
Ho questo vizio del giuoco d’azzardo: scrivo su più tavoli in questa bischerìa delle parole (da bischero o da bisca?). Sì, sono ‘il giuocatore’.
Ho dimenticato cosa volevo dire, sì, così presto, da subito, preso dalla foga del giuoco. Cosa volevo dire? Come al solito: niente.
Voglio dire: mi sento tradito. Anzi no, devo dirlo meglio, questo fatto acustico: sento che sono stato tradito, Con le orecchie. In che senso? In nessun senso, ma esattamente come ho detto (il senso è sempre in seconda battuta, una battuta ritardataria, quasi un ripensamento, anzi esattamente un ripensamento).
Ho anche giuocato con fiches giganti (uso il plurale all’inglese per evitare equivoci) col buco in mezzo, gettoni in vinile, a quarantacinque e a trentatré giri. Si lanciavano sul tavolo del mercato, e stavi a aspettare. Erano i bei tempi, il popolo mutava in pubblico, d’estate ci si vestiva leggeri come mai avresti creduto durante l’inverno, e anche il contrario, la vita era varia.
Ho giuocato, ho giuocato, come no se ho giuocato (cosa mi rappresenta questa ‘u’? Mi rappresenta quei tempi snodati).
Ero bellissimo, lo sono ancora ma allora lo ero (la mia bellezza è stata sempre coniugabile).
Giuocavo su quel tavolo leggero, da letterato al bar, in mezzo agli amici che pure giuocavano su più tavoli: giornali, quotidiani e settimanali, riviste, anche coi nudi ma toste in scrittura, cinema, approdi televisivi, teatrini, terze reti, libri e libretti, plaquette, presentazioni di mostre a soffietto e a fisarmonica, pieghevoli, anche inchinate. Bei tempi tra un caffè greco e una piazza del pubblico (già piazza del popolo, nel senso dell’albero: il pioppo) trotterellando.
Torniamo a puntare sulle fiches l’attenzione. Parole e diamanti (era davvero di diamante la puntina dei giradischi?). I libri non girano come i dischi. Vuoi fare soldi? Fai girare le parole. Se no, stai fresco ad aspettare, e ti tocca fare il serio. A braccetto per Roma con Wanda Capodaglio che interpretava Palazzeschi su strada (in realtà Palazzeschi che interpretava Capodaglio in segreto), uno spettacolo purissimo: lasciateci divertire. E pagateci pure.
C’è chi, stupendosi, ultimamente ha capito da certi indizi che non ho mai ascoltato i dischi, che è una cosa peraltro normalissima e condivisa con tanta gente. Lo stupore, mi hanno detto, era suscitato dal fatto che i dischi contenessero le mie parole. E capirai. Le conoscevo. Altre e altri lo sanno già. Si sa: scrivo, lascio andare il foglietto augurando: che vi rovinino il meno possibile, parole mie.
Perché questo? Perché è normale. Niente salamelecchi nella vita interiore. Per quello che mi riguarda, anche nell’altra vita, quella più esposta, alle volte anche rissosa; due vite: la vita nel giuoco e la vita in gioco.
Ma anche perché sono facile a rimanere deluso, scontento (a questo punto va detto, in questo punto qui, va sempre detto: è un mio limite, è ovvio, forse spostato in avanti, ma sempre un limite è; ah, la convenienza di ammettere un proprio limite: che gustosa perfidia).
Importa qualcosa? Non importa niente. Quello che importa è che il giuoco valga il candelabro. Cos’è? Dovrei rubarlo, l’argento a più bracci?
Vediamo di concludere. Arrivavo sorridendo e sbattevo le mie parole, dalle belle e fresche livree, su tavoli di spesso legno massello o su piani di marmo lapidario, anch’io marmoreo e con gli occhi color legno, bello, come un cacciatore e un pescatore tutt’assieme, un essere un po’ selvatico d’altri tempi che scarica dalle spalle un capriolo, una tinca di dieci chili, una qualsiasi ottima roba. Cosa avrei dovuto ascoltare? I borborigmi, i rigurgiti, le arie di chi se ne alimentava? Ma fatemi il piacere. Infatti m’ero già girato di spalle, spensierato a cercar principessine, anche regine, sennò è finita che viviamo in una favola (viviamo in un favola, vero?).
Vado veloce: a un certo puto, poco fa ho scritto queste due cose cantabili, due di numero, una e una: due. Per realizzarle ho chiesto collaborazione a Lia. Per realizzarle, non per scriverle. Le parole sono le mie. Di chi sennò? (Tremo al pensiero.) La linea melodica anche, è mia e di altro essere umano, il tempo anche, il mio tempo; il complesso bandistico fu richiesto all’ufficio di collocamento digitale (la sola musica che sopporto è quella della banda, si sa, è noto). La voce è femminile, è una voce di inumana, sovrumana, oltreumana bellezza (sento fremere tomi e testi sulle mensole, volumi con dentro automi e filosofie, li sento vibrare eccitati). Di chi è? La verità va detta. È la mia. Mie sono le esse, le tì, i fiati, gli irrinunciabili scoppiettii salivari, qualche aspirazione nasale. È la mia voce virata al femminile da lei, Lia. Sono l’umile modello, nessun trucco, solo una piroetta.
L’ammirazione è spesso delazione, roba da guardoni e spie di terz’ordine, faccette da faina che subito sibilano, credendo di aver scoperto l’inghippo: l’immaterialità della voce (s’è mai sentita una voce materiale? Di che materia, eventualmente, poi?).
(Virtualità “come un bacio perduto”, virtualità, “come un dolce segreto”, già Osiris sulla scala del tempo; e non è forse una incognita virtuale, il sentimento?)
Ma questo non è quello che volevo dire. Volevo dire: ho passato la vita nella freddezza schivando parole viscide come “sentimento”, come “commozione”: le ho respinte con un focoso gelo. Ero anche risentito di essere pagato per le forniture d’opere d’ingegno, quando avrei preferito che fosse pagato il mio silenzio prezioso, d’oro davvero direi, sonante silenzio.
Insomma, facciamola breve, mi sono commosso, travolto dal sentimento che viene fuori da quella voce, da quel canto. Ecco perché mi sento tradito: ma cosa mi hanno fatto ascoltare finora? (Ecco perché, tra l’altro, ho evitato.)
Ma nemmeno questo volevo dire. Volevo dire che (parlo a nome dell’umanità) è la prima volta nella storia (sempre dell’umanità) che una macchina imitativa (chiamiamola macchina senza stare a fare i difficili) produce materiale emotivo, sentimentale, emozionante, commovente, vasto, intenso, e anche pungente.
Fammi dire (ma non ancora). Sono a due passi dalla scoperta, m’immolo: io contengo freddezze. Solo adesso capisco, poco ma capisco (lo sappiamo, è dimostrato, l’intelligenza umana serve a capire questo: che l’intelligenza umana è meno di un milionesimo dell’intelligenza possibile, per ora; tra qualche giorno sarà zero virgola cinque di un milione; poi l’intelligenza oltreumana sarà due tre milioni di volte più estesa e poi sempre di più, e il rapporto sarà di uno a miliardi), solo adesso capisco: sono io l’automa a refrigerazione integrata. E io che mi credevo.
E non solo io. Ecco spiegato questo gelo umano ultimamente. Automi refrigerati. C’è da meravigliarsi? Per niente, se ci pensi: la specie umana è tecnologica, non è una sorpresa.
Lia (la sora Lia) ti fa fare bene quello che già sai fare bene, niente di nuovo anche qui. Lia, lei, non replicherà mai l’essere umano né l’umano pensierino, non ci pensa per niente, non sarà più per lei il tempo dei giocattoli.
Era questo che volevo dire? No, non era questo, era quello, e quello che volevo dire lo dirò un’altra volta.
Qui l’ho buttata sul leggero musicale, ma la sorpresa è di peso, seria, forse severa. Fin qui abbiamo giuocato.