La Direction générale de la sécurité intérieure (Dgsi), il servizio di sicurezza interna francese, ha deciso di interrompere il contratto con il colosso statunitense Palantir e sostituirne i servizi con quelli della francese ChapsVision. Lo ha comunicato martedì, in un video, il primo ministro Sébastien Lecornu.
La decisione francese non va però letta come un referendum su Palantir. L’azienda americana rappresenta piuttosto l’epifenomeno di una discussione molto più profonda che attraversa le cancellerie europee: quella sulla sovranità tecnologica, sulle dipendenze strategiche e sul controllo delle infrastrutture digitali che sostengono le funzioni più sensibili dello Stato.
Un mese fa il Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), il controspionaggio tedesco, aveva annunciato una decisione simile, come raccontato su Linkiesta. Anche nel Regno Unito sono in corso verifiche su alcuni accordi governativi siglati dall’azienda guidata da Alex Karp dopo un rapporto della commissione Scienza, innovazione e tecnologia della Camera dei Comuni che definisce la crescente presenza di Palantir nel settore pubblico britannico come un «punto debole inaccettabile». A inizio mese il sottosegretario alla Difesa olandese Derk Boswijk aveva dichiarato alla Camera che entro due anni dovrà essere disponibile una «alternativa a tutti gli effetti», pur riconoscendo che una sostituzione immediata comporterebbe rischi operativi.
La scelta di Parigi – che recentemente ha anche deciso che gli uffici governativi smetteranno di usare il sistema operativo Windows, di Microsoft, per passare a Linux – è significativa anche per un altro motivo. La sostituzione di Palantir con ChapsVision non consiste nell’abbandono di una piattaforma di analisi dati in favore di una tecnologia radicalmente diversa. È piuttosto il tentativo di riportare all’interno dell’ecosistema nazionale capacità considerate strategiche, accettando persino una lunga fase di transizione pur di ridurre una dipendenza esterna in un settore ritenuto sempre più critico.
Per anni il dibattito europeo si è concentrato soprattutto sul tema dei dati. Dove vengono conservati? In quale giurisdizione ricadono? Quali autorità possono accedervi? Da qui sono nate le discussioni sul cloud sovrano, sulla localizzazione dei dati e sulla necessità di sviluppare infrastrutture europee alternative ai grandi fornitori statunitensi.
Oggi, tuttavia, il tema si sta spostando a un livello superiore. La questione non riguarda più soltanto il luogo in cui si trovano le informazioni, ma chi controlla gli strumenti che le elaborano. Chi decide l’evoluzione di una piattaforma? Chi ne definisce la roadmap tecnologica? Chi controlla gli algoritmi, le modalità di integrazione e gli standard operativi che finiscono per strutturare il lavoro quotidiano di analisti, investigatori e decisori pubblici?
Le moderne piattaforme di analisi dati e di intelligenza artificiale non sono infatti infrastrutture passive. Influenzano processi decisionali, modellano flussi di lavoro, determinano modalità di cooperazione tra amministrazioni e generano dipendenze tecniche che tendono a rafforzarsi nel tempo. Più un’organizzazione integra questi strumenti nelle proprie attività, più aumentano i costi e le difficoltà di una futura sostituzione.
È il fenomeno che nel settore viene definito vendor lock-in: una volta costruiti processi, competenze e architetture informatiche attorno a una determinata piattaforma, cambiare fornitore diventa complesso e costoso. Ed è proprio per questo che il dibattito europeo sta assumendo una valenza sempre più politica e strategica.
La guerra in Ucraina, la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina e il ritorno della dimensione geopolitica nella tecnologia hanno accelerato questa riflessione. Se nel passato l’accesso alla migliore soluzione disponibile rappresentava il criterio dominante, oggi entrano in gioco considerazioni più ampie. I governi vogliono sapere cosa accadrebbe se mutassero le priorità politiche del paese fornitore, se venissero introdotti nuovi controlli alle esportazioni, se cambiassero le condizioni di accesso ai servizi o se emergessero divergenze strategiche tra alleati.
Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, alcuni governi europei stanno iniziando a considerare una dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti non come una conseguenza inevitabile della superiorità industriale americana, ma come una vulnerabilità strategica da gestire. Non perché Washington abbia cessato di essere il principale alleato del continente, ma perché determinate capacità tecnologiche sono ormai percepite come elementi essenziali della sovranità nazionale.
Non si tratta di scenari teorici. Negli ultimi anni l’Europa ha già affrontato discussioni analoghe in diversi settori considerati critici: dai semiconduttori alle telecomunicazioni, dal cloud computing alle infrastrutture energetiche. In ciascun caso è emersa la stessa domanda di fondo: fino a che punto è accettabile dipendere da attori esterni per capacità considerate essenziali alla sicurezza nazionale e alla competitività economica?
L’intelligenza artificiale e le piattaforme avanzate per l’analisi dei dati rappresentano semplicemente il capitolo più recente di questa storia. E forse anche uno dei più delicati. A differenza delle infrastrutture tradizionali, infatti, questi strumenti non si limitano a supportare le decisioni: contribuiscono a plasmarle. Per questo il tema della sovranità non può essere ridotto alla sola proprietà dei dati, ma riguarda anche il controllo delle capacità tecnologiche che consentono di interpretarli e trasformarli in conoscenza operativa.
Ciò non significa che l’Europa debba rinunciare a collaborare con fornitori americani. Gli Stati Uniti restano il principale alleato strategico del continente e continuano a guidare l’innovazione in numerosi ambiti tecnologici. Né la scelta francese implica necessariamente una bocciatura delle capacità di Palantir, che continua a essere considerata una delle aziende più avanzate nel settore dell’analisi dati per la sicurezza e la difesa.
Il punto è un altro. Per i governi europei la valutazione di una tecnologia non può più basarsi esclusivamente sulle prestazioni o sui costi. Sempre più spesso dovrà tenere conto della resilienza delle catene di fornitura, della possibilità di mantenere il controllo operativo delle capacità critiche e della libertà di adattare gli strumenti alle proprie esigenze strategiche.
La questione, in fondo, non riguarda Palantir. Riguarda il ruolo che l’Europa intende occupare nell’ecosistema tecnologico occidentale. Per decenni il continente ha accettato di affidarsi a tecnologie sviluppate altrove in cambio di efficienza, innovazione e integrazione con gli alleati americani. Oggi, di fronte all’intelligenza artificiale e alla crescente centralità dei dati nelle decisioni pubbliche, alcuni governi sembrano chiedersi se quel compromesso sia ancora sufficiente.
Se cloud, semiconduttori e telecomunicazioni hanno rappresentato i primi capitoli della sovranità tecnologica europea, le piattaforme di analisi dei dati e l’intelligenza artificiale rischiano di essere il banco di prova decisivo. Perché la vera domanda non è dove siano conservati i dati, ma chi controlla gli strumenti che li trasformano in potere.