Il percorso di un’azienda vinicola si misura spesso nella capacità di gestire i passaggi storici e le variazioni del clima mantenendo un’identità definita nel bicchiere. La presentazione delle ultime annate di Isole e Olena si muove lungo questo crinale, proponendo un confronto ravvicinato tra l’equilibrio dello Chardonnay 2024 e la tensione strutturale del Chianti Classico 2023. Due letture diverse che confermano la ricerca di precisione di una delle firme più note del territorio toscano.
L’uscita sul mercato dello Chardonnay anno 2024 e del Chianti Classico 2023 (in attesa del Cepparello classe 2023, che arriverà a settembre) ha consentito di fare il punto sulle scelte agronomiche ed enologiche intraprese sotto la guida del direttore tecnico Emanuele Reolon. Siamo nel 2026, in una fase di consolidamento importante: la cantina di Barberino Tavarnelle, provincia di Firenze, affronta la sfida della continuità stilistica a quattro anni dal passaggio di proprietà al gruppo francese Epi, focalizzandosi su una lettura parcellare dei vigneti e su una gestione ponderata dell’uva.

Le radici di una scelta controcorrente
La tenuta sorge nella parte occidentale della denominazione, a San Donato in Poggio, e conta oggi 56 ettari di vigneto circondati da circa 250 ettari di bosco che fungono da barriera protettiva naturale. La storia della cantina è legata a una scelta originariamente controcorrente. Quando Paolo De Marchi arrivò in Toscana alla fine degli anni Settanta, portando con sé l’abitudine piemontese alla purezza del Nebbiolo e l’esperienza di un viaggio di studi alla UC Davis, l’Università della California, l’impatto con il Chianti Classico fu quasi uno shock culturale.
La ricetta del Barone Ricasoli imponeva ancora l’uso obbligatorio di uve bianche nel blend. De Marchi scelse però di spingere il Sangiovese al massimo. Da quel surplus di Trebbiano e da una porzione di terreno esposta a nord, fredda e ricca di galestro, nacque nel 1983 l’idea di piantare lo Chardonnay, arrivato dalla Francia.
Un’intuizione che avrebbe trovato una consacrazione singolare anni dopo. Durante un viaggio a Beaune negli anni Novanta, De Marchi notò una bottiglia del suo Chardonnay sullo scaffale di un’enoteca. Senza rivelare la propria idoneità, chiese al negoziante il motivo di quella presenza insolita in Borgogna. La risposta fu disarmante: «Lo tengo perché me lo chiedono i vigneron della zona; lo usano come riferimento coperto nelle loro degustazioni alla cieca».
Un mondo in possibile evoluzione su più fronti, quello di Isole e Olena, che prende il nome dai due piccoli villaggi che caratterizzano la proprietà. Olena, tra l’altro, ora è completamente disabitato, se non per due persone che lavorano all’interno dell’azienda. L’idea potrebbe essere quella di ristrutturare e creare un borgo che possa dare accoglienza agli avventori, ai clienti della cantina ma anche a semplici turisti. Ma, per ora, si ragiona un passo per volta.
Chardonnay 2024, la frammentazione e il rifiuto dei legni baltici
Oggi, la produzione complessiva di Isole e Olena si attesta sulle duecentocinquantamila bottiglie, di cui lo Chardonnay rappresenta una frazione minore, poco più di ventimila unità, affiancato dalle sentosessantamila di Chianti Classico e dalle cinquantamila del Cepparello. La vendemmia 2024 dello Chardonnay Igt Toscana incarna questo lavoro di cesello. Per la prima volta, i sei ettari vitati sono stati parcellizzati in quattordici micro-aree, vendemmiate separatamente per assecondare i diversi tempi di maturazione. L’annata, caratterizzata da un’estate insolitamente fresca e piovosa, ha allungato i tempi di sviluppo vegetativo (la raccolta si è conclusa a metà settembre), preservando una spiccata tensione acida.
Ma è in cantina che si consuma la vera svolta tecnica, legata alla scelta dei legni. Reolon ha abbandonato completamente i legni di origine baltica, storicamente utilizzati nella denominazione. «I legni baltici presentano una porosità troppo elevata, che accelera l’ossigenazione e fa evolvere il vino troppo rapidamente, cedendo note legnose invasive», spiega il direttore tecnico. «Il rovere deve essere solo il mezzo che accompagna il vino, non una sovrastruttura. Per questo selezioniamo legni francesi a trama fitta, con tostature minime, capaci di rispettare la salinità del nostro galestro». L’affinamento di dieci mesi sulle fecce fini prevede un protocollo rigoroso: bâtonnage per il primo mese e mezzo, poi solo rollage delle barrique per rimettere in sospensione i lieviti senza introdurre ossigeno.

Il Chianti Classico 2023 e la gestione della peronospora
Se il 2024 è stato l’anno del dettaglio sul bianco, il 2023 per il Chianti Classico è stato l’anno della resistenza agricola. La pressione della peronospora, favorita da una primavera calda e molto piovosa, ha decimato la produzione in molte zone della Toscana. A San Donato in Poggio la difesa si è giocata sulla sfogliatura precoce e su un diradamento drastico: circa il trenta per cento dei grappoli è stato eliminato in pianta per garantire l’aerazione della chioma e la concentrazione della maturazione nei grappoli rimasti.
Il vino, composto in prevalenza da Sangiovese con un saldo tradizionale di Canaiolo, affina per un anno in botte grande e sei mesi in bottiglia. L’esito nel bicchiere è lontano dalle derive surmature e l’acidità allunga la persistenza sapida. «Il nostro Chianti Classico, prodotto principalmente da Sangiovese con un tocco di Canaiolo, rappresenta il cuore pulsante della tenuta di San Donato in Poggio ed è orgoglioso ambasciatore della denominazione e della sua eredità», ribadisce Reolon.
Cepparello, la purezza del Sangiovese tra presente e passato
Se il Chianti Classico rappresenta il legame quotidiano con la denominazione, Cepparello è il vertice qualitativo della tenuta, un Sangiovese in purezza che nasce proprio dalla ribellione di De Marchi alle vecchie regole del blend degli anni Ottanta. Non potendo chiamare Chianti Classico un vino composto al cento per cento da Sangiovese, De Marchi lo imbottigliò nel 1980 come semplice “vino da tavola”.
Il Cepparello 2023 risente della stessa gestione rigorosa in vigna applicata per il Chianti Classico della medesima annata, segnata dalla riduzione del trenta per cento della resa. Nel bicchiere, il vino mostra una verticalità pronunciata, con una fresca nota fruttata e floreale, tannini serrati ma non rigidi e una spalla acida che ne anticipa le capacità di tenuta nel tempo.
L’assaggio del Cepparello 2016 ha offerto invece la misura dell’evoluzione di questo Sangiovese a dieci anni dalla vendemmia. L’annata, ricordata come regolare ed equilibrata, si esprime oggi attraverso note terziarie di cuoio, tabacco e foglia di tè, mantenendo una vivacità gustativa intatta, priva di cedimenti surmaturi e sorretta da un finale sapido e persistente.

La prospettiva della nuova proprietà
L’integrazione di Isole e Olena all’interno del portafoglio di Epi – che in Italia comprende anche Biondi-Santi – solleva inevitabilmente interrogativi sulla tutela del carattere artigianale della cantina. La gestione tecnica autonoma affidata a Reolon sembra tuttavia voler confermare la volontà di mantenere l’identità stilistica aziendale, evitando omologazioni.
Accanto alla produzione vitivinicola, la tenuta sta registrando progressi anche sul fronte olivicolo. Sul mercato c’è anche il primo olio extravergine d’oliva Dop Chianti Classico dell’azienda, ricavato dai sedici ettari di oliveto di proprietà. Con una produzione annua contenuta, pari a circa tremila mezze bottiglie (esclusivamente nel formato da cinquecento millilitri), questo prodotto rappresenta un ulteriore tassello nel disegno di valorizzazione complessiva della tenuta di San Donato in Poggio.