Tutti giù per TeheranLe divisioni interne tra pragmatici e oltranzisti stanno indebolendo il regime iraniano

Le tensioni tra ayatollah e pasdaran, aggravate dal collasso economico e dalla perdita di consenso, espongono il paese a una fase di instabilità politica crescente

LaPresse

Il punto sulla guerra all’Iran dei pasdaran non va colto, certamente, nelle dichiarazioni frenetiche e irresponsabili di Donald Trump, ma nel vero elemento strategico in cui questa guerra sarà vinta o persa: la compattezza del vertice politico-militare iraniano, la vera forza cinquantennale del regime. È solo grazie a questa compattezza di vertice che ayatollah e pasdaran sono riusciti, infatti, a soffocare nel sangue le rivolte del 1999, del 2009, del 2019, del 2022 e l’ultima, del gennaio scorso, la più grande ed estesa, che ha coinvolto anche parte della loro base sociale di consenso e, per la prima volta, larga parte dei ceti medi.

Ora è sotto gli occhi di tutti che quella compattezza del regime di Teheran si è sbriciolata a tal punto che le due – o tre, o quattro – fazioni si danno apertamente del traditore o dell’irresponsabile in televisione e nelle piazze – slogan infamanti contro Ghalibaf, il mediatore, sono risuonati chiarissimi in una grande manifestazione – e ci hanno fatto assistere a una tragicommedia che ha persino visto, nei giorni scorsi, la nuova Guida della Rivoluzione Mojtaba Khamenei, o meglio i suoi ventriloqui, affermare che una delegazione sarebbe partita per Islamabad, salvo essere poi smentita dopo poche ore. Un fatto mai visto sinora, segno che sta andando a rotoli la commedia scomposta che ayatollah e pasdaran stanno recitando, attorno alla gestione del secondo successore di Khomeini alla guida del paese, con un Mojtaba Khamenei senza voce, senza volto e senza corpo.

Ma il dato fondamentale è che le linee di frattura, scoppiate tra varie fazioni di vertice, non sono in realtà limitate alla contingenza, alla decisione o meno di trattare con gli americani, ma sono e saranno permanenti e riguarderanno posizioni sempre più divergenti e conflittuali sulla gestione del paese.

Beninteso, deve essere chiaro che ha, per l’ennesima volta, torto marcio Donald Trump: in Iran non ci sono, come lui si illude, riformisti o moderati schierati contro oltranzisti. Ci sono solo dei dirigenti rivoluzionari che condividono totalmente l’ideologia khomeinista, la terribile teologia della morte e il progetto strategico di distruggere Israele. Ma, al loro interno, ci sono divisioni radicali, perché da una parte ci sono dei realpolitiker Bagher Ghalibaf, Abbas Araghci e Masud Pezeshkian, che hanno ben chiaro che la situazione economica, dopo le enormi distruzioni provocate dai bombardamenti, è talmente disastrosa e compromessa che non è più possibile comprare il consenso di quei venti milioni di iraniani – su ottanta milioni – che costituiscono la base d’appoggio e di consenso del regime.

La struttura economica del paese è, infatti, talmente compromessa che non solo le casse dello Stato non possono più sostenere il welfare diffuso, non possono più elargire reddito senza contropartita di lavoro tramite le Bonyad (le fondazioni) a quella ventina di milioni di iraniani che appoggiano il regime, ma che, addirittura, il presidente della Repubblica Masud Pezeshkian ha dichiarato che non sa come pagare gli stipendi di maggio, non solo ai 5 milioni di dipendenti statali, ma anche ai fondamentali 200.000 pasdaran, ai 420.000 soldati e ai 450.000 Bassiji, i membri delle squadracce che garantiscono l’ordine pubblico.

Il tutto, in un Iran in cui, da dieci giorni, vengono bruciati 450 milioni al giorno di entrate nelle casse dello Stato per il blocco dello Stretto di Hormuz, e in cui, da quattro mesi, Internet è disattivato per pura paura del regime, con ulteriori danni di decine e decine di milioni di dollari. Un paese in cui la disoccupazione è aumentata, da un mese in qua, di un milione di unità e con le famiglie letteralmente affamate da un’inflazione alimentare al 57,90 per cento e nel quale, nel Bazar di Teheran, alcuni bazari sono arrivati a far pagare le porzioni di formaggio a rate, per incentivare la vendita di un prodotto che ormai costa svariate banconote da dieci milioni di rials, appositamente stampate dalla zecca il mese scorso per rincorrere un’inflazione galoppante.

A questa componente realpolitiker si contrappone, dunque, una componente rivoluzionaria guidata da Ahmad Vahidi, il generale comandante dei pasdaran, un terrorista che ha organizzato l’attentato in cui ha ucciso 115 ebrei civili a Buenos Aires, in due attentati nel 1992 e nel 1994, da Said Jalili, eroico combattente nella guerra contro l’Iraq, potente membro del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, già mediatore degli accordi sul nucleare del 2015 e avversario storico di Bagher Ghalibaf, da Bagher Zolghadr, segretario di quel Consiglio Supremo, e da Esmaeil Qani, comandante delle Forze Qods.

Questa componente oltranzista si rifiuta di mettere in discussione la purezza rivoluzionaria e l’impegno e la spesa militare come priorità della nazione, per placare i bisogni materiali del popolo che, semplicemente, se oserà protestare per le privazioni economiche, verrà mitragliato o impiccato, come lo è stato a gennaio (non si sa ancora il numero delle vittime, che dovrebbero essere circa 30.000).

Questa componente oltranzista, che somma a una mentalità avventurista iper-giacobina l’ideologia khomeinista del jihad e del martirio, si oppone oggi alla trattativa, o comunque vuole imporre una posizione rigidissima su tutti i punti in discussione perché, quando finirà la guerra, intende emarginare dal potere e dal governo, definitivamente, tutta la componente realpolitiker e assumere il controllo totale della spesa, per garantire che venga impiegata per la ricostruzione di tutto l’apparato bellico distrutto e non certo per comprare consenso attraverso il welfare e l’erogazione a pioggia di reddito.

Dunque, per un apparente paradosso – in realtà per cecità rivoluzionaria di un corpo dei pasdaran intriso di fanatismo jihadista – questa componente oltranzista vuole imporre una strategia di economia di guerra, tutta incentrata sul rimpiazzo degli armamenti, che, in realtà, mina e sbriciola la stessa base popolare di consenso verso il regime.

Si è così aperta, nel vertice politico-militare iraniano, una divaricazione totale di strategie politiche, mai verificatasi da 47 anni, nella quale la prossima, inevitabile, protesta popolare, innescata da un vero e proprio collasso economico, potrà incunearsi per destabilizzare definitivamente il regime. Questa, sui tempi medio-lunghi, è l’unica valutazione accettabile sull’andamento della guerra.

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