui era meno giustificato di ora – tutte accomunate da un unico tratto professionale: la paura della propria ombra. Figuriamoci, parlerà male d’un inserzionista.

In realtà la ripicchetta dell’autrice non era mica verso Prada, che serviva solo a dire in modo eloquente «casa di moda costosa e invidiabile», ma verso la Wintour. Che, all’epoca, era la Wintour. Lo è rimasta, perché Anna Wintour è – una cosa che ha in comune con Miuccia Prada, ma anche con Karl Lagerfeld o con Giorgio Armani – sempre uguale a sé stessa. Sono le icone pop come le pensava Andy Warhol: immutabili. Puoi permetterti di cambiare in continuazione se sei Madonna o David Bowie e la gente ti canticchia. Se esisti solo nelle immagini devi essere immobile: stessi capelli, stessi occhiali da sole.

È il mondo attorno all’iconografia del Novecento che è cambiato. Quando il primo numero di Vogue America diretto dalla Wintour arriva in edicola, trentotto anni fa, non solo esistono le edicole, ma esiste uno sguardo abbastanza vergine da trovare sconvolgente che sulla copertina di Vogue ci sia una ragazza con un maglione. Non so dire cosa ci vorrebbe oggi per avere l’esito di sorprenderci: una colonoscopia? Oppure, ecco: Miranda e Anna.

Quando nel 2006 il brutto romanzo della Weisberger diventa un film, nessuno può prevedere che sarà un culto, e che contribuirà a rianimare Vogue trattandolo come ciò che già si sta avviando a non poter più essere venendo meno quel mondo: un giornale nel quale le ragazze ambiziose farebbero di tutto per lavorare e sul quale i famosi farebbero di tutto per apparire (una delle cose che oggi ci sembrano normali, le copertine con le celebrità e non con le modelle anonime, è un’invenzione di Anna Wintour).

Non starò qui a riassumervi le battute leggendarie di quel film, il golf ceruleo, l’avanguardia dei tessuti fiorati in primavera, il cubetto di formaggio. Ecco, forse solo quello: tra le cose su cui si sono fatti titoli durante la promozione del seguito (esce fra tre settimane), Anne Hathaway che si è accertata che nessuna delle modelle durante le scene girate alle sfilate di Milano desse il cattivo esempio alle spettatrici essendo sottopeso. Il film della dieta del non mangiare tre giorni e quando stai per svenire mangiare un cubetto di formaggio, perché più somigli a una stampella meglio ti stanno i vestiti, ha un seguito ambientato nel mondo di adesso, in cui tutto dev’essere didattico e raccomandabile ai minori.

La conversazione tra l’ex direttrice di Vogue e la Miranda dello schermo è condotta da Greta Gerwig, perché Vogue non è più abbastanza rilevante da avere giornaliste abbastanza note da farsi leggere; colei che la Wintour ha messo a dirigere Vogue in questo tempo di cure palliative – Chloé Mall, figlia di Louis Malle e Candice Bergen – scrive che lei è lì solo come stenografa: ce la vedi la Wintour quarantenne che scrive «l’intervista la fa un’altra, io sono qui a prendere appunti come un’umile segretaria»?

Chloé è del 1985: ha tre anni quando esce il primo Vogue di Anna, il mondo di prima lo vede dai banchi di scuola. Ma ha ben netta la percezione che nessun essere ben nata potrà fare di lei una Wintour, che Anna sia una leggenda e lei no, che Anna sia ancora grande anche se i giornali sono diventati piccoli. L’unica cosa che aggiunge alla trascrizione stenografata è che le scene di Miranda che sbatte i cappotti sulla scrivania della segretaria sono leggendarie, ma lei Anna l’ha vista sempre e solo porgere il cappotto con grande garbo.

Nelle foto scattate da Annie Leibovitz, probabilmente le prime foto interessanti che scatti da quella volta di John e Yoko, Miranda è piena di Prada: persino i loghi in rilievo sulle suole delle scarpe vengono inquadrati. Oggi nessuna tremebonda direttrice di femminile direbbe che non si può parlare del “Diavolo veste Prada”, oggi è evidente anche ai più ottusi che il diavolo sta a Prada come “Shakespeare in love” stette al teatro.

Dice a un certo punto dell’intervista Meryl Streep che il suo abito di Miranda preferito, in questo film, è uno che le ha disegnato Piccioli, e che nel primo film mica avevano dei gran vestiti, perché gli stilisti non volevano darglieli, «erano tutti terrorizzati da Anna». Da Anna che neanche si sapeva se avesse visto il film, come avrebbe reagito, se ci fosse da temere un anatema.

Era vent’anni fa, ma sembrano duecento. Adesso che Anna Wintour ha così bisogno di rimanere attaccata alla propria iconicità da prestarsi alla copertina con Meryl Streep, «per quanto Miranda sia distante da me». Adesso che Vogue non esiste talmente più che sembra sconvolgente che abbiano avuto un’idea: Anna e Miranda è un’idea, non so neanche quanti anni erano che non ne vedevo una su un femminile, forse decenni.

In “Empire of the Elite”, il libro sugli anni delle vacche grasse di Condé Nast scritto l’anno scorso da Michael M. Grynbaum, c’è una notazione piuttosto esatta sul fatto che “Il diavolo veste Prada” è la rappresentazione più fedele di quel mondo non perché i dettagli siano giusti o perché Miranda somigli a Anna, ma perché «cattura l’ansia e l’ambizione, la disciplina e l’autostima, la serietà riguardo alle frivolezze e la frivolezza sulle cose serie che hanno definito la moderna Condé Nast».

Adesso l’ambizione e la disciplina non esistono più, e se fai vedere il film a una trentenne – una di quelle che non rispondono alle mail di lavoro dopo le cinque, e che spariscono dall’ufficio perché hanno il corso di ceramica – è quasi certo che penserà la stronza sia Miranda, che alla ragazza in golf ceruleo dà l’occasione di crescere, mica il fidanzato che ne tarpa le ambizioni.

E, se anche esistessero delle sacche di ambizione, non potrebbero stare nel giornalismo patinato: a un certo punto abbiamo deciso che non dovessero più esistere i guardiani del gusto, che era giusto tutto fosse dilettantesco e indisciplinato, ed eccoci qui. L’impero è caduto, il gusto non esiste più, e la copertina di Anna e Miranda resta, a futura memoria, come quelle rovine romane su cui i gatti randagi pisolano e che i turisti guardano ammirati nei due giorni di sosta prima di tornare alla civiltà.

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