
Il piacere condiviso non è in ritirata: si rimisura. Tra Londra, Sydney, Córdoba, Los Angeles e Macao, le notizie della settimana raccontano una socialità che si fa più prudente senza diventare meno ambiziosa: si beve con più cautela, si cena facendo i conti, tornano riti che sembravano archiviati e nuovi vini chiedono spazio. Cambiano i gusti, certo, ma è questione di priorità.
A Londra, come racconta Reuters, i club sono pieni ma il bancone no. Tra i giovani dai diciotto e i ventiquattro anni, quasi il quaranta per cento non beve alcolici, e il settore della nightlife britannica viaggia ormai ben al di sotto dei livelli pre-pandemia, con un ulteriore calo registrato nel 2025. Il caso più eloquente è quello di Corsica Studios, storico locale nel sud della città: la pista è la stessa di sempre, gli incassi al bar quasi dimezzati. La crisi, insomma, non è di pubblico ma di consumo. Per reagire, i locali stanno sperimentando format diversi – feste diurne, dj set più curati, live act, serate che si reggono sull’esperienza invece che sul giro di drink. Il bere, che per decenni ha tenuto insieme economia e immaginario della notte, perde così il suo ruolo automatico. Non sparisce la socialità: cambia ciò che una serata deve offrire per sembrare ancora desiderabile.
Dall’altra parte del mondo, la stessa dinamica si sposta dal club al ristorante. The Guardian racconta un’Australia in cui il caro-vita, il prezzo del carburante e l’incertezza geopolitica stanno ridisegnando il modo in cui si mangia fuori. Il fenomeno ha un nome, cautious consumption: gli australiani non rinunciano alla ristorazione, ma smettono di spenderci come prima. Si ordina una schnitzel al posto della bistecca, si saltano gli antipasti, si beve acqua del rubinetto invece del vino. Sono scelte minime che messe insieme fotografano bene la prudenza di un Paese in cui la fiducia dei consumatori è crollata ai minimi dalla 2020 e dove il ricorso al buy-now-pay-later si sta diffondendo anche per la spesa quotidiana e il carburante. A soffrire di più sono i ristoranti di destinazione, quelli in zone vinicole o costiere, perché oggi anche spostarsi in auto per cenare è percepito come un costo da valutare. Il rito resta ma cambia di significato: la cena fuori smette di essere un’abitudine automatica, bensì una scelta da misurare voce per voce, quasi chilometro per chilometro.
A Córdoba la storia si sposta dal come si consuma il piacere al come lo si ricorda. La Vanguardia racconta lo sforzo delle bodegas andaluse per riportare in vita il fiti-fiti, la miscela di vino fino e vino dolce della denominazione Montilla-Moriles che negli anni Ottanta riempiva i bar della Judería, il quartiere storico della città. Era una bevanda popolare e identitaria, legata alle tabernas e alle notti lunghe della vita urbana spagnola. Oggi quasi nessuno la ordina più. Molti ne hanno sentito parlare, pochi l’hanno davvero assaggiata. Proprio per questo alcune cantine hanno deciso di recuperarla, trasformandola da folklore raccontato a prodotto di nuovo disponibile sul bancone. La notizia non è solo nostalgica. Racconta che le abitudini del bere, quando cambiano i locali, gli orari e i gusti di una città, non si conservano da sole: serve una decisione precisa per tenerle in vita. E in un momento in cui il consumo di alcol cala e certi rituali perdono centralità, il tentativo cordobese è un modo concreto di chiedersi cosa valga la pena salvare.
Lo stesso meccanismo si può leggere al contrario guardando agli Stati Uniti. Il Washington Post descrive una contraddizione solo apparente: gli americani si dicono pessimisti sull’economia, rinviano le spese importanti e tagliano le cene al ristorante, ma continuano a comprare smoothie da ventidue dollari da Erewhon, la catena californiana di supermercati premium diventata un punto di riferimento per la clientela più attenta al wellness. Il pezzo chiama questo comportamento compensatory consumption: quando i grandi acquisti diventano insostenibili, si cercano piccoli gesti di controllo attraverso prodotti accessibili ma ad altissimo valore simbolico. Ma il nodo più interessante è un altro, ed è il concetto di virtue coding. Uno smoothie costoso, un olio extravergine monorigine, una conserva di pesce di alta gamma non vengono comprati come beni di lusso, ma come atti di cura di sé: investimenti in salute, disciplina, consapevolezza alimentare. Il cibo premium, secondo il Washington Post, ha preso oggi lo spazio che prima era della moda o degli accessori, con un vantaggio decisivo in un momento di insicurezza economica: si presenta meglio ed è giustificabile a sé stessi.
L’ultima scena si sposta a Macao. Il South China Morning Post racconta i Chinese Wine Awards, nati nel 2024 e diventati in pochi anni una piattaforma che dà visibilità internazionale alla produzione vinicola cinese. Al centro del pezzo c’è Ao Yun, la tenuta himalayana del gruppo LVMH che ha debuttato nel 2016 e che oggi è una delle etichette più premiate, insieme ai vini di zone come Ningxia, Yunnan e Shandong, dove prevalgono i rossi – Cabernet Sauvignon, Grenache, Marselan – e iniziano a farsi spazio anche i bianchi. Secondo i sommelier di Macao intervistati dal giornale, i clienti del fine dining scelgono queste bottiglie per merito e non per appartenenza nazionale: è un passaggio importante, perché il vino cinese ha vissuto per anni sotto l’etichetta di “Bordeaux della Cina”, cioè come versione locale di un modello francese. Oggi la scommessa è opposta: costruire un’identità riconoscibile per differenza, non per somiglianza. Il contesto è curioso. Mentre in Europa, Regno Unito e Australia il consumo di vino cala, un nuovo polo produttivo si affaccia al mercato globale chiedendo credito. È il lato più ambizioso della stessa ricalibrazione: se il piacere della convivialità si fa più selettivo, anche chi viene ammesso al racconto cambia.