Wired beltI licenziamenti causati dall’intelligenza artificiale possono cambiare la geografia del voto in America

La frustrazione dei lavoratori nella rust belt ha spinto Trump alla vittoria nel 2024, adesso l’intelligenza artificiale colpisce i lavoratori qualificati e rischia di trasformare la classe media istruita in una nuova base di protesta organizzata

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La vittoria elettorale di Donald Trump nel 2024 ha le radici nelle città della rust belt. Da quelle parti il lavoro si è ritirato in silenzio, lasciando capannoni vuoti e comunità senza appigli. Sono arrivati prima i licenziamenti, poi la sensazione di non contare più nulla. Negli anni si è sedimentato un sentimento di ostilità verso le istituzioni e verso la politica. E quel sentimento è stato decisivo alle urne, spostando verso il Partito Repubblicano molti Stati decisivi.

Ogni trasformazione economica e tecnologica porta con sé dei cambiamenti sociali, quindi politici. Gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale, ad esempio, fanno pensare che presto ci sarà un altro sentimento di rivalsa, che non nascerà nelle vecchie aree industriali, ma nella “wired belt”: le periferie istruite e benestanti delle grandi città, quelle che vivono di dati, contenuti e lavoro cognitivo. Ne parla sul Financial Times, Bhaskar Chakravorti, preside della facoltà di economia globale presso la Fletcher School della Tufts University: «Una nuova ondata di professionisti con qualifiche elevate teme di perdere il lavoro a causa dell’intelligenza artificiale: potrebbe essere proprio questa a generare il prossimo shock politico in America».

Il punto di partenza di Chakravorti è semplice: l’intelligenza artificiale non colpisce tutti allo stesso modo. A differenza delle precedenti ondate di automazione, che hanno eroso il lavoro manuale e a bassa qualificazione, questa volta il bersaglio sono le professioni ad alto valore. Informazione, finanza, servizi professionali, settori in cui il rischio di esposizione arriva quasi al venti per cento, secondo lo studio pubblicato dal Digital Planet di Tufts University. Le professioni più vulnerabili sono proprio quelle che fino a ieri sembravano al riparo: scrittori (cinquantasette per cento), programmatori (cinquantacinque per cento), web designer (circa cinquanta per cento). Perhcé l’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro semplice, ma quello formalizzabile: attività basate su linguaggio, logica, analisi, cioè esattamente ciò che i modelli generativi stanno imparando a fare meglio.

Sempre secondo il Digital Planet, tra 2,7 e 19,5 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti sono a rischio nei prossimi anni, per un impatto sui redditi che può arrivare fino a millecinquecento miliardi di dollari. Anche nello scenario intermedio, si parla di 9,3 milioni di occupazioni e 757 miliardi di dollari.

C’è anche un elemento geografico. Le aree più esposte sono le città e le periferie che hanno beneficiato di più dell’economia digitale, quindi New York, San Francisco, Boston, Washington, Chicago. Sono i centri della crescita del Paese. Non la vecchia America industriale, ma quella che ha prosperato nella globalizzazione. Chakravorti le chiama wired belts, al plurale: corridoi suburbani ad alta densità di lavoratori qualificati, in alcuni casi situate anche in swing states come Pennsylvania, Georgia, Arizona. Luoghi in cui «poche migliaia di voti possono cambiare i risultati a livello nazionale». In questi territori si concentra circa un sesto dei lavori più vulnerabili, per oltre cento miliardi di dollari di reddito.

A questa nuova geografia della rabbia si aggiunge un elemento che negli anni della rust belt non c’era: la consapevolezza anticipata del rischio. Non sono lavoratori “invisibili”, sono professionisti con voce, reti, strumenti. E soprattutto con la percezione che il colpo stia arrivando. Ne aveva parlato poche settimane fa anche Andrew Yang, imprenditore ed ex candidato alle presidenziali con il Partito Democratico: «Milioni di lavoratori white collar perderanno il lavoro nei prossimi 12-18 mesi a causa dell’intelligenza artificiale». A essere sostituiti dalle macchine non saranno gli operai, ma «marketer, programmatori, designer, avvocati, contabili», il cuore della classe media istruita. La differenza rispetto al passato è quindi che chi rischia di perdere il lavoro non è ai margini del sistema, ma dentro il suo centro comunicativo.

A differenza dei lavoratori della rust belt, la nuova categoria di lavoratori a rischio licenziamento ha strumenti, reti, capacità comunicative. «Un giornalista licenziato nella periferia di Atlanta o un analista di marketing demansionato a Phoenix potrebbero pubblicare la loro insoddisfazione sui social media, lanciare un Substack, diffondere la voce su diverse piattaforme», scrive Chakravorti. Sono connessi, istruiti, capaci di trasformare una frustrazione individuale in mobilitazione collettiva. Se la rabbia della rust belt ha trovato voce in un populismo che parlava alla loro pancia, la rabbia delle wired belts può auto-organizzarsi.

Forse è presto per dirlo, ma potrebbe essere la genesi di un nuovo riallineamento politico. Alcuni segnali già ci sono. Proposte di legge per monitorare i licenziamenti legati all’intelligenza artificiale, dibattiti su tasse ai profitti tecnologici, tentativi di regolazione. Ma nessuno dei due partiti ha davvero occupato lo spazio.

Il problema è che la politica, ancora una volta, arriva fuori tempo massimo. Donald Trump e la sua amministrazione hanno scelto la strada più veloce: lasciare i tecnoligarchi dell’intelligenza artificiale senza vincoli, liberi da ogni regolazione, con la scusa di dover vincere la corsa tecnologica contro la Cina. Poi i rischi sono diventati sempre più evidenti, anche per gli elettori, e la linea è cambiata di colpo. «Improvvisamente i trumpiani hanno cambiato atteggiamento, hanno capito che il rischio è serio, e stanno pensando di premere il freno, solo che il pedale del freno non c’è», ha scritto Christian Rocca nel suo ultimo editoriale.

Il punto è esattamente questo: le aziende della Silicon Valley hanno smontato gli strumenti di controllo prima ancora di capire cosa stavano costruendo. E ora non hanno alternative all’accelerazionismo spinto. Nel frattempo, modelli come Claude Mythos hanno reso evidente che i rischi non riguardano solo i posti di lavoro, ma infrastrutture critiche, sicurezza, la stabilità democratica. Non a caso, scrive l’Economist, «dopo Mythos, un approccio laissez-faire non è più politicamente sostenibile né strategicamente saggio».

C’è un elemento ancora più destabilizzante. L’intelligenza artificiale non necessariamente distrugge intere professioni, ma ne riduce il fabbisogno. È una tecnologia di compressione del lavoro, che permetterà di ottenere gli stessi output produttivi con meno persone. Quindi la disoccupazione non dovrebbe arrivare con l’impeto di un crollo improvviso: più probabilmente sarà un’erosione lenta di redditi e prospettive.

Se la classe media istruita che negli ultimi anni ha prodotto ricchezza e posti di lavoro inizia a percepire l’intelligenza artificiale come una minaccia il consenso attorno alla tecnologia può incrinarsi rapidamente. La storia recente suggerisce cosa succede quando la politica sottovaluta queste dinamiche. La globalizzazione ha prodotto vincitori e vinti. I vinti hanno votato Trump. L’intelligenza artificiale rischia di fare lo stesso. Ma questa volta, i vinti potrebbero essere più visibili, più organizzati, più influenti. E ugualmente decisivi.

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