Tra il 2018 e il 2019 ho scritto un libro intitolato Chiudete Internet cui sono ancora molto affezionato. Chiudere Internet, ma in realtà i social network, era la mia “modesta proposta”, ispirata nel titolo al pamphlet satirico scritto nel ’700 da Jonathan Swift per evitare che i bambini poveri diventassero un peso per la società. La satira di Swift proponeva di farli ingrassare e poi di darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri. In modo meno macabro, ma altrettanto paradossale, con Chiudete Internet proponevo di cambiare il modello di business dei social network, allora come oggi impostato sull’ingabbiare gli utenti in una bolla, in una scatola da esperimenti per cavie, per manipolare i loro comportamenti, indirizzare i loro consumi e, ben più grave, influenzare le loro opinioni.
Sono trascorsi molti anni da allora, ma la situazione è parecchio peggiorata: i social sono diventati ancora più invasivi e ora abbiamo a che fare anche con l’intelligenza artificiale. Non sono un luddista, conosco i vantaggi e le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale. So anche che “non si può tornare indietro” (non a caso questo è il titolo di un altro mio libro precedente), ma confesso che non riesco a smettere di ascoltare una canzone che s’intitola Computer dal nuovo album di Bill Callahan, uno dei miei cantautori americani preferiti.
La canzone comincia così:
«I use my computer
To pass the time
Search for whatever
Crosses my mind
It really brings out the worst in me
I read things I shouldn’t read
I’ve seen things no man should ever see
Whatever was the original dream
This machine’s become the village guillotine
And free speech is almost over»
(…)
«Uso il mio computer
per passare il tempo
cerco qualunque cosa
mi passi per la mente
tira davvero fuori il peggio di me
leggo cose che non dovrei leggere
ho visto cose che nessun uomo dovrebbe mai vedere
qualunque fosse il sogno originale
questa macchina è diventata la ghigliottina del villaggio
e la libertà di parola è quasi finita».
C’è da aggiungere altro?
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