La firma è arrivata alla vigilia di Natale, dentro la base aerea di Bezmer, tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il suo omologo bulgaro Atanas Zapryanov. L’accordo prevedeva la costruzione e la gestione congiunta di una struttura militare permanente a Kabile, nella regione di Yambol: una base capace di ospitare fino a 3.000 uomini, pensata per ancorare stabilmente la presenza italiana come nazione quadro del gruppo tattico multinazionale della Nato in Bulgaria. Il 29 gennaio, pochi giorni dopo le dimissioni di Rumen Radev da presidente del Paese per potersi candidare a premier alla luce del limite dei due mandati consecutivi come capo dello Stato, il parlamento di Sofia ha ratificato l’intesa. Il 19 aprile, i bulgari hanno votato il filorusso Radev come prossimo capo dell’esecutivo.
Il tempismo è, in senso tecnico, scomodo. Roma ha formalizzato il proprio investimento militare più significativo sul fianco orientale dell’Alleanza – infrastruttura permanente, non rotazione – nel momento in cui il Paese ospitante sceglie un premier che si è opposto all’accordo di sicurezza decennale con l’Ucraina firmato dal governo provvisorio di Andrej Gyurov, vuole restaurare i rapporti con Mosca e ha fatto della distanza dall’Occidente il cardine della propria campagna elettorale.
La presenza italiana non è simbolica. Con circa 750 militari su un totale autorizzato dal Parlamento di 2.323 uomini distribuiti sull’intero fianco orientale, Roma guida un gruppo tattico che integra contingenti di Albania, Bulgaria, Grecia, Montenegro, Nord Macedonia, Romania e Turchia, basato nella zona addestrativa di Novo Selo. Tra marzo e aprile le esercitazioni si sono intensificate con una progressione logica: proiezione rapida a 180 chilometri dalla base principale, autonomia logistica per 96 ore, operazioni difensive con carri Ariete, veicoli Dardo e sistemi contro-drone. Il 17 aprile, per la prima volta, il gruppo tattico italiano ha operato in maniera integrata con quello francese schierato in Romania, testando il ridispiegamento rapido sull’asse bulgaro-rumeno. È la geometria che Kabile è destinata a consolidare: non un avamposto tattico, ma un nodo logistico permanente per il fianco meridionale dell’Alleanza.
Il paragone con il primo ministro ungherese Viktor Orbán domina il dibattito, ma rischia di spostare l’attenzione dal dato geografico decisivo. La Bulgaria confina con il Mar Nero. Bezmer, quella stessa base dove Crosetto ha firmato l’intesa, si trova a un centinaio di chilometri dalla costa. In un teatro in cui il controllo del bacino nero è una delle poste centrali del conflitto ucraino, Sofia non è periferica: è il punto di giunzione tra il fianco meridionale dell’Alleanza e il corridoio verso gli Stretti. Radev si è già espresso contro il corridoio energetico settentrionale sostenuto dagli americani, favorendo implicitamente la continuità del flusso russo attraverso il Turk Stream, l’ultimo grande gasdotto che porta gas russo in Europa transitando per la Bulgaria.
Il politologo bulgaro Ivan Krastev, interpellato dal Washington Post, spiega che Radev non sarà in grado di esercitare un potere di blocco paragonabile a quello di Orbán: «Radev non bloccherà mai nulla. Prima di tutto, non avrà un governo tutto suo». La Bulgaria è troppo dipendente dai fondi europei, e la coalizione necessaria includerà forze più moderate. Ma la questione militare non si esaurisce nei veti formali. Un Paese ospitante governato da una forza politica ostile al sostegno all’Ucraina – e che, secondo fonti dell’intelligence europea citate dal Washington Post, ha ricevuto il sostegno di una rete di ex ufficiali militari con connessioni all’intelligence militare russa – può appesantire, rallentare e complicare la cooperazione operativa senza ricorrere ad alcuno strumento istituzionale. Non è la stessa cosa di un veto. È più difficile da identificare e contestare.
Roma ha costruito la propria strategia sul fianco orientale su un presupposto implicito: la continuità dell’orientamento atlantista di Sofia. Il voto del 19 aprile ha messo in discussione quel presupposto. Non lo ha necessariamente capovolto – dipenderà dalla composizione della coalizione e dalla tenuta delle istituzioni bulgare. Ma ha introdotto una variabile che la pianificazione militare italiana non aveva incorporato. E che adesso deve fare i conti con Kabile.