L’esercito americano ha imparato qualcosa da Aristotele. Lo slogan di reclutamento che ha scelto alla fine del secolo scorso, “Be all you can be!”, è un’eco inquietante dell’antico desiderio di realizzare al massimo le proprie potenzialità nascoste. Naturalmente, le capacità apprezzate dai reclutatori non sono certo quelle che Aristotele aveva in serbo per gli esseri umani. Per il filosofo greco, la potenzialità più alta e più propria che abbiamo è quella del pensiero razionale aiutato dal principio di non contraddizione. Questa attività teorica è talmente elevata da riuscire a sbirciare dietro la cortina del regno divino (theoria è, letteralmente, contemplazione della divinità). La mancata realizzazione di questa capacità minaccia il nostro stesso status di esseri umani. Chi non rispetta il principio di non contraddizione sprofonda fino allo stato di vegetale: «E se si sostiene che tutti, nello stesso modo, a un tempo, e si ingannino e dicano il vero, allora a colui che sostiene questa tesi non sarà possibile aprire bocca né parlare; infatti, nel medesimo tempo, egli dice determinate cose e le disdice. E se uno non pensa nulla, e indifferentemente crede e non crede, in che modo costui differirà dalle piante?»(Metafisica 1008b).
È stato forse lo sdegno di Aristotele a renderlo cieco di fronte al fatto che si stava impegnando nell’attività che criticava nel momento stesso in cui la criticava. L’uomo che snobba il principio di non contraddizione “pensa e non pensa allo stesso modo”, il che è di per sé una contraddizione di termini! Il punto che Aristotele vuole mettere in evidenza potrebbe essere l’impossibilità di descrivere le violazioni della logica formale in termini logico-formali. Tuttavia, nel suo enigmatico verdetto c’è molto di più di questa impossibilità. Coloro che, allo stesso tempo, pensano e non pensano si trovano nella condizione di piante: incapaci di dire qualcosa di significativo, di cogliere il senso o di attivare la loro psiche propriamente umana. Aristotele allude naturalmente alla flessibile scala degli esseri che abbiamo incontrato in Platone – un quadro ontologico in cui si possono incontrare tutti i generi di mescolanze creaturali. Un universo ordinato è garantito solo se ogni essere attualizza le potenzialità che gli appartengono: un chicco di grano, quelle del grano; un cane, quelle dei cani; un umano, quelle degli umani. Quando un errore, accidentale o meno, si insinua nel processo di attualizzazione, nulla impedisce all’esemplare umano appena pensante (pensante e non pensante) di scivolare al livello di una pianta, specializzata esclusivamente nell’acquisizione di nutrienti e nella riproduzione. Pelandroni, fate attenzione!
A suo merito, Aristotele non afferma che coloro che violano la logica formale (e tanto meno le piante stesse) non pensano. Pensano e non pensano, il che può significare che pensano in modo diverso, meno astratto. La vita è già intellezione, dispersa in tanti modi di pensare quante sono le forme di vita. Il tō threptikon, o anima vegetale, che attraversa i regni e le specie biologiche, non è una forma di pensiero né simbolica né cosciente, ma è comunque un pensiero (o, stravolgendo ancora un po’ la logica formale, un pensiero che non è pensiero). In termini contemporanei potremmo dire che l’adattamento evolutivo, in cui le piante hanno eccelso come dimostra il successo della loro diffusione sulla superficie della terra, è un segno di intelligenza vissuta. Tuttavia, l’eccellenza nutritiva e riproduttiva di una pianta, che è il minimo indispensabile per il mantenimento e la perpetuazione delle funzioni vitali in qualsiasi organismo, è insufficiente per salvaguardare la nostra umanità. Spetta ai lettori dedurre quale potrebbe essere il contributo di Aristotele al dibattito sull’eutanasia e come valuterebbe la condizione medica nota come “stato vegetativo persistente” negli esseri umani.
Nel tentativo di essere tutto ciò che può essere, in che modo un essere naturale dotato di un insieme di potenzialità può attuarle? Proprio mettendole in atto, praticandole, fenomenizzandole, portandole alla luce del sole. Una pianta che trae nutrimento dalla terra e dalla luce del sole, che germoglia con frutti che portano semi e che, in questa abbondante fertilità, dà origine ad altre piante del suo genere attualizza praticamente sé stessa. Un essere umano guidato nei suoi discernimenti dal pensiero logico e impegnato nella contemplazione teorica attualizza la sua umanità. Naturalmente, gli esseri umani possono sbagliare o ignorare del tutto i precetti della ragione teorica e applicata. Abbiamo già registrato gli effetti collaterali ontologici di questo fiasco. Ma anche le piante possono fallire in ciò che loro dovrebbero fare. Il verdetto di Aristotele? Un “frutto ‘senza seme’ è in un certo senso imperfetto” (Metafisica 1023a), in quanto non è all’altezza del suo scopo (telos) – il che chiarisce l’intera natura di una pianta. Pur possedendo potenzialità riproduttive, una pianta sterile non mette in atto questa potenza, non la attualizza. Per evitare di mettere in pericolo la sua teleologia – il sistema di scopi o fini accuratamente costruito – Aristotele respinge la sterilità come un semplice incidente, una privazione casuale, un’eccezione al normale corso delle cose. Di norma, l’“arrivo alla fecondità” fornirà a lui, così come a molti filosofi successivi, un modello tangibile di attualizzazione teleologica.
Considerando che i frutti e i semi mostrano l’eccellenza dell’anima vegetale, le cui potenzialità passano all’attualità vivente, è ancora più divertente che Aristotele consideri queste parti di una pianta come i prodotti escretori del suo processo nutritivo. (Le piante, infatti, utilizzano i propri scarti a loro vantaggio, in quanto li trasformano negli strati duri esterni del loro corpo, una sorta di esoscheletro vegetale. In questo modo, raggiungono la stabilità in assenza di una struttura scheletrica simile a quella animale.) In Le parti degli animali il filosofo si meraviglia del fatto che le piante non abbiano un equivalente dell’intestino degli animali: sono “prive di qualsiasi parte per lo scarico dei residui”. “Infatti, il cibo che assorbono dal suolo”, continua, “è già stato elaborato, ed esse emettono come equivalente i loro semi e i loro frutti” (Le parti degli animali 655b). In altre parole, le piante possono solo mangiare (con le loro radici che funzionano come bocche sotterranee) e defecare (con i frutti come equivalente dei rifiuti). È questa soluzione ingenua che apre la strada alla concezione del tō threptikon come sede di un’unica capacità di nutrimento, dove la riproduzione è ridotta a un sottoprodotto della nutrizione.La potenzialità attualizzata delle piante mescola il più alto e il più basso; se dovessimo psicanalizzare Aristotele, concluderemmo, nello spirito di Freud, che la sua teoria della vita vegetale è la sublimazione della merda. Poiché Aristotele si è attenuto all’assioma di un ordine naturale fisso e si è scrollato di dosso tutte le spiegazioni legate al caso, si è assunto il compito di dettagliare le rigide regolarità dell’attualizzazione. Due di queste sono eccezionalmente pertinenti per la nostra discussione.
In primo luogo, lo sviluppo delle potenzialità tende sempre e necessariamente a un limite predeterminato inerente a ogni essere in via di sviluppo. Più che la forma dell’attualità passata, questo limite regola il movimento di attualizzazione dal futuro, per così dire. In questo senso “è impossibile che un animale o una pianta siano un certo ‘quanto’ per grandezza e per piccolezza, è ovvio che neppure una qualsiasi delle loro parti lo è, giacché altrimenti anche l’intero sarebbe un certo ‘quanto’” (Fisica 187b). Aristotele prosegue citando la carne e le ossa come parti animali e i frutti come loro analoghi vegetali, soggetti a limiti di dimensione. I seri sforzi dei culturisti e degli agronomi non stanno in piedi, non riusciranno a produrre un insieme di muscoli o pezzi di frutta così sublimi da superare ogni misura. Il fenomeno delle angurie cinesi che esplodono, riportato nel 2011 e probabilmente istigato da sostanze chimiche che favoriscono la crescita, è una buona illustrazione di questa impossibilità.
Tutto questo è vero per quanto riguarda le misure fisiche. Ma l’attualizzazione delle nostre potenzialità unicamente umane introduce una svolta inaspettata nella narrazione filosofica di Aristotele. Ci sono indiscutibilmente dei limiti oggettivi alla crescita e alle attività che la promuovono; per dirla in modo un po’ grossolano, c’è un vincolo non negoziabile a quanto un uomo (o una pianta) può mangiare e defecare. Anche la capacità umana di pensiero razionale e di attività teoretica è limitata. Non possiamo essere puramente razionali come gli dèi: è la nostra esistenza corporea a impedirlo. Tuttavia, al culmine della theoria, intravedendo qualcosa della natura divina, raggiungiamo quella sorta di autoriflessività che si traduce nel “pensiero che pensa sé stesso”. È così che possiamo finalmente essere tutto ciò che possiamo essere. Come il motore immobile non influenzato dalle cose fuori da sé, il pensiero che pensa sé stesso mette in atto una peculiare autolimitazione, poiché non è limitato da nulla se non da sé stesso! Non elimina il limite, ma se ne appropria e, in questa sottomissione a sé stesso, brilla con la promessa della libertà. Questa circolarità, simboleggiata da un serpente che si morde la coda, è preclusa alle piante, che, secondo Aristotele, mancano di autoriflessività e di interiorità soggettiva e dunque di un mondo interiore di pensieri, sogni, ricordi e speranze. La pianta non si compone da sola, né si fa da sé. Possiamo solo ipotizzare come avrebbe reagito Aristotele alle recenti scoperte degli scienziati che si occupano di piante, che hanno evidenziato l’esistenza della memoria vegetale, del riconoscimento di sé e dei propri simili, dell’apprendimento, ecc. In ogni caso, l’entusiasmante implicazione di queste ricerche è che anche strutture psichiche “avanzate” come la memoria non hanno bisogno di essere attualizzate nella coscienza soggettiva o nell’autocoscienza, ma possono essere inscritte nei corpi degli organismi.
La seconda regolarità dell’attualizzazione che vale la pena di sottolineare è che né il processo né il suo risultato sono casuali: “dal seme particolare non nasce ciò che capita a caso, ma da questo seme qui un olivo, da quest’altro qui un uomo” (Fisica 196a). E, nel La generazione e la corruzione, Aristotele aggiungerà il grano all’equazione: “Qual è, dunque, la causa del fatto che da un uomo deriva sempre o per lo più un uomo, e che dal grano il grano, ma non un ulivo?” (333b). Più che il caso, la natura essenziale di un essere che si propaga è responsabile di ciò che viene generato. Nello stesso passo, Aristotele ammette che le eccezioni a questa regola generale (cioè quelle che conosciamo come mutazioni genetiche) sono attribuibili al “caso o alla fortuna”. Come sappiamo, quando Aristotele scrisse queste righe la genetica non esisteva come disciplina scientifica. Traendo la maggior parte delle sue inferenze teoriche dalla vita animale e utilizzando la “generazione degli animali” come caso paradigmatico di tutto ciò che vive, Aristotele non poteva sospettare che le piante mostrassero una flessibilità genetica molto maggiore rispetto agli animali. I semi di melo, per esempio, non riproducono mai l’albero madre, ma danno origine a una nuova specie ogni volta che vengono piantati. In media, le piante mostrano una maggiore plasticità rispetto agli animali nel loro sviluppo, producendo cambiamenti che spesso vanno in profondità fino al loro patrimonio genetico e che vengono trasmessi alla generazione successiva. Un vero e proprio incubo per Aristotele, la plasticità genetica nelle piante non rappresenta un caos vero e proprio, in cui uno stelo di grano può in qualche modo trasformarsi in un ulivo, ma sfida il suo tentativo di neutralizzare il caso nel processo di realizzazione. Le piante sarebbero tutto ciò che potrebbero essere a condizione di poter realizzare le loro infinite potenzialità di essere: una completa e assoluta impossibilità, per non dire altro.
Desideroso di esorcizzare il caos dal pensiero e dall’essere, nella sua Fisica Aristotele sottolinea l’idea che non è “questione di fortuna ciò che nasce quando si semina questo o quel seme”, ma è costretto a concedere che le “indicazioni di scopo” nelle piante non sono “elaboratamente articolate” (199b). Il suo trattato di botanica, da tempo perduto, avrebbe probabilmente contribuito a spiegare la non articolazione dello scopo vegetale. (Il libro De plantis, o Sulle piante, attribuito ad Aristotele, fu probabilmente composto circa tre secoli dopo la sua morte da Nicolao di Damasco.) Senza il testo originale, possiamo ricostruire l’ipotesi aristotelica, che probabilmente suonava più o meno così: lo scopo, o la causa finale, è evidente nelle parti delle piante, ma non nell’insieme. Nelle piante, sostiene Aristotele, “le cose utili sono prodotte per il fine, come le foglie per proteggere il frutto” (Fisica 199a). Ma, mentre le foglie esistono “per” il frutto, la pianta non esiste per sé stessa. Il suo scopo è esercitare la sua capacità generativa, dare origine a un altro essere simile, il che significa che la sua attualizzazione non culmina in sé stessa, ma in un altro essere, e così via all’ennesima potenza. La riproduzione, causa finale delle piante, non è esattamente finale, perché una serie potenzialmente infinita di figli non può raggiungere la chiusura naturale. L’indeterminatezza della vita vegetale invade l’universo ordinato di Aristotele.
