NonsenseBevi tutto, senti niente

La dealcolizzazione è tra noi, ma il sapore non regge ancora. Il problema rimane la struttura del vino, la pienezza del sorso, o forse anche l’idea che abbiamo di ciò che beviamo per piacere

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Cinquanta bottiglie aperte, assaggiate alla cieca, e alla fine il verdetto di Wine Spectator sul mondo dei vini dealcolati suona più o meno così: ne salviamo dodici. Gli altri trentotto li lasciamo dove li abbiamo trovati. La notizia è il metodo. Che una rivista come Wine Spectator dedichi una sessione di blind tasting strutturata ai vini senz’alcol è già di per sé un segnale: il mercato esiste, cresce, e il settore non può più ignorarlo con un’alzata di spalle. La domanda che resta in sospeso, però, è se questo crescere abbia a che fare con il vino o con qualcos’altro.

Amanda Thomson, fondatrice del marchio Noughty, ha detto a Wine Spectator una cosa interessante: la maggior parte dei loro clienti sono appassionati di vino che vogliono gestire il proprio consumo di alcol, non astemi per convinzione o per salute. È una distinzione cruciale, perché cambia tutto il ragionamento. Se il target fosse chi non ha mai voluto bere, il confronto con il vino sarebbe irrilevante. Ma se il target è chi il vino lo conosce e lo ama, il confronto diventa inevitabile e spietato. Ed è lì che casca il dealcolato.

Il problema tecnico è reale: togliere l’alcol da un vino non è come togliere la caffeina al caffè. L’etanolo non è un ospite ingombrante che si può accompagnare alla porta senza cambiare la fisionomia della casa. È parte strutturale di quello che percepiamo come equilibrio, volume, lunghezza. Senza, il liquido che rimane può avere profumo, colore, anche un’acidità decente, ma ha un buco al centro che il palato registra sempre. Quello che le aziende promettono è una profezia che vale solo se abbassi l’asticella. Il decaffeinato funziona perché il caffè lo beviamo per il rituale, per il calore, per il sapore. L’alcol nel vino, invece, è tessuto connettivo. Toglierlo e sperare che nessuno se ne accorga è un esercizio di ottimismo produttivo.

Detto questo, il segmento crescerà: le pressioni sociali e sanitarie sul consumo di alcol sono reali, il Dry January è diventato Dry January-e-dintorni, e la distribuzione di questi prodotti si sta allargando. Noi nel settore possiamo scegliere di lavorarci con onestà tecnica oppure di inseguire il mercato con prodotti mediocri nascosti dietro un packaging convincente. Wine Spectator ha fatto il primo passo: li ha messi in fila e ha detto quanti ne reggevano davvero. Dodici su cinquanta. Il 24 per cento.

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