Tregua fragilePerché la pace tra Iran e Stati Uniti non fermerà la guerra di Israele in Libano

Il governo Netanyahu continuerà a colpire Hezbollah con raid mirati nel sud del Paese, demolizioni e pattugliamenti. Deve mostrare agli israeliani del Nord che la frontiera è sicura e trasformare la promessa di vittoria totale in un risultato politico spendibile

LaPresse Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La pace tra Iran e Stati Uniti può riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non fermerà la guerra di Israele in Libano. Dopo 108 giorni dall’inizio del conflitto, Donald Trump ha ottenuto da Teheran un cessate il fuoco e il ritorno alla navigazione nello Stretto, cioè le due condizioni che esistevano già prima dell’intervento militare americano e israeliano del 28 febbraio. Il memorandum tra Iran e Stati Uniti, mediato dal Pakistan, sarà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra e dovrà chiarire due questioni decisive. La prima riguarda chi è come gestirà lo Stretto di Hormuz. Trump ha parlato di una riapertura senza pedaggi; fonti iraniane sostengono invece che Teheran non consegnerà la gestione del passaggio a una forza internazionale, né a un meccanismo congiunto con Washington. La seconda riguarda l’uranio arricchito, il casus belli dell’escalation americana. Il memorandum apre sessanta giorni di negoziati, ma non stabilisce ancora che cosa accadrà allo stock iraniano, né quali verifiche saranno imposte.

La parte più fragile dell’intesa è però un’altra: l’accordo è stato presentato come una cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, che confina a sud con Israele e a est e nord con la Siria. Ma il fronte libanese non può essere chiuso soltanto da Washington e Teheran e l’intesa non obbliga Israele a fermare le operazioni militari contro Hezbollah, il partito-milizia libanese sostenuto dall’Iran.  Lo ha fatto capire con la solita brutalità diplomatica il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit e partner indispensabile della coalizione di governo Netanyahu. «L’accordo di Trump non ci vincola. Non tutela la nostra sicurezza. Non siamo parte di questo accordo». La stessa linea è stata ripresa, con parole diverse, anche da Israel Katz. Il ministro della Difesa del Likud, ha detto che l’esercito resterà nella Striscia di Gaza, nella Siria sud-occidentale e nella zona di sicurezza in Libano meridionale, cioè dalla Linea Blu, la demarcazione tracciata dall’Onu, fino al fiume Litani, alcune decine di chilometri più a nord. Anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del Sionismo religioso, ha definito l’intesa con Teheran «negativa per Israele e per l’intero mondo libero». 

Benjamin Netanyahu non può fermarsi in Libano perché il fronte del Nord è ormai una questione di sopravvivenza politica interna. Secondo un sondaggio di Agam Labs della Hebrew University, citato da Reuters, il partito del premier israeliano sta perdendo terreno proprio nelle zone in cui la guerra con Hezbollah ha avuto il costo politico più alto. In quell’area solo il 23 per cento degli elettori voterebbe ancora Likud, contro il 35 per cento ottenuto dal partito nel 2022.

Netanyahu deve arrivare alle elezioni di ottobre con qualche successo militare che possa rassicurare le comunità israeliane dell’Alta Galilea e della Galilea occidentale che si trovano a pochi chilometri dal sud del Libano, abbastanza vicine da essere colpite da razzi a corto raggio, droni e colpi anticarro. Per mesi decine di migliaia di persone hanno lasciato le proprie case, da Kiryat Shmona a Metula, fino al kibbutz Manara sopra la valle di Hula, perché Hezbollah, dall’altra parte della frontiera, aveva postazioni e razzi in grado di tenere sotto pressione quell’area. Una tregua firmata da Stati Uniti e Iran non basta a convincerle a rientrare, se il partito-milizia resta vicino al confine con le sue unità più addestrate, le forze Radwan, considerate da Israele capaci di preparare incursioni oltre frontiera.

La formula della «vittoria totale», ripetuta per mesi dal premier, ha bisogno di un risultato tangibile. Nel Nord di Israele questo significa soprattutto il ritorno degli sfollati e una frontiera che non sembri affidata alla buona volontà di Hezbollah o alla disciplina di Teheran. Gerusalemme ritiene ormai fallito l’assetto di sicurezza che avrebbe dovuto tenere Hezbollah lontano dal confine dopo la guerra del 2006 e dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La presenza di Unifil, la missione delle Nazioni Unite sul terreno non hanno impedito alle milizie libanesi di costruire una rete di infrastrutture integrate nei villaggi sciiti del Sud. 

Per questo motivo il governo Netanyahu continuerà a colpire ciò che permette a Hezbollah di combattere vicino al confine: tunnel, depositi di armi, punti di osservazione e strade usate per muovere uomini e mezzi. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto. Bisogna però capire con quale intensità intenda farlo. Per non indispettire Trump, Israele potrebbe diminuire i bombardamenti sulla capitale Beirut, concentrando le operazioni militari nel sud con raid mirati, demolizioni, pattugliamenti e attacchi contro depositi. Il conflitto sarebbe più difficile da definire come guerra aperta, ma resterebbe abbastanza intensa da impedire a Hezbollah di ricostruire ciò che Israele sta chirurgicamente distruggendo.

Secondo il centro studi britannico Chatham House, una presenza israeliana prolungata può comprimere Hezbollah sul piano operativo, ma rischia di restituirgli la narrazione che lo ha reso forte: la promessa di resistere all’occupazione israeliana. Il governo libanese ha pochissimo margine per un intervento. Il governo deve mostrare a Stati Uniti, Europa e paesi arabi di voler rafforzare l’esercito nazionale e ridurre il potere armato di Hezbollah, ma non possono apparire agli occhi dei loro cittadini come esecutori di un disarmo imposto da Gerusalemme mentre le truppe israeliane restano nel Sud. Una pressione troppo esplicita su Hezbollah verrebbe letta da una parte del paese come una collaborazione con il nemico. Restare fermi, però, offrirebbe a Israele l’argomento opposto: finché Beirut non controlla il territorio, l’esercito israeliano ha una ragione per non ritirarsi.

Anche l’Iran ha poco spazio di manovra. Dopo l’intesa con Trump, Teheran ha interesse a evitare un nuovo scontro diretto con gli Stati Uniti e a presentare il memorandum come una vittoria diplomatica. Ma Hezbollah resta il suo alleato più importante nel Levante, il principale strumento di pressione contro Israele a ridosso del confine. Se l’Iran lo spingesse a fermarsi mentre le truppe israeliane restano nel sud del Libano, l’asse costruito negli ultimi vent’anni perderebbe credibilità. Se invece gli lasciasse mano libera, l’accordo con Washington rischierebbe di consumarsi prima ancora di produrre effetti sul nucleare e sulle sanzioni.

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