Ci siamo liberati di Viktor Orbán (evviva), non però della cattiva pronuncia del suo cognome. Anzi, nei servizi televisivi e nei talk show che inevitabilmente tornano sull’argomento, e specialmente nella bocca di quelli che amano fare gli splendidi, la pronuncia sbagliata si intensifica, si consolida, dilaga. Tanto che ormai ha preso piede, contagiando le masse: Orbán con l’accento sulla a. Fenomeno tanto più singolare in quanto, per un riflesso condizionato derivante dall’estensione alle altre lingue della presunta pronuncia anglofona, noi italiani tendiamo a pronunciare le parole straniere ritraendo l’accento sulla prima sillaba – errore anche nell’idioma inglese, che, per esempio, non pronuncia “rèport” ma “repòrt”, non “pèrfomance” ma “perfòrmance”, non “pòlice” ma “polìce”. E invece no, quando si tratta di Orbán l’ingannevole riflesso, che in questo caso sarebbe d’aiuto, viene puntigliosamente tenuto a bada.
C’è una spiegazione, in realtà, che tuttavia non è una giustificazione ma un’aggravante: quell’accento acuto che fa bella mostra di sé sulla a del cognome. Il guaio è che non si tratta di un accento tonico (quello che indica l’intensità di una vocale e quindi quale sillaba deve essere pronunciata con più forza delle altre) ma di un segno diacritico che segnala la (maggiore) lunghezza della vocale. Non è necessario essere magiaristi (come non lo è l’autore di questa nota) per intuirlo: basterebbe, per esempio, considerare il titolo di un classico, oggi un po’ dimenticato, come “I ragazzi della via Pál” di Ferenc Molnár (accento tonico sulla o), che spesso nelle traduzioni italiane diventa “I ragazzi della via Paal”, con la a doppia. Possibile che l’oscillazione grafica non suggerisca qualche domanda – e ai più sagaci, magari, qualche risposta?
L’ungherese è una lingua difficile, è vero, la più difficile d’Europa assieme al finlandese di cui è stretta parente. Ma, almeno per quanto riguarda l’accentazione, è la più facile del mondo: l’accento cade sempre sulla prima sillaba, anche quando le sillabe sono tre o quattro o più. Nemecsek, per esempio, lo sfortunato soldatino della via Pál, si legge “Nèmecek” (il digramma cs si pronuncia c).
Inezie, si dirà, non a torto. Che però diventano un po’ meno inezie quando la pronuncia sbagliata, non di rado alternata a quella corretta nello stesso servizio, arriva da giornalisti inviati sul posto, dai quali ci si potrebbe attendere una minima dimestichezza, se non con la lingua, almeno con i relativi suoni. Insomma, ti fermi diversi giorni a Budapest per seguire le elezioni, presumibilmente ne discetti (in inglese) con colleghi, studiosi e politici locali, e non ti accorgi di come pronunciano i nomi? O invece ne parli soltanto con i colleghi internazionali, che magari incorrono nel tuo stesso abbaglio, oppure, se non vi incorrono, ti sembra che siano in errore?
Un discorso analogo si potrebbe fare per gli inviati/corrispondenti che dalle rive del Bosforo parlano di “Ìstanbul” anziché, come si dice colà, di “Istànbul” – errore pressoché generalizzato, anch’esso probabilmente riconducibile all’automatismo imitativo della (malintesa) pronuncia inglese. Mentre un altro nome geografico che da quattro anni a questa parte riempie tristemente telegiornali e dibattiti televisivi, a causa della guerra, grazie proprio all’attenzione mediatica favorita dalla guerra si sta poco alla volta riconciliando con la sua pronuncia corretta, Ucraìna, la più vicina a quella della lingua locale; sebbene la resistenza della forma con l’accento sulla prima a si riveli non meno tenace della resistenza di quel valoroso Paese sul campo di battaglia. (Va del resto ricordato che la medesima oscillazione si riscontra anche nella lingua russa, come osserva l’Accademia della Crusca citando lo Slovar’ udarenii russkogo jazyka, Dizionario degli accenti russi, che la riconduce a una prassi antica fatta propria da diversi poeti moderni come Puškin e Mandelštam, nonché dal poeta nazionale ucraino Taràs Šcevčenko).
Non si tratta di essere troppo esigenti con la pronuncia dei nomi forestieri, producendosi in sonorità estranee alla nostre consuetudini fonatorie e che risultano un po’ ridicole quando sono calate in un discorso in italiano: come accade a quelli che dicono “Ciàmp” riferendosi a Trump, o nasalizzano all’eccesso la sillaba finale di Macron, o come pretenderebbe, a proposito di Boston, il personaggio dell’americanista Bonetto in una pagina esilarante di Fruttero e Lucentini nella Donna della domenica. Non diremo quindi “Baaast’n”, ma neppure ci verrebbe in mente, in questo caso, di dire “Bostòn”. Almeno gli accenti, insomma…
Chi invece per gli accenti e più in generale per i nomi stranieri manifesta una sorta di attrazione (in tutti i sensi) fatale è una nota anchorwoman che non solo ammannisce regolarmente e con palese enfasi didascalica Orbán con l’accento sulla a (oltre, va da sé, a Macron ipernasalizzato), ma (unica nel vasto panorama televisivo) si esibisce in un compiaciuto “Netanyà-hu”, con pausa prima della sillaba finale e un’aspirazione che neanche l’aspirapolvere Dyson – e che comunque nessun israeliano si sognerebbe. In compenso, passando sul fronte opposto della guerra in corso, e sempre all’insegna del “pronunciamolo strano”, si è inventata un inopinato “ayatòllah” – proprio così, con l’accento sulla o. Avrà mai sentito la parola ayatollah da un iraniano? Perché sulla questione degli accenti anche la lingua farsi ci viene incontro. Non è proprio una regola, come nell’ungherese, ma una certa regolarità: l’accento cade di norma sull’ultima sillaba. E quindi “ayatollàh”, “Khomeinì”, “Khameneì”, “Hormùz”, “Iràn”…: non, come accade spesso di ascoltare dalla stessa persona e nello stesso discorso, un po’ di “ayatollàh” e un po’ di “Hòrmuz”, un po’ di “Khomeinì” mescolato a un po’ di “Khamenèi” e sovrabbondanti dosi di “Ìran”.
Una volta, per i giornalisti e gli annunciatori della vecchia Rai, c’era la guida sicura del mitico Dizionario d’ortografia e pronunzia della Eri. A disposizione di chiunque, oggi, c’è l’Intelligenza artificiale che in pochi secondi risponde a ogni dubbio in materia. Ma se ancora non si è convinti e si vuole verificare, basta cercare in rete: si troveranno tutti gli esempi di pronuncia, registrati da uomini e donne di madrelingua e di diverse età. Un piccolissimo sforzo: non è difficile, suvvia.