Questo è l’editoriale del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.
Con Donald Trump le abbiamo provate tutte, o quasi. Un po’ come è successo con il suo sodale Vladimir Putin. Trump e Putin sono la coppia di fatto della democratura globale, quel sistema che ha una parvenza democratica sempre più labile e una sostanza sempre più dispotica.
Circondati da oligarchi analogici e digitali, ma comunque al loro guinzaglio, ogni giorno entrambi inscenano un Pride autoritario che diffonde il caos, reprime il dissenso interno e minaccia i paesi pacifici con gli strumenti della guerra tradizionale e della guerra informatica.
I leader europei hanno tentato ogni strada possibile per cercare di limitare i danni che i due hanno deciso di causare all’Unione europea e al mondo libero. Con Trump e Putin prima hanno invocato la tradizionale amicizia tra i popoli, poi hanno puntato sul rapporto personale, infine hanno cercato di lusingare la loro vanità, ma il risultato è stato sempre lo stesso: zero assoluto, nessuno sconto, nessuna pietà, e il motivo è che entrambi considerano l’Europa un nemico, un intralcio, un soggetto politico senza spina dorsale, e per questo non meritevole di considerazione.
Alcuni europei hanno capito la lezione, altri hanno preferito consegnarsi a Trump o a Putin, nell’illusoria speranza di esserne così risparmiati.
Ben consapevole del pericolo che corriamo, anche il presidente francese Emmanuel Macron ha seguito questo schema: ha provato a fingersi amico di entrambi, a tenere un dialogo franco con tutti e due, a solleticare i loro narcisismi, a invitare Donald a Notre-Dame e a rassicurare Vladimir che non avrebbe consentito un’umiliazione russa. Si è presentato a tutti e due come l’unico interlocutore in grado di tenere a bada le posizioni europee meno accomodanti.
Non c’è riuscito nemmeno lui, che è il più autorevole dei leader europei in carica, perché è impossibile cambiare la natura adolescenziale di Trump e quella imperialista di Putin.
Macron, così, ha cambiato registro, fino a diventare il politico europeo più avvertito e preoccupato sia dei piani di Putin sia di quelli di Trump. Oggi è Macron a guidare la resistenza europea dei volenterosi, anche contro gli oligarchi digitali, e a difendere politicamente l’Ucraina, fino ad accompagnare Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca per evitare che Trump e i suoi gli facessero un secondo agguato come quello del 28 febbraio 2025.
La cosa che però pochi ricordano è che la leadership macroniana sull’Ucraina è cominciata grazie a un’intuizione di Mario Draghi, il quale il 16 giugno 2022, da presidente del Consiglio italiano, convinse il presidente francese e il cancelliere tedesco Olaf Scholz ad andare insieme a Kyjiv a portare la solidarietà europea a Zelensky e al popolo ucraino, mentre le opinioni pubbliche europee infestate dalla propaganda russa erano pronte a consegnarsi alle mire imperialiste di Mosca, al punto che i giornali proprio nel giorno del viaggio segreto in Ucraina ideato da Draghi titolavano sulla necessità di piegare l’Ucraina ad accettare una trattativa di pace alle condizioni russe.
È stato Draghi, dunque, a salvare l’onore dell’Europa e a costruire politicamente l’impegno dell’Unione per l’Ucraina che quattro anni dopo regge ancora, grazie a Macron, agli inglesi, e agli europei orientali e settentrionali.
Draghi aveva già salvato l’Euro, e quindi l’Europa, dieci anni prima, il 26 luglio 2012, con l’ormai leggendario discorso del «whatever it takes», l’impegno solenne che la Banca centrale europea, da lui presieduta, avrebbe fatto tutto il necessario per difendere la moneta comune dalla crisi dei debiti sovrani, e che le cose che avrebbe fatto sarebbero state sufficienti a risolvere la questione. Draghi è diventato il Signor Wolf di “Pulp Fiction” della nostra vita reale, l’uomo che risolve problemi con uno stile calmo, diretto e autorevole. Dopo l’Euro, nel 2021 ha affrontato la catastrofe economica causata dai governi Conte-Salvini e Conte-Pd (quest’ultimo, ricordiamolo, ha fatto sfilare l’esercito russo sulle strade italiane da Roma a Bergamo), e ha salvato letteralmente la vita agli italiani organizzando alla perfezione un’efficientissima campagna di vaccinazione universale, abbandonando i grotteschi gazebo a forma di primula e i banchi a rotelle degli incapaci a cinquestelle.
Dopo l’esperienza salvifica a Palazzo Chigi, Draghi è stato chiamato dalle istituzioni europee a risolvere il problema dei problemi, quello di superare la storica debolezza politica, economica e militare dell’Unione europea. Diligentemente, ha risposto presentando l’ormai famoso “Rapporto Draghi” molto citato e molto lodato da tutti, ma mai davvero recepito dagli Stati membri.
Draghi continua a essere chiamato per indicare la via d’uscita da questa impasse politica, aggravata dall’ostilità americana, e ogni volta lui risponde e torna a spiegare che cosa bisognerebbe fare per far tornare grande l’Europa, fino a quella volta che, ai parlamentari europei che gli chiedevano quale fosse l’ordine delle riforme necessarie da adottare, ha risposto «quale sia l’ordine non lo so, ma per favore, it’s time to do something. You decide what, but please do something: you can’t spend all your time saying no».
È il «Do something», «fate qualcosa», che da allora troneggia sotto la nostra testata, e che ora abbiamo capito quale sia. Oggi, di fronte al mondo a pezzi minacciato da Trump, da Putin, dai loro seguaci, e dall’intelligenza artificiale, il qualcosa da fare più urgente è affidare la guida politica dell’Europa al nostro Signor Wolf in modo da trasformare l’attuale confederazione di Stati dell’Ue in un’Europa federale, in quegli Stati Uniti d’Europa che immaginarono i padri fondatori del progetto europeo.
Per questo, va trovato il modo di coinvolgere direttamente Mario Draghi nella stanza dei bottoni, non importa se come presidente della Commissione o del Consiglio europeo. Oppure come leader di un nucleo più ristretto e coeso di paesi di un’alleanza politica e militare europea a due velocità rispetto ai 27 dell’Ue, come è stato già fatto in passato con la moneta unica (Area Euro) e l’abolizione delle frontiere (Spazio Schengen).
Il «Do something» più urgente e necessario è Draghi per l’Europa, Draghi in Europa, per affidargli la risposta del mondo libero al caos generato da Trump e Putin.
Questo è l’editoriale del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.
