On the roadLa Route 66 non esiste più, ma continua a raccontare l’America

Da Kerouac a “Easy Rider”, la strada più famosa degli Stati Uniti diventa una forma di narrazione più che un luogo reale. Oggi vive di turismo, nostalgia e controcultura, ma resta una promessa di libertà che non passa mai di moda

Un pezzo di Route 66 in Kansas – AP/Lapresse

E se il movimento, il finestrino con le immagini che scorrono come al cinema, diventasse un tipo di prosa? Se la mobilità acquisisse un significato simile a quello del “divenire” filosofico o del ruotare nel qui e ora dei buddhisti, ma con l’odore delle sigarette e delle pompe di benzina? Prima, durante e oltre “On the Road” di Jack Kerouac, la poesia nell’essenza dell’America è la strada, ha una ritmica della strada, una sua categoria bibliografica ed esistenziale. Se i paesaggi sono quelli dell’immaginazione collettiva – come dice Tyler Childers introducendo il cantautore Robert Earl Keen alla Grand Ole Opry – il messaggio è un segnale chiaro: «The road goes on forever and the poetry never ends» (la strada va avanti per sempre e la poesia non finisce mai).

La Route 66 compie cent’anni e forse non ha trasformato tutti i suoi camionisti in poeti, ma i poeti in passeggeri e i suoi viaggiatori in compagni di avventure transitorie. Questo accade grazie a leggi non scritte tra veicoli simili a quelli senzienti del film “Cars” della Pixar (che ne ha rilanciato la popolarità ripartendo dai bambini molto più della mitologia originaria, e rendendo le automobili vere protagoniste). Sembra sacrilego compararla ai caminos, ai pellegrinaggi europei o a quelli indiani, ma nella Route 66 vera – quella che in realtà non esiste più – si ritrova lo stesso stato di flow, una beatitudine che va raggiunta. “The Road”, la poesia della strada, è un’arte, come lo zen e la manutenzione della motocicletta.

È la storia di una generazione che non riesce a stare ferma dopo la guerra; una colonna sonora che diventa sintassi. Jack Kerouac viene incoronato re della prosa spontanea, mentre Ginsberg urla il suo Howl finisce a processo. Jack infila nella sintassi poetica la ritmica del jazz e del primo rock and roll, le frenate e il moto perpetuo delle backroads, le strade meno percorse. E poi c’è Springsteen, che la rende musica sulla scia di Bob Dylan e di tutto il folk.

Il coast to coast wandering – il vagabondare galleggiando senza meta a metà tra le due coste – viene trasformato in una ricerca spirituale dal giovane che vuole una vita più profonda di un assegno mensile o di una casetta di provincia con la staccionata dipinta di bianco. Kerouac diventa una celebrità un po’ riluttante: partecipa a interviste italiane filmate da Fernanda Pivano, ma appare anche in programmi tv americani visibilmente ubriaco, cercando di destreggiarsi tra la caricatura beatnik e il desiderio di essere considerato un vero scrittore.

Così anche la Route 66, forse, oggi è la parodia di se stessa: il percorso di un’agenzia di viaggi per turisti della domenica, il magnete che quasi tutti hanno in casa, l’idea più banale degli Stati Uniti appiccicata al neon di un bar che serve hamburger.

AP/Lapresse

È l’idea di un’America in realtà lontana dalla comunità rurale che continua a volerne fare una rappresentazione – una connessione disconnessa che avviene soprattutto tramite la controcultura nel cinema e nella musica, santificata dal film “Easy Rider”. Un prodotto del New Deal, la Route 66 è raramente presa ad esempio per nuovi progetti di transito; è un relitto del passato che si capisce solo citando Kerouac: «Nothing behind me, everything ahead of me, as is ever so on the road» (Niente dietro di me, tutto davanti a me, come sempre sulla strada).

È sinonimo di scene come quelle in “Boyhood” di Richard Linklater, partenze per scoprire se stessi e diventare grandi: il diciottenne che mette due scatole nel bagagliaio, accende la musica e se ne va. È l’Interrail americano, anche se frequentato da anziani boomer sulle sedie pieghevoli.

La cadenza dei paragrafi è musicale, a tratti a scatti come chi guida di notte, che cattura il ritmo dei motori. Si sviene sui letti disfatti dei motel, ma si mangia condividendo storie come in un ostello.

Da Chicago a Los Angeles, come l’unico treno esistente a oggi, l’Est e l’Ovest non sono connessi perfettamente via terra; in aereo è un altro discorso. È leggenda, architettura antica o protomoderna ma, come mi disse un professore al liceo, sono i momenti definibili come «it happens to you nights» (Kerouac), quelle notti alla Ligabue o della trilogia di Linklater che puoi vivere solo una volta, a farne ancora una fonte poetica. Ovviamente il ritornello più popolare resta quello del 1946, “Get Your Kicks on” (Route 66), per poi passare a “Born to be Wild” e “The River”, se si è intravisto almeno una volta “Easy Rider” e una serie tv degli anni Sessanta della Cbs.

Il suo battesimo più formale e ufficiale è “Furore” di John Steinbeck: l’autostrada della fuga, della perdita, di un nuovo inizio. The Mother Road. Quella dei migranti. La Main Street of America e anche la Will Rogers Highway. Per chi andava a Ovest in cerca di fortuna tra le nuvole di polvere della Grande Depressione. Fino ad arrivare a dover essere sostituita da autostrade più grandi e anonime, finendo per diventare relitto, vacanza, sogno giovanile.

Nel 1985 è stata rimossa ufficialmente dallo United States Highway System, anche se i cartelli rimangono: i più famosi a Santa Monica, alla fine, sul molo, e a Chicago, all’inizio, oltre a luoghi che vivono di quel mito per profitto turistico come alcuni paesini tra New Mexico e Arizona.

Ora ha altri nomi, è diventata persino pista ciclabile nel più ambientalista 2026, ma rimane storica. Una combinazione di desolazione e paesaggi da togliere il fiato, laghi cristallini nei canyon e «macchine ingobbite come fossero ferite che respirano a fatica», come scriveva Steinbeck. Forse la cosa bella è che la Route 66 oggi proprio non esiste. Mentre i parchi nazionali vengono presi di mira dai tagli amministrativi e gli Stati Uniti spingono verso l’isolazionismo, la popolarità del viaggio nell’entroterra americano è aumentata per ragioni inaspettate: protesta, patriottismo di sinistra, gente comune che rappresenta interessi collettivi e non di partito, trascendendo la destra e la sinistra nonostante bandiere a ogni metro. Inoltre attira chi insegue l’idea di vivere con un lavoro da remoto con il Wi-Fi ovunque, scegliendo la natura pur non essendo tradizionalisti; sono fenomeni sociologici che stanno portando i giovani verso vite alternative.

Viene chiamata anche «la strada di Will Rogers» perché è dedicata a un comico, attore nato tra i Cherokee che divenne la voce ufficiale della Route 66 su rubriche leggendarie sui giornali.

Le autostrade cattive, senza sentimenti, arrivano negli anni Cinquanta con l’Interstate Act, dove le strade si intrecciano cercando una fuga dalla paura del nucleare. Compaiono gigantesche strutture sospese a quattro corsie che bloccano le uscite. Già quando gli hippy ne facevano un mito, la Route era stata tagliata, spezzettata e rinominata da due decenni.

Il 2026 segna il centenario della Route 66 iniziale e coincide con i duecentocinquanta anni dell’America. Questi numeri, che agli europei sembrano piccoli, non sono sinonimo di poca profondità. Se l’Italia avesse una Route 66 come esperienza liceale per scoprire il proprio genius loci, sarebbe una grande caccia al tesoro. Il punto del viaggio sulla Route 66 non è cosa vedi fuori, ma cosa vedi dentro. E dentro puoi vedere anche un poeta classico, un’Odissea nello spazio di un parcheggio.

AP/Lapresse

Se alcune notizie odierne sembrano uscire dalle scene sotto LSD di Easy Rider, il governo non sembra occuparsi della strada: non pensa al turismo calato ai minimi storici, anche per la paura dei controlli nei viaggi alle frontiere, né aiuta i piccoli negozianti e il settore terziario come promesso, finanzia guerre all’estero e lascia i parchi nazionali chiusi per mesi o con lavoratori non pagati. Invece di diventare il promesso treno ad alta velocità New York-Washington o Los Angeles-San Francisco, la Route è rimasta la strada delle deviazioni, della lentezza, del passato e dei rottami, tra fast food neanche più così fast, né negli ingredienti né nello spirito.

È un cliché mainstream, ma rimane il regno delle possibilità. È una finzione turistica o la vera America? Non esiste, o esiste a tratti? Un amico iraniano mi disse che, nei giorni dopo l’11 settembre, aveva trovato più persone gentili on the road che nei dibattiti nazionali o nella tensione di città cosmopolite. È stato fortunato rispetto ad altri, ma è vero che le leggi della strada sono socialismo applicato e aiuto comune ben più di Zohran Mamdani e ogni teoria libertaria. La Route 66, come Chatwin e Marco Polo, ha ispirato quel tipo di travel writing che parla di tutto tranne che del viaggio.

Chissà se l’amministrazione attuale ne farà un oggetto di orgoglio patriottico o se la considererà troppo sporca e ribelle, l’antitesi dell’alta società, dell’oro finto di Mar-a-Lago. È la strada che rafforza i pregiudizi dell’italiano in luna di miele che vi trova la pasta scotta, magari ignorando ricette autentiche a pochi chilometri di distanza.

È quella dove ogni bambino americano, prima o poi, farà qualche road trip. Oppure starà nel sedile posteriore con la sensazione che tutto sia sicuro mentre la strada scorre, o al volante, per scoprire per la prima volta la propria voce. La sua strada.

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