Tornare a crescereL’Italia cresce meno di tutti, e ha bisogno di una strategia per il futuro

Il problema del nostro Paese è la produzione in calo, la produttività ferma i e salari stagnanti. Servono riforme su lavoro, investimenti, energia e innovazione. Una proposta dei riformisti Pd a Palazzo Madama

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L’Italia non cresce. Esposta alle conseguenze della nuova crisi internazionale, rischia persino di retrocedere. Di questo abbiamo voluto parlare a “Tornare a crescere”, iniziativa organizzata dai Riformisti del Partito democratico e che si è svolta ieri a Palazzo Madama. Vi hanno preso parte, tra gli altri, Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Francesco Giavazzi, Marco Leonardi, Antonio Misiani.

Ma torniamo alla situazione del nostro Paese. Da più di tre anni la produzione industriale è in calo. L’occupazione è cresciuta, ma la produttività è diminuita del tre per cento. Un paradosso apparente che rivela la trappola in cui siamo finiti: più lavoro, ma meno efficiente.

Senza crescita gli stipendi restano al palo e il nostro modello sociale è sempre meno sostenibile. Si tende a rimuoverlo, ma la mancata crescita è il problema numero uno che l’Italia è chiamata ad affrontare.

Certo, c’è una questione più generale che riguarda l’Europa. In circa trent’anni – dall’avvento del digitale – tra Unione europea e Stati Uniti si è aperto un enorme divario di produttività. Nel 2005 il Pil europeo era equivalente a quello americano; oggi vale i due terzi. Il Pil pro capite, anch’esso sostanzialmente allineato allora, oggi non supera il sessanta per cento di quello statunitense. Nella classifica delle venticinque aziende più valutate al mondo, gli Stati Uniti ne controllano venti. L’Europa una.

Il modello europeo – consolidato intorno alla manifattura mid-tech e a un’innovazione prevalentemente incrementale – arranca nel confronto con quello americano, che punta sull’innovazione tecnologica più radicale.

A questo si aggiungono un costo dell’energia doppio rispetto a Stati Uniti e Cina, la frammentazione degli investimenti pubblici tra i diversi Stati e l’insufficienza di quelli privati, i dazi americani e alcune rigidità regolatorie di cui l’Unione europea fatica a liberarsi. Oltre alla concorrenza cinese: dal 2014 a oggi le importazioni europee dalla Cina sono più che raddoppiate. E non si tratta più solo di tessile o manifattura a basso valore aggiunto: oggi la Cina compete su macchinari avanzati, elettronica, veicoli elettrici, semiconduttori, tecnologie per la transizione verde. Le imprese cinesi sommano scala e generosi sussidi statali. Il risultato è che molti settori europei – stretti nella tenaglia commerciale est-ovest, gravati da costi energetici insostenibili, privi di autonomia nell’approvvigionamento di materie prime – rischiano semplicemente di sparire.

È il quadro che il Rapporto Draghi ha fotografato con lucidità e a cui corrisponde la “ricetta” che conosciamo: maggiore integrazione europea, una diversa governance dell’Unione europea, completamento del mercato unico (anche dei capitali) e poderosi investimenti, pubblici e privati, per recuperare il terreno perduto.

Detto questo, va detto, però, anche che Grecia e Spagna – che condividono la medesima cornice europea – crescono da quattro a sei volte più del nostro Paese, con deficit pubblici più bassi.

C’è quindi un evidente “problema Italia”, dentro la fragilità europea. Non da oggi. Dal 1995, la crescita cumulata per abitante in Italia è stata del sette per cento inferiore a quella della Francia, del dodici per cento rispetto al Regno Unito, del trentatré per cento rispetto alla Spagna, del trentasei per cento rispetto alla Germania. Dal 2000, l’economia italiana è cresciuta del sei per cento in totale; quasi nulla. E i redditi reali ancor meno. Veniamo da almeno due decenni di stagnazione, mentre il resto del mondo sviluppato andava avanti.

Gli ultimi anni contenevano però un’occasione forse unica per cambiare verso. I duecento miliardi del Pnrr dovevano servire esattamente a questo, accompagnati dalle riforme che ci eravamo impegnati a fare: modernizzare il Paese e tornare a farlo crescere. In più c’è stato il Superbonus: altri duecentotrenta miliardi di euro pubblici gettati nella fornace dell’economia per farla crescere. Risultato: +1 per cento nel 2023, +0,7 per cento nel 2024, +0,5 per cento nel 2025, stessa previsione per il 2026. Una gigantesca iniezione di spesa pubblica che non ha spostato praticamente nulla.

Il primo, rilevante freno alla crescita del nostro Paese consiste nel basso numero di occupati. È vero che negli ultimi anni l’occupazione è aumentata – ed è un fatto senz’altro positivo –, ma con un tasso di occupazione del 62,5 per cento l’Italia è comunque ultima in Europa: 8,5 punti sotto la media Unione europea. Il divario è ancora più netto per le donne: nell’Unione lavora il 66,6 per cento delle donne tra i quindici e i sessantaquattro anni, in Italia poco più di una su due – il 53,8 per cento. A questo si sommano una crisi demografica tra le più acute d’Europa (perdiamo più di centoventimila abitanti all’anno, con un impatto diretto di almeno un decimo di punto di Pil) e l’esodo di sessantamila giovani tra i diciotto e i trentanove anni ogni anno, la maggior parte con alta formazione.

Paghiamo, poi, l’energia più di tutti, a causa di un mix di generazione in cui il gas – la fonte più cara – fissa il prezzo dell’energia elettrica nel settantasette per cento delle ore dell’anno (in Spagna, grazie al forte sviluppo delle rinnovabili e a una quota nucleare del venti per cento, questa percentuale è ridotta al dodici per cento).

È vero che la nostra manifattura resta la seconda in Europa per valore aggiunto, che le esportazioni hanno tenuto nonostante la crisi tedesca e i dazi di Trump, e che siamo di conseguenza il quarto Paese esportatore al mondo. È vero anche che le grandi e medie imprese italiane sono più produttive rispetto alle omologhe europee. Il punto è che sono troppo poche, e infatti generano solo il quarantadue per cento del valore aggiunto manifatturiero, contro il settantacinque per cento di Germania e Francia.

La conseguenza è che la crescita della produttività, negli ultimi dieci anni, è stata un terzo di Francia e Germania, e meno della metà rispetto alla Spagna. Nel frattempo, abbiamo perso sessantamila piccole imprese manifatturiere e lo stipendio di un ingegnere italiano è il più basso tra tutti i Paesi europei.

Il problema, ampiamente documentato, è che un’ampia quota del tessuto produttivo italiano ha imboccato quella che viene definita «la via bassa della competitività», e fatica a uscirne. È impegnata, cioè, in una competizione sul costo anziché sul valore aggiunto, con limitata capacità di generare innovazione. I fattori che più incidono sono la prevalenza di piccole e piccolissime imprese, mediamente molto meno produttive, la bassa penetrazione delle tecnologie digitali e le inefficienze dell’ambiente amministrativo-burocratico in cui le imprese italiane sono costrette a muoversi.

In questo quadro – va detto con chiarezza – il governo Meloni non ha saputo mettere in atto alcuna strategia per la crescita. Ha cancellato l’Ace, la decontribuzione Sud e ridotto dell’ottanta per cento il fondo automotive – sottraendo all’industria risorse per circa quindici miliardi. Poi ha pasticciato in modo indecoroso tra Industria 4.0, Transizione 5.0, iper-ammortamento, credito d’imposta: promessi, ritirati e infine riproposti. E gestito le crisi Ilva e Stellantis come sappiamo. Nell’ultima legge di bilancio non c’era nulla per la crescita, e infatti le previsioni per quest’anno e per il prossimo sono in linea col recente passato, con l’Italia ferma a fondo classifica.

Noi pensiamo che per sostenere la crescita si debba intervenire tanto sulla domanda che sull’offerta. Sul fronte della domanda, se i salari continuano a essere sotto i livelli del 2019 è un’illusione che questa cresca. I consumi rappresentano infatti il cinquantotto per cento del Pil, e, se questi non aumentano, è difficile che possa crescere il Pil. Per questo, bisogna far risalire il potere d’acquisto delle famiglie: introducendo il salario minimo per sostenere chi ha paghe molto basse; rinnovando con puntualità i contratti collettivi e promuovendo la contrattazione decentrata per collegare produttività e stipendi, e infine proteggendo i salari dall’inflazione, con la sterilizzazione del fiscal drag.

Sul fronte dell’offerta, è necessario incrementare il tasso di occupazione, a partire da quello femminile. Qui la leva è il welfare: congedi parentali paritari, fiscalità di vantaggio per le donne, maggiore diffusione degli asili nido e implementazione della riforma sulla non-autosufficienza, per liberare il tempo delle donne e consentire loro l’accesso al mondo del lavoro.

Se però è vero che la mancata crescita, nel settore industriale, dipende in primo luogo da un difetto di innovazione, a sua volta causato da scarsi investimenti e dalla struttura eccessivamente frammentata del tessuto manifatturiero, è su queste variabili che bisogna intervenire, puntando in primo luogo ad attivare gli investimenti delle imprese e nelle imprese.

Ecco, quindi, cinque proposte concrete, che nel loro insieme definiscono una strategia di medio periodo per rendere più resiliente e competitivo il tessuto manifatturiero italiano.

La prima riguarda gli investimenti, e introduce la possibilità di detrarre dall’imponibile tutti quelli qualificati, materiali e immateriali (il riferimento sono gli allegati A e B di Industria 4.0, debitamente aggiornati). Si tratta di una versione più semplice e per questo più efficace del super-ammortamento, tendenzialmente neutra per la finanza pubblica, simile al provvedimento adottato a luglio 2025 dal governo americano con il “One Big Beautiful Bill”. L’obiettivo è aumentare rapidamente gli investimenti in beni agevolati e rafforzare la crescita potenziale.

La seconda riguarda il capitale delle imprese, e prevede di estendere a tutte le Pmi le agevolazioni fiscali di cui godono i soggetti Ires e Irpef che investono in start-up innovative, a condizione che queste imprese realizzino investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione verde. Questa misura, oltre a evitare una discriminazione delle Pmi “ordinarie”, rafforzerebbe il patrimonio delle imprese, creando le condizioni per investimenti finalizzati a incrementare la produttività. Faciliterebbe inoltre la fusione tra imprese, e quindi la crescita dimensionale delle Pmi.

La terza proposta è volta a promuovere uno specifico programma per la diffusione dell’intelligenza artificiale nel sistema manifatturiero. Prevede sia incentivi alla domanda – rendendo detraibili le spese per le attività di digital assessment, formazione e acquisto di sistemi di intelligenza artificiale – sia incentivi all’offerta, sostenendo la nascita di start-up specializzate in data assessment e system integration. Il ritardo italiano nell’adozione del digitale è uno dei principali freni alla produttività: va aggredito con strumenti mirati.

La quarta proposta riguarda le risorse umane e, in particolare, l’immigrazione qualificata. Detto che le prime risorse da valorizzare in chiave occupazionale sono le donne e i giovani (questi ultimi, anche attraverso lo strumento della start-tax recentemente proposta da Tommaso Nannicini) e che un fondamentale investimento nel capitale umano consisterebbe nell’allineare la spesa per l’istruzione universitaria alla media europea (oggi 0,6 per cento del Pil rispetto all’1 per cento della media Unione europea), non v’è dubbio che un esteso ricorso al contributo migratorio sia necessario per integrare un bacino di forza lavoro in rapida contrazione. La proposta si focalizza sui profili altamente qualificati, per i quali caldeggia la creazione di una corsia rapida per i visti e i permessi di lavoro, con uno sportello unico che garantisca tempi certi; un nuovo permesso di soggiorno per le alte competenze, pluriennale e rinnovabile, con pieno diritto di lavoro per il coniuge e accesso a sanità e istruzione; e il riconoscimento semplificato o automatico dei titoli conseguiti in università straniere accreditate.

A queste proposte se ne aggiunge una quinta, riguardante il costo dell’energia. Sappiamo che nel medio-lungo termine la strada per ridurre la bolletta elettrica è rappresentata da una progressiva elettrificazione dei consumi, da un’ampia penetrazione delle rinnovabili e da una “riaccensione” del nucleare. C’è però la necessità di intervenire oggi, se vogliamo evitare che l’incremento dei costi dell’energia si traduca in una crisi industriale e occupazionale.

Nel breve termine, ciò che serve è un reset del modo in cui il nostro Paese gestisce i proventi delle aste Ets. l’Italia ha sistematicamente disatteso le regole europee sull’utilizzo di queste risorse (fino al 2023 il cinquanta per cento dei ricavi doveva essere destinato alla transizione energetica; da allora la quota è salita al cento per cento): a fronte di circa diciotto miliardi di euro incassati, solo 1,6 miliardi sono stati restituiti alle imprese sotto forma di compensazioni – il nove per cento. Il resto è stato usato per altre finalità. Questo non è più accettabile, tanto più in una fase come quella attuale. Quei fondi devono essere utilizzati per ridurre gli oneri sulle imprese e accompagnare la transizione energetica, come ha fatto la Germania e come ha fatto il governo Draghi durante la crisi energetica. La quinta proposta è questa: rispettare la legge europea e usare i proventi Ets per ciò a cui sono destinati.

Vent’anni di stagnazione non si recuperano in quattro e quattr’otto. Ma si può smettere di perdere tempo – e di sprecare risorse. Il Paese ha le competenze, il tessuto industriale e il risparmio per farcela. Quello che manca è una strategia. È ora di costruirla.

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