La fa facile Cesare, il padre di Giovanni, con la bicicletta. Lui l’ha acquistata, la cura come fosse una bimba piccola, di sera la copre con un panno, nonostante la faccia riposare, per la notte, nel corridoio di casa, dove l’ha portata spalla, su per quattro piani. Ogni giorno così, a dispetto della sua malferma salute. Tanti anni a scaricare all’alba cassette di arance e limo- ni, con il freddo o con il caldo, ai Mercati Generali, hanno lasciato il segno sul suo corpo già gracile. Certe volte la sora Rosa, la moglie, si chiede come diavolo faccia a incollarsi, così si dice, quei pesi sulle spalle, se il torace si può prendere tra due mani che si toccano.
Lui sorride, è il massimo di relazione di cui sia capace. È timido, schivo, riservato e di parlare non gli va tanto, dice che «non è buono» a farlo. L’anno prima aveva preso una grande decisione. Riunita la famiglia, cioè la sora Rosa e Giovanni, aveva comunicato che l’azienda aveva stipulato una convenzione con un negozio di biciclette e che era possibile affittarne una a poche lire. Comprarla no, costava più di duecentosettanta lire e lui ne guadagnava nove al giorno, ma prenderla a noleggio sì. L’azienda garantiva per i dipendenti, così era sicura che arrivassero puntuali e non accampassero scuse sui tram non passati o in ritardo.
«Che ne dite? Potrei svegliarmi un po’ più tardi al mattino e rincasare più presto. Da qui ai Mercati non è lontano, ci potrei andare a piedi, ma a quell’ora…» In effetti, aveva pensato Giovanni, da via Urbana a via Ostiense non è poi così tanto, in bici. Però lo preoccupava l’idea di suo padre che pedalava nell’alba dell’inverno romano, con quelle gambe fini come un grissino, esposto al freddo dal quale, diceva, si sarebbe riparato mettendo un giornale sul torace.
Ma Cesare, per la prima volta nei quindici anni di Giovanni, gli sembrava fosse contento. Aveva una luce sconosciuta negli occhi e sembrava persino che stesse trattenendo un sorriso, mentre aspettava il verdetto dei suoi, in particolare della sora Rosa, severa giudice di tutto. Ma, prima che la moglie parlasse, Cesare aveva tirato fuori il suo asso nella manica: una fotografia. Era sempre più entusiasta. «Guardatela, sarebbe questa. Vi sembra una bicicletta normale? Invece no. Pensate cosa si sono inventati: una bici che può essere da uomo e da donna. L’ha prodotta la Ideal Flora e guardate qui…» mentre parlava indicava un punto sul tubo che sorreggeva il sellino, «basta svitare questo bullone e l’asta per i maschi si piega e lascia il posto a una bicicletta da donna. Così, Rosa, qualche volta la puoi usare anche tu!»
La moglie lo aveva guardato, un po’ divertita e un po’ sorpresa, e gli aveva detto, non senza vergogna: «Cesare, ma mi hai vista? Alla mia età e con questo peso, ti pare che io possa andare in bicicletta? E poi dove, a far cosa?». Giovanni sapeva che il suo ruolo era tacere, in questi casi, erano cose da grandi, delle quali non si doveva e poteva impicciare. Già gli sembrava tanto che fosse stato messo a parte di una decisione così importante, segno che stava diventando grande. Però la reazione di sua madre, per una volta più divertita che burbera, lo aveva fatto sorridere. Sorridere dentro, beninteso. Non si sarebbe mai permesso.
In effetti – non ci aveva mai pensato – quando i suoi genitori, la domenica, andavano a passeggio per il quartiere, erano proprio buffi. Lui mingherlino e con una testa affilata e lei invece massiccia. Il viso, il collo, il seno, le gambe… tutto troppo, anche se portato con una invidiabile elasticità. Ora, dopo le parole della madre, Giovanni aveva messo a fuoco l’immagine della coppia. Sembravano quei due comici americani, Cric e Croc, uno grasso grasso e l’altro magro magro. I suoi lo avevano portato al Supercinema a vedere un film intitolato Fra Diavolo, e tutti e tre si erano sbellicati dalle risate, nel seguire le avventure di quei due tipi così diversi tra loro, così estremi nel corpo e, forse di conseguenza, nel carattere. In effetti l’osservazione dei comportamenti di sua madre e di suo padre gli confermava che doveva esserci una relazione tra fisico e umore, tra peso e timidezza. Cesare era sempre sulle sue, e le parole bisognava estorcerle con il forcipe,
Rosa non avrebbe mai smesso di parlare, con chiunque. Le piaceva farlo dalle finestre del quarto piano. Lo faceva a tutte le ore, con una dirimpettaia o un passante. Faceva amicizia con tutti e nel quartiere ciascuno la conosceva e, un po’, la temeva. Comunque, quel pranzo domenicale si era concluso con la vittoria di suo padre. La sora Rosa aveva messo fine alla discussione con una delle sue verità lapidarie: «Senti, Cesare, sei tu che ti ammazzi di lavoro, sei tu che ti svegli all’alba, sei tu che porti a casa i soldi che noi spendiamo. Come posso dirti di no la prima volta, in trent’anni, che chiedi una cosa per te?».
Il padre era rimasto immobile, immobile e felice, non si aspettava quella risposta che mise fine ai suoi timori. Ma quel giorno, quella terza domenica di maggio del 1936, era successa un’altra cosa clamorosa, che Giovanni non avrebbe mai dimenticato. Sua madre gli aveva chiesto un parere. A lui, che aveva quindici anni, veniva domandato di dire come la pensava a proposito di una scelta così importante per la famiglia. Era qualcosa di inedito e di incredibile. Quella mattina del 1937, è febbraio, Giovanni benedice sé stesso per aver avuto il coraggio di dire che era d’accordo, nulla di più. Ora la bicicletta l’hanno comprata, a rate, dopo aver venduto la fede del matrimonio della nonna. Rosa aveva sentenziato: «Meglio venderla per la bicicletta che darla al Duce per quella buffonata della conquista dell’Africa».
La bicicletta adesso è tutta loro e Giovanni questa mattina l’ha presa per la prima volta. È anche riuscito a sistemarla, con quella storia del bullone amovibile, e ora la sente un po’ più sua. Il padre, la sera prima, gli ha detto poche parole, guardando a terra: «Ho deciso che da domani la bici la usi tu. Io torno a prendere il tram. È troppo importante quello che ti sta succedendo, perché tu possa fare anche un solo minuto di ritardo. Fatti valere. Hai messo il distintivo del Partito sulla giacca? Lo sai che controllano all’entrata… Non arrivare mai in ritardo, devi essere sempre il primo a entrare e l’ultimo a uscire. Come ho fatto io in tutti questi anni».
La sora Rosa ha preparato il caffellatte a tutti e due i suoi uomini, che consumano la colazione in fretta e in silenzio. Poi Cesare dà una carezza sul volto a Giovanni, ed escono insieme, nel buio di un’alba che tarda. Rosa li guarda dalla finestra. Si dividono: il padre a destra, verso la fermata del tram, e il figlio a sinistra, a cavallo dell’Ideal Flora, sistemata a maschio. Nell’oscurità si vede accendersi una luce del palazzo di fronte e si sente, alle quattro del mattino, una voce di donna gridare: «Rosa, ma anche tuo figlio esce presto? Dove va?». La sora Rosa ha la voce imbrigliata dall’orgoglio nel rispondere: «Eh, Cesira, oggi è un giorno importante per noi! Giovanni comincia il suo primo lavoro!». «Come sono contenta, e dove l’hanno preso? Ai Mercati come il padre?» Rosa fa sentire un sorriso nella voce. «Macché! Giovanni oggi inizia a lavorare al bar di Cinecittà!»

Tratto da “Il bar di Cinecittà”, di Walter Veltroni, HarperCollins Italia, 2026, 19,50€, 224 pagine