Do ut BudapestMagyar non è Orbán, ma l’Ungheria non sosterrà l’Ucraina senza contropartite

Il prossimo premier ungherese sarà più europeista e pro Nato, ma ha chiesto di non partecipare al prestito per Kyjiv e ha promesso un eventuale referendum sull’ingresso ucraino nell’Ue

LaPresse

La sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni in Ungheria regala all’Unione europea una finestra di tempo di un anno, non di più, per poter dare l’ultimo decisivo aiuto economico all’Ucraina, ma il nuovo premier ungherese Peter Magyar non rinuncerà facilmente alla politica dei veti inaugurata dal suo predecessore. Bruxelles ha davanti mesi preziosi in cui il principale sabotatore interno è uscito di scena e i grandi Stati membri non sono ancora entrati nella fase più distruttiva delle rispettive campagne elettorali. Da qui alla primavera del 2027 il calendario elettorale europeo resta relativamente gestibile. Si voterà in Svezia, Lettonia e Finlandia, ma gli appuntamenti più delicati, capaci di cambiare il volto dell’Ue, sono ancora lontani: Francia, Spagna e Italia andranno al voto tra oltre un anno, salvo crisi inaspettate.  

I leader dei 27 Stati membri potranno approfittare subito di questo momento irripetibile, sbloccando al prossimo Consiglio europeo ufficiale del 18 e 19 giugno i 90 miliardi di euro per Kyjiv già approvati e, perché no, dare il via libera al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Bisognerà capire quanto sarà collaborativo Magyar che a poche ore dalla vittoria ha definito l’Unione europea una «organizzazione complicata, burocratica, incline al compromesso». Il leader di Tisza ha chiarito che l’Ungheria non parteciperà all’operazione finanziaria per Kyjiv perché il suo Paese è in una situazione economica difficile e non può permettersi di contrarre nuovo debito. Budapest si appellerà quindi alla clausola di opt-out prevista dai trattati, permettendo comunque il via libera.

Le dichiarazioni di Magyar nella conferenza stampa di ieri hanno spento qualsiasi ingenuo entusiasmo europeista sulla sua vittoria. Dopo Orbán non arriverà un leader accomodante, affidabile e prevedibile. Certo, Magyar ha promesso di rendere l’Ungheria più europeista e pro Nato, e questa è già una grande novità, ma non è un politico liberale e cosmopolita. Ha fondato Tisza dopo aver militato per anni nel partito di Orbán, Fidesz, da cui è uscito accusando il sistema di corruzione e di degrado istituzionale. La sua ex moglie, Judit Varga è stata ministra della giustizia del quarto e quinto governo Orbán. Questo lo rende più sensibile alla parola “sovranismo” di quanto il suo profilo di rottura farebbe pensare.

Però il leader di Tisza farà di tutto per sbloccare gli oltre sei miliardi di finanziamenti europei per Budapest, ancora congelati. Infatti ha promesso durante la campagna elettorale di ristabilire lo Stato di diritto, indebolito da sedici anni di democrazia illiberale orbaniana, attuando riforme serie contro la corruzione e facendo entare l’Ungheria nella Procura europea. Sul piatto del prossimo Consiglio europeo ci sarà il più trasparente dei do ut des: oggi il via libera ai fondi all’Ucraina per sbloccare in futuro i fondi per l’Ungheria. 

Il via libera al prestito potrebbe essere l’unica concessione relativamente semplice che il leader magiaro è disposto a fare per l’Ucraina. Nella conferenza stampa ha chiarito che si opporrà a qualsiasi corsia preferenziale per l’ingresso di Kyjiv nell’Unione europea. Entrare «sarebbe impossibile per un paese in guerra. Tutti gli Stati candidati all’adesione devono seguire lo stesso processo». Non c’è da stupirsi: lo aveva già promesso un anno fa, il 13 aprile 2025 durante una consultazione pubblica informale con la sua base, chiamata “Nemzet Hangja” (La voce della nazione). In quella occasione, oltre il 90 per cento dei sostenitori di Tisza aveva appoggiato le proposte di Magyar sulla lotta alla corruzione e su una collocazione più europea e occidentale dell’Ungheria, ma solo il 58,2 per cento si era detto favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Ue. Dal palco, Magyar aveva promesso che una volta al governo avrebbe indetto un referendum sulla questione, ma solo quando e se l’adesione sarà concretamente sul tavolo e le condizioni saranno definite nei dettagli.

Riguardando le dichiarazioni degli ultimi anni, il neo premier ungherese ha fatto addirittura dei progressi rispetto alle posizioni iniziali. Il 12 aprile 2024, quando non era ancora il leader di una forza strutturata ma una figura emergente dell’opposizione, Magyar disse in un’intervista a Klubrádió che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe stato «un invito alla terza guerra mondiale». Una posizione poco conciliante che ha attenuato nel tempo, chiarendo con uno scambio di lettere a Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo che «Tisza sostiene la solidarietà europea con l’Ucraina nella sua lotta contro l’aggressore russo», ma «non è d’accordo con l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea attraverso una procedura accelerata». Una sterzata comunicativa doverosa per accreditarsi nelle cancellerie europee, che ci fa capire quale sia vera etichetta di Magyar, se ne servisse una, quella di leader pragmatico.

Magyar conosce bene i limiti del suo elettorato e sa che il consenso sull’Ucraina in Ungheria è molto più fragile di quanto spesso si percepisca fuori dal Paese. Dopo il Trattato del Trianon, che nel 1920 ha ridisegnato i confini dell’Ungheria privandola di circa due terzi del suo territorio e lasciando milioni di ungheresi fuori dal paese, una parte consistente della popolazione è rimasta oltre frontiera, inclusa la comunità della Transcarpazia, oggi in Ucraina. Negli ultimi anni Orbán ha cavalcato questo sentimento, accusando Kyjiv di limitare i diritti linguistici e scolastici delle minoranze ungheresi.

Dopo l’invasione russa su larga scala in Ucraina del 2022, l’opinione pubblica ungherese ha mostrato disponibilità sul piano umanitario agli ucraini, ma è rimasta più fredda rispetto a un sostegno pieno e incondizionato a Kyjiv. In Ungheria è diffusa l’idea che le guerre tra grandi potenze vadano evitate più che affrontate, e che la priorità di uno Stato medio sia proteggere stabilità interna, energia e sicurezza economica.

Come in tutte le campagne elettorali che si rispettino, anche Magyar ha ceduto al facile populismo rispondendo alle dichiarazioni di Zelensky contro i veti di Orban con uno slogan ruffiano e inattaccabile da aforisma politico: «Né l’Ucraina né la Russia possono ricattare la sovrana Ungheria, membro dell’Ue e della Nato», ha detto il 5 marzo durante una tappa del suo tour elettorale a Békéscsaba. 

Nella conferenza stampa di ieri è andato oltre gli slogan, chiarendo meglio la sua posizione. Secondo Magyar, la Russia è un «rischio per la sicurezza. L’Europa deve prepararsi ed essere pronta a difendersi», ma ha rivendicato un approccio pragmatico nei rapporti con Mosca, ricordando che Budapest non può «cambiare geografia. La Russia sarà lì e l’Ungheria sarà qui». Il suo Paese non potrà staccarsi facilmente dalle forniture russe perché vuole continuare a «comprare petrolio a basso prezzo in modo sicuro» anche se lavorerà a una diversificazione delle fonti, qualsiasi cosa voglia dire. 

Magyar ha inoltre lasciato intendere che, in caso di fine della guerra, l’Europa dovrebbe riconsiderare le sanzioni contro il Cremlino: «Non è nell’interesse dell’Europa comprare materie prime a prezzi più alti perché questo distrugge la nostra competitività. Capisco le questioni morali, ma non dobbiamo darci la zappa sui piedi». Allo stesso tempo, ha ribadito che l’Ucraina è la vittima dell’aggressione russa, dando un colpetto al cerchio dopo aver massacrato la botte. 

Come abbiamo visto con Giorgia Meloni in questi anni, tutti i piromani da campagna elettorale diventano cauti pompieri al governo, e Magyar sa che l’Ungheria ha bisogno dell’Unione europea, soprattutto per motivi finanziari. Il neo premier ungherese ha interesse a mostrarsi cooperativo sui dossier dove il costo interno è più basso, come gli aiuti a Kyjiv. Il sì di giugno ai fondi sarà il prezzo da pagare per chiudere la stagione dell’isolamento orbaniano. Ma sull’ingresso nell’Unione di Kyjiv ha già tracciato una linea rossa. Rispetto alla linea russa di Orbán, è già qualcosa.

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