C’è democrazia, a BudapestL’Ungheria volta pagina e manda a casa Orbán dopo sedici anni

L’opposizione di Péter Magyar ottiene una maggioranza dei due terzi e può intervenire sulle leggi che hanno consolidato il potere di Fidesz in quattro mandati. A Bruxelles si apre una finestra per sbloccare i dossier finora fermati dal veto dell’autocrate

AP/Lapresse

Dopo sedici anni al potere, Viktor Orbán ha perso le elezioni parlamentari in Ungheria. Una svolta politica di portata storica non solo per il Paese, ma per l’intera Europa. Il voto di ieri ha consegnato una netta vittoria all’opposizione guidata da Péter Magyar, leader del partito Tisza, che si prepara ora a formare il nuovo governo.

Secondo i dati ufficiali, l’affluenza ha superato il settantotto per cento, il livello più alto dalla fine del comunismo, e i risultati hanno dato a Tisza una maggioranza ampia, superiore ai due terzi dei seggi parlamentari. Una soglia decisiva, perché consente di intervenire anche sulle cosiddette “leggi cardinali”, cioè quelle norme che negli anni hanno consolidato il sistema costruito da Orbán.

La sconfitta è stata riconosciuta rapidamente dallo stesso premier uscente, che ha definito il risultato «doloroso ma chiaro». Una resa che, secondo il New York Times, interrompe «lo slancio di un revival nazionalista globale» di cui Orbán era diventato uno dei principali simboli. Non a caso, il voto era stato osservato con attenzione sia dall’amministrazione americana sia dal Cremlino, entrambi interessati a una sua riconferma.

Magyar ha celebrato la vittoria parlando di una svolta epocale: «Abbiamo liberato l’Ungheria e ci siamo ripresi il nostro Paese», ha detto ai sostenitori radunati a Budapest. Il successo dell’opposizione è stato ampio e rapido, tanto da sorprendere anche molti osservatori, considerando che Fidesz aveva vinto agevolmente le quattro elezioni precedenti.

Il risultato arriva dopo una lunga stagione politica in cui Orbán aveva progressivamente rafforzato il proprio controllo sulle istituzioni, sui media e su ampie porzioni dell’economia. Come ricorda ancora il New York Times, durante il suo mandato ha «rimodellato l’Ungheria a propria immagine», riducendo i contrappesi democratici e promuovendo un modello di “democrazia illiberale” che ha fatto scuola tra i movimenti populisti internazionali.

Eppure, proprio questo sistema non è bastato a garantire un’altra vittoria. Secondo Politico Europe, «nemmeno il controllo del sistema elettorale o la cattura dello Stato costruita in oltre quindici anni hanno potuto salvare Orbán da una sconfitta schiacciante». Il leader ungherese avrebbe infatti «perso il contatto con il suo elettorato», concentrando la campagna su minacce esterne – come l’Unione europea e l’Ucraina – mentre gli elettori erano sempre più preoccupati per questioni concrete come inflazione, servizi pubblici e corruzione.

Proprio il tema della corruzione è stato uno dei pilastri della campagna di Magyar, ex esponente di Fidesz che ha costruito il proprio consenso promettendo una rottura con le pratiche del passato. Come sottolinea ancora Politico, la sua forza è stata quella di mantenere il focus su «questioni quotidiane», evitando di farsi trascinare sul terreno identitario su cui Orbán aveva costruito i suoi successi.

Il voto ungherese ha anche implicazioni importanti a livello europeo. Orbán è stato per anni uno dei principali ostacoli alle politiche comuni dell’Unione, in particolare sul sostegno all’Ucraina e sulle sanzioni alla Russia. Per questo motivo, la sua sconfitta è stata accolta con favore a Bruxelles. «Il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria questa sera», ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Secondo un’analisi del New York Times, l’elezione di Magyar potrebbe rappresentare «un punto di svolta per l’Europa», aprendo la strada a decisioni finora bloccate dal veto ungherese, come il maxi prestito da novanta miliardi di euro a favore dell’Ucraina. Allo stesso tempo, però, non è detto che il nuovo governo si allinei completamente alle posizioni europee: Magyar ha mantenuto un profilo prudente su diversi dossier, dall’energia alla migrazione.

Resta infine l’incognita interna. Nonostante la maggioranza ampia, il nuovo esecutivo dovrà confrontarsi con un sistema istituzionale ancora in parte plasmato da Fidesz, a partire dai tribunali e dagli organismi indipendenti. Per questo, come osservano diversi analisti, la vittoria elettorale potrebbe non tradursi automaticamente in un cambiamento immediato.

Di certo, però, il voto di ieri segna la fine di un’epoca. Dopo anni in cui Orbán sembrava politicamente imbattibile, l’Ungheria ha scelto il cambiamento. E così, forse, sono cambiati anche gli equilibri europei.

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