
È trascorsa quasi una settimana dalla convulsa giornata del 25 aprile, e l’eco mediatica non accenna a spegnersi, alimentata dai gravi episodi verificatisi durante i cortei di Milano e Roma.
A Milano, una folla composta in larga parte da manifestanti apparentemente ordinari ha rivolto insulti e gesti offensivi, talvolta di chiara matrice neofascista, contro i partecipanti che esponevano lo striscione della Brigata Ebraica, costringendoli ad abbandonare il corteo, con il rischio concreto di essere travolti fisicamente da una massa ostile e fuori controllo.
A Roma, analogamente, chi portava bandiere ucraine è stato allontanato con modalità aggressive — come già accaduto a Bologna nei confronti di un anziano manifestante — e in alcuni casi colpito con spray urticante, con conseguenze potenzialmente gravi.
A margine della manifestazione capitolina, Eitan Bondì, vent’anni, ha compiuto un gesto grave e irresponsabile: transitando in motorino, ha esploso con una pistola ad aria compressa alcuni pallini di plastica, ferendo due persone che stavano lasciando il corteo, ormai prossimo alla conclusione.
Questa ricostruzione essenziale è necessaria per comprendere il clima di tensione e di esasperazione in cui si è svolta la giornata.
L’azione di Bondì non è in alcun modo giustificabile e resta un atto sconsiderato. Tuttavia, la tempesta mediatica che si è abbattuta su di lui, esposto come un mostro alla pubblica gogna, appare sproporzionata rispetto ai fatti e contribuisce ad alimentare ulteriormente divisioni e risentimenti. In una democrazia matura, anche l’indignazione pubblica dovrebbe rispondere a un criterio di proporzionalità: quando questo viene meno, il giudizio si trasforma facilmente in una forma di accanimento.
Dal 7 ottobre 2023, a seguito degli attacchi compiuti da Hamas e della successiva reazione israeliana, il clima mediatico nei confronti del mondo ebraico si è progressivamente deteriorato. Manifestazioni e cortei si sono trasformati in occasioni in cui, accanto alla legittima critica politica, hanno trovato spazio slogan e derive apertamente antisemite. Nei talk show si sono moltiplicati confronti spesso privi di reale contraddittorio, mentre termini come “genocidio” sono stati impiegati con una frequenza e una leggerezza tali da svuotarne il significato storico, trasformandoli in strumenti di delegittimazione.
In questo contesto, il gesto di Bondì diventa il pretesto per rilanciare e amplificare una narrazione che, per alcuni, appare funzionale a un’agenda ideologica o mediatica: c’è chi agisce per convinzione, chi per opportunismo, chi per semplice adesione a un clima dominante.
Eppure, proprio da questo punto più basso dovrebbe nascere l’esigenza di una risalita. In questo senso, risuonano con particolare forza le parole di Rossana Gabrieli, psicologa di Aprilia, iscritta all’Anpi e ferita durante gli scontri a Roma insieme al suo compagno: «Non provo odio o desiderio di vendetta per questo ragazzo, ma soltanto tristezza».
Una tristezza che accomuna le comunità ebraiche italiane, le quali hanno espresso solidarietà sincera alla donna e condannato senza esitazioni l’accaduto. Una chiarezza che, al contrario, è mancata nel caso degli episodi verificatisi a Milano, dove i partecipanti legati alla Brigata Ebraica sono stati costretti ad abbandonare il corteo.
Al di là delle polemiche, emerge oggi l’urgenza di tracciare una linea e provare a ricominciare, recuperando uno spirito diverso. Le letture sommarie e le accuse di una presunta deriva “destroide” del mondo ebraico italiano risultano non solo infondate, ma profondamente offensive. Le comunità ebraiche sono storicamente permeate da una cultura antifascista, radicata non in un’elaborazione teorica, ma nell’esperienza diretta delle persecuzioni e delle tragedie del Novecento.
La memoria di quel periodo non è un esercizio retorico, ma una dimensione vissuta quotidianamente.
Immaginare che tutti gli ebrei siano necessariamente esenti da errori, così come rappresentarli al contrario come un blocco compatto di malvagità, non è soltanto una semplificazione: è un sintomo evidente di razzismo. È la negazione stessa della complessità individuale, sostituita da una lettura tribale e disumanizzante.
Sul Medio Oriente e su Israele le distanze tra il mondo ebraico e l’universo filopalestinese sono e resteranno profonde. Analogamente, il sionismo continua a essere oggetto di incomprensioni, semplificazioni e, talvolta, di deliberate distorsioni, spesso accompagnate da slogan che scivolano verso forme di antisemitismo.
E tuttavia, esiste un terreno comune che non dovrebbe essere messo in discussione: l’idea di un’Italia antifascista, democratica e libera, fondata sui principi sanciti dalla Costituzione. È da qui che dovrebbe ripartire un confronto capace di ristabilire almeno un livello minimo di rispetto reciproco.
In queste ore, resta il fatto che un ventenne si trova in carcere per un gesto grave e irresponsabile. Trasformarlo in un simbolo assoluto del male, come sta avvenendo su stampa e social, non contribuisce a chiarire i fatti né ad abbassare il livello dello scontro.
Il pensiero va a lui, così come a Rossana Gabrieli e al suo compagno, tutti coinvolti — in modi diversi — in un vortice di tensioni alimentate da dinamiche che sfuggono ai singoli e che trovano amplificazione in un ecosistema mediatico sempre più incendiario.
In un momento come questo, la responsabilità è collettiva. E chi dispone degli strumenti per comprendere dovrebbe avere anche il coraggio di usarli.